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Unconventional – Troilus and Cressida

Troilus and Cressida: troilusLe dame, i cavalier, l’arme e l’amore

“Troilus and Cressida” fa parte dei drammi Shakespeariani “etichettati” come problem plays, drammi problematici. Sconosciuto alla massa di lettori di Shakespeare, “Troilus and Cressida” è stato poco amato dal grande pubblico ma anche dai registi teatrali, ed è stato messo in scena soprattutto dal ventesimo secolo in poi, prevalentemente in ambito universitario. Questo è piuttosto strano, perché a partire dall’ultima decade del 1500 la maggior parte dei plays di Shakespeare sono stati proposti al pubblico senza mai essere dimenticati. Probabilmente questo play, che non è classificabile né come tragedia né come commedia, era troppo all’avanguardia per essere compreso e apprezzato, e ancora oggi non è alla portata di tutti.

Vi chiederete, a questo punto, di cosa parla, e che cosa succede. E’ difficile trovare una risposta a questa domanda. Di cosa parla “Amleto”? In questi due drammi succede tutto, e allo stesso tempo non succede assolutamente niente.

Proviamo a sintetizzare la trama di “Troilus and Cressida”: c’era una volta, ai tempi della guerra di Troia, un principe troiano, un certo Troilo. Era un fico, chiaramente, come tutti i principi, e faceva il guerriero. Ma non era tanto interessato alla guerra, quanto alla sua bella, Cressida. Era un giovane ragazzo in cerca dell’amor cortese, fatto di poesia e purezza: era quello il campo di battaglia che voleva sondare. C’era poi Cressida, la figlia di Calcante. Chiaramente era bellissima, ma era la classica acqua cheta, ed era incostante come tutte le donne. Così, dopo aver consumato la prima notte d’amore con Troilo, Cressida viene presa dai Greci come ostaggio in cambio della restituzione di Antenore. Troilo non fa nulla per opporsi alla decisione, presa dal consiglio dei principi troiani, e le giura amore eterno. Di tutta risposta, una volta all’accampamento greco, Cressida fa la civetta con tutti i soldati e finisce con Diomede. Troilo non la prende troppo bene, e diciamo che dopo la morte di suo fratello Ettore le cose prendono proprio una brutta piega per lui. Ma Shakespeare non concede spazio alla disperazione del giovane principe, e chiude il dramma senza una vera conclusione, un epilogo vero e proprio, una catarsi.

I protagonisti della vicenda, dunque, sono i due amanti. Ma anche Pandaro, lo zio di Cressida, che si interpone tra i due come match maker. Pandaro è un voyeur, un vecchio depravato, una figura squallida e degradata, così come lo è Tersite, guerriero greco che si prende gioco di tutti gli eroi combattenti con una volgarità senza limiti. Tersite ricopre il ruolo che tradizionalmente era affidato al jester, ironizzando senza finezza alcuna sulla presunta omosessualità di Ettore e Achille, e si prende gioco del cornuto Menelao, di Elena, di tutti, sostenendo che tutto passa di moda, ad esclusione della guerra e della lussuria.

In questo dramma viene messo in dubbio tutto, a partire dal concetto di valore delle persone, delle donne in particolare: Elena vale davvero il prezzo che sta costando sia ai Troiani che ai Greci? E qual è il metro per misurare il valore delle persone? Che cosa si è poi disposti a fare per difendere il proprio onore? E qual è il significato della vita umana di fronte al Tempo, questa forza predatrice che ci consuma nella sua immensità? Quanto è importante la Fortuna nella vita umana? Esistono davvero gli eroi, o si riduce tutto a una questione di apparenza? Siamo poi così diversi dagli animali? Sono queste le chiavi necessarie per accedere ai veri contenuti del dramma. Le risposte che troverete non saranno belle, ma saranno vere, nichiliste, oneste, severe, amare. Gli esseri umani sono divorati dal proprio egoismo, mirano ai propri interessi e non si curano affatto degli altri. Gli esseri umani sono maligni, traditori. Gli esseri umani si perdono in un bicchier d’acqua, senza capire davvero perché combattono, e contro chi combattono. In un mondo così affollato di umani-disumani, non c’è speranza che fiorisca un amore puro, non c’è speranza che il bene trionfi. E tutto diviene vuota bestialità, persino il linguaggio.

S. C.

 

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