giovedì 2 Luglio 2020 - 07:47

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Tolo Tolo – Recensione

Dopo il grandissimo successo al botteghino delle sue precedenti opere, Checco Zalone torna al cinema per la prima volta in veste anche di regista. Una decisione rischiosa, e visti i risultati anche opinabile, dato che il feeling con Gennaro Nunziante migliorava di film in film andando a creare pellicole sempre più mature ed organiche a livello di trama e sceneggiatura e che lasciavano sempre più alle spalle i semplicismi tecnici di sketch prettamente pensati per la televisione.

Partita da un soggetto di Paolo Virzì, di cui purtroppo però non si sente alcun peso nella scrittura, la sceneggiatura rimane frastagliata ed incoerente con battute slapstick inserite in maniera forzata all’interno di una storia a cui mancano troppi elementi narrativi che vengono solamente brevemente accennati. Elementi che probabilmente non vengono trattati per l’eccessiva serietà alla base del racconto su cui Zalone vuole poggiare la sua classica comicità che, per quanto sociale, rimane prettamente superficiale ed abbastanza inconsistente.

Da sempre infatti Zalone è rimasto lontano dalla satira che, di fatto, è un chiaro punto di vista dell’autore sulla società, rimanendo ampiamente ambiguo nei precedenti lavori. Non è un caso infatti che il cantautore barese sia stato spesso oggetto di interventi di più parti politiche che lo eleggevano a simbolo di questo o quell’ideale. Questa leggerezza (un po’ paracula) si è però sempre ben armonizzata al suo umorismo nonostante lasciasse un messaggio molto aleatorio. Con Tolo Tolo Zalone vuole invece prendere una posizione più netta sul tema dell’immigrazione mostrando allo spettatore le peripezie e gli ostacoli che deve affrontare chi, per motivi al di sopra delle proprie volontà, ricerca nell’Italia (ma sarebbe meglio dire l’Europa ed il mondo occidentale in generale) un piccolo faro di speranza per il proprio futuro.

A causa della chiusura della propria improbabile attività di ristorazione nelle Murge pugliesi Checco è costretto a scappare in Africa per fuggire ai creditori, ritrovandosi a lavorare in un villaggio turistico in cui conosce Oumar, collega cameriere con la passione per la cultura italiana (al contrario dello stesso Checco), e l’affascinante Idjaba con suo figlio Doudou. L’improvviso scoppio di una guerra civile costringeranno però i protagonisti ad emigrare verso l’Italia attraversando il continente nord-africano. Da qui in poi inizia il classico road-movie comico che risulta tuttavia cinematograficamente troppo basilare per un personaggio con alle spalle quasi dieci anni di carriera sul grande schermo.

È apprezzabile e nobile la volontà di realizzare un film che avesse uno spessore emotivo di ben altro tenore rispetto ai precedenti ma purtroppo la maschera di Luca Medici raffigurante l’italiano medio tamarro e ignorante si fonde malamente coi toni drammatici che fanno da sfondo al racconto. Una ricetta agrodolce ha bisogno dei giusti ingredienti che, da Benigni a Chaplin, da Monicelli a Mihăileanu, spesso abbiamo potuto assaporare. Non che in Zalone si debba avere cotanta aspettativa ma semplicemente serve a spiegare il motivo per cui il suo classico ed apprezzato umorismo venga in qualche modo disinnescato da un contesto crudo, anche se molto annacquato, e da scelte stilistiche discutibili come quella di inserire le proprie canzoni in stile musical Disney piuttosto che rifarsi ai grotteschi videoclip che sfondavano la quarta parete come vedevamo nelle passate pellicole.

In conclusione Tolo Tolo rimane una brillante commedia con alcune (non troppe) battute molto esilaranti e che ha il coraggio di osare e prendere una posizione chiara riguardo un tema particolarmente divisivo nell’attuale società italiana. Non mancano elementi vagamente cerchiobottisti che guardino anche agli aspetti controversi di questo tema ed evidenzino una certa incoerenza ed ipocrisia della controparte ideologica a quella protagonista del film, ma rimane chiaro il messaggio, spesso eccessivamente didascalico, che ha voluto lanciare l’ex neomelodico made in Puglia.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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