venerdì 18 Settembre 2020 - 18:10

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Timothy Carter sapeva viaggiare nel tempo

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Timothy Carter aveva un dono: riusciva a viaggiare nel tempo, diamine se ci riusciva.
Da bambino era finito nei luoghi più improbabili; portava ancora il pannolino e si faceva già dei gran bei viaggi.
Le prime volte non capiva dove si trovasse, poi con il passare degli anni iniziò a chiedersi come fosse finito sui ponti disidratati della Pennsylvania degli anni ’20 o nell’anticamera di quella sfarzosa sala da pranzo del quadro di Ferris, a pochi metri da William Penn che batteva in continuazione il bicchiere con Charles II.
I genitori, Katie e Arnold, avevano notato qualcosa di strano nel piccolo Timothy: era il pallore fatto persona, ma soprattutto per buoni momenti sembrava perdere ogni contatto con la realtà circostante, precipitava in uno stato di trance.
Il neurologo, il signor Benjamin Adler dopo scrupolosissimi accertamenti aveva detto: «Non mi sono mai trovato di fronte a un caso del genere signori Carter», e poi aggiunse una serie di parole in croce che Katie e Arnold non capirono fino in fondo: «Vostro figlio ha una stranissima disfunzione all’amigdala; il fatto è che quando cade in quel curioso stato di trance, l’amigdala si spappola… bang! Di fronte a un caso del genere un buon medico parlerebbe di decesso eppure vostro figlio, non so come ci riesca, ritorna magicamente nel mondo dei vivi. L’amigdala è di nuovo intatta come se non fosse successo nulla».
Arnold Carter fece presto a farsene una ragione, sua moglie Katie invece era molto preoccupata per il figlio. La notte dormiva poco, preferiva starsene ai piedi del letto a pregare oppure, certe notti, per timore che suo marito potesse sentirla singhiozzare si piegava in due di fianco al water e versava torrenti di lacrime.
Cosa ne sarebbe stato del piccolo Timothy? Che futuro lo attendeva? Erano queste le domande che si cibavano del suo cervello come tarme inferocite.

Timothy crescendo aveva imparato a controllare il suo “dono”. Aveva scoperto che bevendo a perdifiato poteva stimolare il trapasso spazio-temporale. L’aveva scoperto sul finale di una notte brava: si era scolato mezza bottiglia di White Dog per essere più sciolto con una ragazza che gli piaceva da matti; solo che, poco prima dell’alba, invece di trovarsi nel letto con lei era finito in una Berlino molto molto fredda, nei giorni in cui l’America e l’Unione sovietica si affrontarono al Checkpoint Charlie.
Una sera di luglio del 1972 era di pessimo umore: suo padre aveva deciso di andare via per sempre insieme a una bielorussa dai capelli biondo Chardonnay.
Timothy aveva comprato il White Dog mesi prima, da un negozietto sulla strada. Lo conservava per i momenti di sconforto cosmico, per un momento come quello insomma. Iniziò a berlo duramente. Lo specchio a forma di trapezio che aveva di fronte al letto rigurgitò la sua faccia inorridita, più bianca di un tovagliolo. Viaggiare nel tempo era per lui un modo per evadere, per sentirsi qualcun altro; durante quei brevi attimi di blackout che lo saettavano chissà-dove provava un brivido irripetibile, quello del possibile. Nonostante ciò, una volta arrivato a destinazione si accorgeva che dentro di lui non era cambiato alcunché: gli effetti della disincronosi circadiana, quelli sì che li avvertiva sempre tutti.

Quella notte qualcosa non dovette andare per il verso giusto perché Timothy non finì in una convergenza temporale preterita come accadeva di solito, finì nel futuro.
Si rialzò sull’asfalto umido di una Milano scolorita. Avanzò scosso lungo il marciapiede e fu allora che si rese conto di essere nel futuro. Sopra un enorme palinsesto c’era scritto: “Salmo, stadio San Siro, 14 giugno 2020” insieme alla foto di tre energumeni, due dei quali imparruccati: era il cartellone più di cattivo gusto che avesse mai visto.
Stordito fece ancora qualche passo nella nebbiolina e si chiese come mai le strade fossero tanto deserte. Nell’esatto momento in cui arguì di essere finito in una ghost town una figurina sclerotica sfilò davanti a lui con una mascherina sulla bocca. Cosa diamine stava succedendo? Gli si piazzò davanti agli alluci per chiederle in quale angolo d’universo si trovasse ma la figurina balzò indietro terrorizzata: «Maledizione! Le ha dato di volta il cervello? Deve starmi almeno a un metro di distanza, imbecille!»; così dicendo la figurina sparì lungo la strada, ingurgitata dalla nebbiolina.
Le serrande dei negozi erano sprangate: il quadro era di un triste inenarrabile. Timothy fu presto stanco di percorrere quella strada; appena vide una porta a vetrate aperta si intrufolò dentro: era una parafarmacia addobbata come un mausoleo. Dentro c’era un mucchio di gente con la mascherina, soltanto una ragazza non ce l’aveva. A Timothy sembrò immediatamente la cosa più bella che avesse mai visto in vita sua.

Reduce dall’incontro che aveva avuto in strada pensò bene di evitare di rivolgere la parola alle mascherine bianche. Preferì piuttosto dire qualcosa alla ragazza che era indaffarata a scegliere una crema solare nello scaffale delle creme solari.
«Scusami. Sai dirmi il perché tutti indossano una mascherina?».
La ragazza lasciò il flacone che aveva in mano e squadrò Timothy incredula:
«Mi prendi in giro forse? O è una pessima tattica di rimorchio?».
«Sono serissimo. Non capisco cosa stia succedendo».
«Non hai sentito parlare del Covid-19?».
«Covid che?».
«Da dove vieni da Marte?».
Timothy voleva sapere tutto ciò che c’era da sapere sul Covid-19. Se si trattava di una fobia del nuovo millennio come lo era stata la Red Scare negli Stati Uniti degli anni ’50 doveva iniziare a prepararsi da subito.
Per qualche strana ragione la ragazza sembrò accettare la sua proposta di prendere un caffè insieme a lui. A quanto pareva non le importava che fosse un perfetto sconosciuto, tanto meno di dovergli parlare in un inglese approssimato; forse non ne poteva più di vedere fantasmi attorno a sé o semplicemente lo trovava carino.
La ragazza gli spiegò che persino i bar erano chiusi, perciò dovettero presto rinunciare al caffè.
Si accontentarono di una passeggiata lungo i Navigli.
«Sei un alieno, dimmi la verità. Comunque io sono Rebecca».
«Io sono Timothy».
«Be’, Timothy, sappi che solo tu in tutto il mondo non sai cosa sta accadendo».
«Se ti dicessi da dove vengo mi prenderesti per pazzo».
«Credimi, ne ho sentite di cotte e di crude. Prova a sorprendermi se ci riesci».
«Vengo dal 1972. Ho una malattia che è anche un superpotere: la mia amigdala esplode e mi ritrovo per magia in un’altra epoca».
«Questa è la cosa più assurda che abbia mai sentito».
«Che ti avevo detto. Aspetta, ti faccio vedere una cosa», così dicendo Timothy cacciò dai pantaloni la sua carta d’identità in cui c’era la madre di tutte le prove: era nato il 28 agosto 1952.
La ragazza rimase esterrefatta.
«Mia madre non sa che sono uscita di casa. Non ho nemmeno preso la mascherina. Se scopre che, nonostante tutto, sono anche insieme a un ragazzo venuto dal passato per intercessione della sua amigdala esplosiva… be’, come minimo mi ammanetta al tavolo della cucina».
«Perché sei scappata?».
«Avevo bisogno di evadere, di prendere una boccata d’aria; così, be’, ho deciso di andare a comprarmi una crema solare per quest’estate… nella speranza che prima di allora la quarantena sarà diventata una storia passata. Non ne posso più di starmene in casa con mia nonna che russa sul divano e mio fratello che ascolta Salmo a tutto volume».
«Salmo è il tipetto con la parrucca?».
«La parrucca?», rise per due minuti buoni.
«Ho visto un manifesto…»
«Ho capito a quale ti riferisci. So ben poco di quel tipetto, io ascolto i Nirvana quindi sono proprio di un altro pianeta rispetto al suo».
«I Nirvana?»
«Ah giusto, nel 1972 Kurt Cobain avrà avuto più o meno cinque anni».
«Anche io sono finito qui perché volevo evadere: casa mia è diventata un campo minato ultimamente. Mio padre ha lasciato me e mia madre per la prima cinderella con la faccia da angioletto. Mia madre invece… è un treno sull’orlo del deragliamento».

Rebecca si fermò tutta sussultante. Un riflesso di luce rimbalzò dall’acqua fino ai suoi occhi; fu un lampo confortante che schiarì per un secondo quel lungocanale pieno di nebbia e solitudine.
«Forse dovrei tornare a casa adesso».
«Aspetta. Prima dimmi di più sul Covid-19».
«Tutto è partito da Wuhan, in Cina, tra novembre e dicembre 2019: ci sono stati dei casi di polmonite acuta. La causa era praticamente ignota. Poi qualche cervellone della sociologia cinese ha scoperto che forse forse c’era un collegamento tra i casi di polmonite e il mercato locale dove si vendono serpenti, pipistrelli, polli, marmotte, e altra roba del genere. Così hanno iniziato a parlare di un virus proveniente dal mondo animale. Dalla Cina il virus si è diffuso quatto quatto anche in Europa. Morale della favola: l’Italia è il primo Paese in Europa per numero di contagiati e deceduti».
«Sai che sei davvero bella?».
La ragazza fu sorpresa da quell’uscita. Un falò invisibile le colorò le guance di rosso.
«Perché sei venuto qui? Avresti fatto meglio a restartene a casa, il mondo in questo 2020 non se la sta passando troppo bene».
«Non decido io dove andare e per quanto restare. Quando riprenderò coscienza sarò di nuovo nella mia stanza ma fino ad allora dovrò restarmene qui, da solo come un randagio».
«Va bene».
«Cosa?».
«Va bene».
«Vuoi dire che…?».
«Sì, aspetterò con te…».

Si addossarono al muricciolo che correva lungo il Canale e si raccontarono parecchie cose, certe veramente buffe altre troppo personali per replicarle. Fatto sta che all’improvviso qualcosa incollò le labbra di lei sulle labbra di lui.
Su nel cielo un bombardamento di stelle: è supponibile che fu la bellezza senza tempo del momento a spingerli a sognarlo, persi com’erano in quei secondi tanto umidi.
Dopo che tornarono sulla Terra Timothy fu il primo a riprendere la parola:
«Facciamo un gioco», esordì.
«Che gioco?»
«Chiudi gli occhi».
«Va bene».
La ragazza obbedì.
«Immagina un posto in cui vorresti essere adesso. Concentrati più che puoi, mi raccomando. Poi lo farò anche io».
Rebecca chiuse le palpebre tinte di rosa pastello e scivolò sull’onda della sua immaginazione. Poi Timothy fece lo stesso e un sorriso gli si piantò sulla faccia per tutto il tempo.
Dopodiché arrivò il momento di rivelarsi cosa avevano immaginato: Timothy un porto della Dalmazia, con tante barche ormeggiate e un vento fresco e sano. Rebecca (come si può intuire) aveva immaginato una spiaggia chiarissima, pentagrammata dalle orme dei gabbiani e un mare di un blu magnetico.
«Bene», riprese Timothy: «il tuo posto mi piace di più del mio. Ti va di ritornarci insieme? Io lo immaginerò esattamente come lo hai immaginato tu».
Rebecca rise timidamente. Prima di partire per quel nuovo viaggio di fantasia disse al ragazzo: «E se finisci lì sul serio?».
Timothy non tardò a replicare: «Te l’ho detto, non posso scegliere io dove andare. Ci finisco e basta».
Chiusero gli occhi e si dissero vicendevolmente cosa vedevano o percepivano in quell’oasi selvaggia e pazza di sole:
«Un’amaca».
«Un vento fresco».
«Il luccichio delle onde più lontane».
«Un peschereccio».
«Acqua gelata, brrr», disse lei rabbrividendo. E in quell’esatta frazione di secondo cercò la mano del ragazzo sotto l’imponenza del Canale Pavese, e la strinse forte.

«Vuoi ascoltare una canzone dei Nirvana?», gli chiese Rebecca eccitata.
Avevano smesso da ormai venti minuti di favoleggiare. Niente più oasi sperdute. Il vuoto assordante della città era tornato a opprimerli, ad agghiacciarli.
«Come pensi di farmeli ascoltare i Nirvana? Non hai mica un mangiadischi con te».
«Ho gli auricolari però».
«Che stregoneria è mai questa?».
«Vedrai, vedrai».
Gli passò una delle due cuffiette in cui partì ferocemente Smells like teen spirit.
«È il rumore più meraviglioso che abbia mai sentito in vita mia», commentò Timothy divertito.
Quando la canzone finì rimasero in silenzio entrambi. Timothy poi si levò in piedi e si affacciò sul Canale. Lei lo imitò.
«Non ti fa strano il fatto di avermi baciato? Potrei essere tuo nonno. In questo momento sono un vecchietto che probabilmente aspetta di andare a dormire vicino al camino».
«Posso essere sincera? La cosa mi eccita, sul serio!».
«Certo che nel 2020 siete proprio strani».
Risero entrambi, innamorati.
Ancora un breve silenzio; questa volta fu Rebecca a romperlo: «Non sei curioso di scoprire che fine hai fatto? Dove sei adesso, nel 2020 intendo».
«Sì, lo sono ma non so quanto sarebbe giusto scoprirlo. E se scoprendolo produciamo, che so, delle scariche elettrostatiche nell’universo che cambiano le cose anche nel 1972?».
«Parli come uno che ha appena visto il film Frequency, ah giusto, non è ancora uscito Frequency nel 1972. In ogni modo quali conseguenze potrà mai avere una sbirciatina?».
«Okay. Mi hai convinto. Dove pensi che potremmo cercarmi? Suona così strano dirlo».
«Facebook, ovvio».
«E ora che diamine è Facebook?».
«Fidati, non vuoi sul serio che te lo spieghi. Per oggi hai scoperto abbastanza».
Rebecca prese il cellulare dallo zainetto di pelle nera. Digitò “Timothy Carter”. Il secondo risultato la convinse; investigò ancora un po’ e quando aprì la foto non ci furono più dubbi: aveva trovato il ragazzo che aveva baciato. La sua faccia era un’autostrada di rughe, teneva un sigaro stretto tra le dita, il sorriso però era sempre lo stesso. Rebecca continuò a curiosare con un’espressione tra la meraviglia e il disappunto. Alla fine trovò dei messaggi sulla pagina di quell’uomo anziano; uno recitava queste parole:

Eri una persona come poche, di grande spirito e di una sincerità profonda; il Covid-19 non poteva scegliere una vittima più sbagliata. Che Dio possa accudirti nel grembo dell’Eternità.

Rebecca sbiancò.
«Promettimi che quando tornerai nel 1972 ti ricorderai per sempre di me e del Covid-19. Non devi uscire di casa quando vivrai questa emergenza nel futuro, cioè nel tuo presente, va be’, hai capito».
«Perché mi dici questo?».
«Promettimelo».
«Te lo prometto. Ora dimmi perché mi dici questo».
«Facebook dice che sei morto con il Covid-19. Ti hanno scritto un messaggio di addio che risale a circa una settimana fa».
«Non ci posso credere!».
«Me lo hai promesso».
«Sì, te l’ho promesso. Resto a casa».
I due decisero di continuare a seguire il lungocanale, mano nella mano. Rebecca ripeté più volte che a quell’ora sua madre doveva aver già chiamato i carabinieri e Timothy per consolarla le diceva che almeno sua madre si preoccupava per lei. Arrivarono in via Gorizia, poi da lì si spinsero fino alla Darsena.
Il silenzio si fece insostenibile. La notte era rinocerontica, brutta, parassitica. Timothy pensò che senza Rebecca sarebbe morto di malinconia. Così, rinvigorito da quel pensiero abbracciò la ragazza accanto alla Darsena che impazzava di fiamme lunari.
Rivolse la sua bocca a quella di lei e non appena chiuse gli occhi per baciarla fu falciato via da quel futuro che non gli apparteneva.

Il giorno dopo Rebecca suonò al citofono “Carter” in via Emilio Gola, una strada che sbuca sul Canale Pavese. Il balcone di quella casa era l’unico rigoglioso di tutto il tratto.
Ad aprirle la porta fu un vecchio con un’autostrada di rughe sulla faccia. Aveva i capelli bianchi e un sorriso inconfondibile.
«Ti aspettavo da tanto tempo», disse lui semplicemente.
La ragazza di diciotto anni arrossì, in modo identico a come il vecchio l’aveva vista arrossire quarantotto anni prima.
«È per merito tuo che sono ancora vivo oggi. Ieri mi hai salvato la vita», non appena finì di dirlo una ragazza sulla trentina, riccia, con dei jeans a sigaretta scese dalla macchina e si avvicinò all’uscio del vecchio. Rimase imbambolata, cercava di capire chi fosse quella ragazzina che arrossiva di fronte a suo padre.
«Lei è mia figlia Rebecca».
«Tanto piacere», disse la ragazzina con le guance in fiamme.
A Rebecca sembrò incredibile che il vecchio avesse chiamato sua figlia come lei. Non molto più tardi andò via, felice di aver salvato la vita a uno sconosciuto.


Fine.


Antonello Mortato.

About The Author

Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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