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The Irishman – Recensione

Frank Sheeran è un autista di camion irlandese che, sfruttando la sua indole di uomo affidabile ed ambizioso, riesce ad entrare nelle simpatie di Russell Bufalino, un boss della malavita serafico ma nel contempo molto temuto e rispettato. L’ascesa di Frank nei meandri dell’antipotere americano prosegue tramite la conoscenza di Jimmy Hoffa, capo del sindacato dei camionisti che, come Russel, lo prende a suo fianco in veste di guardaspalle e persona fidata. Una duplice amicizia che lo accompagnerà nel lungo percorso del dopoguerra americano attraverso i grandi momenti storici: dagli ultimi momenti di Kennedy, passando dalla Baia dei porci, fino alla lotta sindacale dove la malavita mafiosa, soprattutto di origine italiana (come meglio si percepisce nella versione originale non doppiata in cui gli attori citano brevi dialoghi in dialetto nostrano) ha tessuto strette correlazioni incidendo in maniera fondamentale nell’andamento socio politico statunitense.

Tratto dal libro di Charles Brandt, I Heard You Paint Houses, Scorsese decide di non raccontare semplicemente la storia biografica di un freddo sicario trapiantato dall’Irlanda a Philadelphia con la qualità di saper, meglio di altri, “dipingere le case” ma ne sfrutta la soggettiva per esporre quella parte di società tanto nascosta quanto simbiotica sia col potere che con la collettività civile. A differenza di altri suoi precedenti film non cerca di inserire una lente di ingrandimento sugli aspetti umani di persone tanto terribili quanto immorali né di comprenderle o buttargli sopra un velo di comprensione cristiana come un regista/Dio della sua statura potrebbe concedersi.

Scorsese semplicemente sceglie una narrazione imparziale degli eventi da cui le contraddizioni scaturiscono in maniera naturale nel dipanarsi del gomitolo espositivo ed evidenziate in particolar modo nelle dinamiche familiari. Non è un caso infatti che le sequenze delle numerose uccisioni siano riprese in campo largo, quasi in maniera statica, o addirittura non mostrate neppure lasciando l’onere ad immagini di repertorio prese da giornali dell’epoca. Non è il sangue a parlare, a mostrarti l’orrore culturale di un’epoca, perché ciò che si vede è già avvenuto, l’emotività ormai svanita nel passare delle stagioni e questo, il regista di origine palermitana, lo mette in chiaro sin dall’inizio quando mostra un anziano Sheeran all’interno di una casa di riposo nell’intento di spiegarti “come cazzo è iniziato tutto questo”.

Il film mostra circa 30 anni di storia americana senza mai fermarsi, sia dal punto di vista dei dialoghi che dei movimenti di macchina. Un ritmo sostenuto ma costante che, come un maratoneta, decide di dosare in ogni inquadratura la giusta energia artistica senza mai sovraesporsi in forzature tecniche o di trama.

The Irishman è un gangster movie intimista e malinconico che mette da parte la spettacolarizzazione insita nel DNA del genere per lasciare spazio a tre ore e mezza di puro cinema. Una malinconia rafforzata dalla bellezza recitativa di tre capisaldi della new Hollywood (quattro considerando anche Harvey Keitel) che a quasi 80 anni si ritrovano assieme travolgendo lo spettatore con la loro veemente personalità. De Niro che ritorna ai fasti dei suoi anni migliori, Al Pacino che riempie l’inquadratura lavorando in maniera enfatica e che viene perfettamente controbilanciato da uno straordinario Joe Pesci che invece opera per sottrazione.

In conclusione The Irishman si può considerare un compendio tecnico ed artistico di cinema contemporaneo. 209 minuti in cui non esiste un singolo frame che non sia stato pensato nei più piccoli dettagli. Ed è forse questo il suo più grande difetto. L’eccessiva attenzione ai dettagli ed una narrazione stratificata di significati che straripano all’interno di una trama dove molti fatti sono ancora oggi poco assimilati dalla cultura popolare. Un film quindi non costruito per il pubblico (a proposito della polemica coi film Marvel) ma proprio per questo da apprezzare di più. Scorsese non ci regala un prodotto ma piccole essenze dei suoi sogni come solo i più grandi del cinema ci hanno sempre dedicato.

 Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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