venerdì 14 Agosto 2020 - 19:52

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The End – Black Sabbath – Recensione

Sabbath-The-End

 

BLACK SABBATH – THE END

Addio alle armi?

INCIPIT (polemico andante)

È pressoché inutile girarci attorno, affidarsi a sterili metafore o a discorsi complicati per arrivarci, prendiamo la cosa di petto e chiudiamo così: i Black Sabbath sono Ozzy Osbourne. Facciamocene una ragione. Chi se ne frega se il fulcro del gruppo è da sempre quel mirabile chitarrista che con le sue dita a inciso alcuni dei riff più celebri della storia del rock e del metal, chi se ne frega se la metà della loro produzione ha visto dietro il microfono cantanti INFINITAMENTE più dotati con risultati eccelsi, dai brevissimi interregni di Ian Gillan e Glenn Hughes (cosa non è Seventh Star!), all’immenso Ronnie James Dio (credo di non dover aggiungere altro), fino ai capolavori misconosciuti  (anche perché fuori catalogo e finora mai ristampati) con Tony Martin (compreso quel Forbidden, imperfetto ma di parecchio superiore a un Never Say Die);  per la stampa e per il pubblico conta solamente una parte della storia, e non necessariamente la migliore. E così, mentre il buon Iommi percorreva instancabile le corde della sua chitarra affiancato da cotanti maestri, portando avanti la responsabilità di un nome storico quanto ingombrante, e parallelamente un sempre più disfatto Ozzy campava dignitosamente con una carriera solista per buona parte validissima, giornalisti a più riprese chiedevano periodicamente “A quando la reunion?”. Signori miei, c’est la vie! E Ozzy è da sempre gelosissimo della band che lo ha portato alla gloria, tanto da alimentare le voci della stampa con i suoi continui tentennamenti e arrivando addirittura a citare in giudizio i suoi, al tempo, ex-compagni per l’uso improprio del nome. Possiamo sbattete la testa contro il muro quanto ci pare, dirci che la breve storia tracciata di recente dagli Heaven and Hell meritava un prosieguo più roseo, ma di fronte a una reunion tanto bramata e chiacchierata ogni altro discorso diventa fumo. Ci provarono nel 98 con un buon live (e due inediti non esattamente indimenticabili) ma solo nel 2013 il tutto si è effettivamente concretizzato. E a essere onesti bisogna ammettere che “13” è un dignitosissimo album, niente di nuovo sotto il sole (citazione involontaria) eppure ben bilanciato nelle sue citazioni e nello stile, con alcuni pezzi che i sabbi di Ozzy non scrivevano da ere geologiche; il vero colpo di genio fu tuttavia chiudere l’ultima traccia con lo stesso rumore di pioggia e campane che apriva l’ineguagliabile debout-album, cosa che a più di uno aveva fatto pensare alla fine di tutto. E invece no, forse alimentati da una ripresa di entusiasmo, di entrate consistenti o che ne so, i nostri decidono di andare avanti, almeno fino all’annuncio della malattia di Tony Iommi, e di qui l’idea di un tour d’addio, con tanto di ultimo disco in vendita nei luoghi dei concerti, con buona pace dei poracci che devono accontentarsi di Ebay o canali simili. Ma il fine giustifica i mezzi, per cui eccoci qui a parlare di “The End”, sempre che di fine si tratti.

RECENSIONE (Odi et amo)

Chi come me al tempo acquistò l’edizione deluxe di “13” si trovò tra le mani un cd bonus con tre canzoni inedite, ovvero scarti di registrazioni del disco, tracce ordinarie, a tratti pericolosamente vicine allo stile di Ozzy solista, niente di imperdibile ma sufficiente a giustificare due o tre euro di differenza con l’edizione standard. Ora i nostri ci presentano un album inedito solo a metà: 4 tracce su 8 infatti sono brani dal vivo risalenti alla recente tourné. Verrebbe naturale pensare che, unendo le tre tracce bonus di cui sopra con le quattro di quest’uscita si sarebbe potuto tranquillamente comporre un album, ma ciò non è accaduto per un motivo molto semplice: nessuna di queste 7 aveva evidentemente sufficiente anima o valore per sostenere il peso di un disco ufficiale. E allora tanto vale dividerle e farle passare per bonus o per omaggio ai fan (e “ce tocca” pure ringraziare). Il discorso fatto in apertura si può applicare in buona parte anche a queste 4 tracce “inedite”, anch’esserisalenti alle sessioni di registrazione di “13”. Season Of The Dead non sarebbe nemmeno male, con il buon riffing malvagio di Iommi e una sorta dii refrain piuttosto riuscita, e anche Cry All Night risulta tutto sommato piacevole e poco più, inficiata purtroppo dall’inserimento sul finale degli stessi suoni di pioggia e campane tanto apprezzati in”13” quanto incomprensibili  (e imperdonabili) in questa sede. Il punto però rimane lo stesso: possono due tracce carine ma standard reggere il peso del nome Black Sabbath? Per come la vedo io, no! Le successive due tracce poi non fanno che creare grande confusione nell’ascoltatore, risultando più vicine alla produzione moderna di Ozzy  (e sti c***), anonime e prive di spessore, e scivolano via senza lasciare molto se non un filo di amarezza. Ma il vero autogol è poco più avanti, nelle tracce live! Lasciando da parte il recupero della bellissima Under the sun, le altre tracce sono gli episodi migliori di 13! E riascoltandole ci rendiamo conto ancora una volta del fatto che i nostri siano in grado, volendo, di realizzare pezzi più che validi nonostante gli anni alle spalle, e diventa quindi impietoso il confronto con i cosiddetti inediti che, posti così vicini, sembrano usciti da un’altra band. Comprensibile il desiderio di offrire qualcosa che sancisse la (presunta) fine di una storia travagliata quanto bella, ma quando si ha a che fare con la Leggenda, non mi stancherò mai di dirlo, il rispetto per se stessi e per i fans dovrebbe essere la prima regola da seguire, e la fine perfetta era stata già scritta nelle ulteriori note di “Dead Father”, alla fine dell’ultimo vero album dei Black Sabbath di Ozzy, sicuramente non i migliori ma gli unici, volenti o nolenti, che un certo estabilishment, affiancato dalla scarsa memoria della stampa, ricorderà.

…Rumore di pioggia e di campane….

Enrico Spinelli

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