domenica 15 Dicembre 2019 - 06:41

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The Cure live @ Firenze Rocks – Recensione

Dopo mesi di attesa, annunci seguiti da hype e critiche, giorni di folle oceaniche nel capoluogo toscano, ci si rende finalmente conto che non poteva esserci un migliore modo di chiudere questa terza edizione del Firenze Rocks. Si, perché i The Cure hanno letteralmente incantato il pubblico del festival con uno show memorabile, già entrato di diritto sul podio delle migliori cose viste nei tre anni della kermesse fiorentina.

Foto by Firenze Rocks (Prandoni, Di Vincenzo, Meucci)

Giornata segnata dal caldo, come del resto tutto il weekend, e segnata da una serie di esibizioni di livello. Bangcock, Siberia e Balthazar per iniziare e a seguire il bello spettacolo degli Editors (peccato per i soli 45 minuti) e l’energica performance dei Sum 41, nonostante al netto fossero i più fuori contesto tra le band della quarta giornata del Firenze Rocks.

Ma il pubblico era tutto per i The Cure, una platea variegata e dall’età media piuttosto elevata rispetto agli standard di un festival estivo. Logico e bello che sia così, come è stato altrettanto logico (ma meno bello) constatare le code ai bagni più lunghe rispetto ai suddetti standard.

Battute a parte, quando si parla dei The Cure lo si fa al cospetto di una band con 40 anni di onoratissima carriera, con il merito di radunare sotto lo stage molte generazioni di fan. Ciò non può che accrescere la sensazione che si ha nell’assistere a una serata potenzialmente storica. Basta attendere le 21:00 per realizzare come sia veramente così.

La band arriva sul palco con Shake Dog Shake, ognuno dei cinque membri è protagonista dei primi minuti di esibizione, con un maxischermo di sfondo per ciascuno. Simon Gallup al basso, Jason Cooper alla batteria, Roger O’Donnel alle tastiere e Reeves Gabrels alla chitarra. Ma con il trascorrere delle canzoni non può che essere il cantante Robert Smith a rubare la scena.

Meravigliosa la sua forma vocale, il tempo per la sua ugola sembra proprio non essere trascorso; meraviglioso lui, con le sue movenze accennate e quello sguardo ipnotico, spesso rivolto al cielo, il britannico sembra proprio divertirsi per tutta la durata dell’esibizione. Impossibile non amarlo.

Il pubblico assiste alla bellissima performance  in contemplazione, notevolissimi anche i giochi di luci e colori ben congegnati per ogni singolo pezzo. Un crescendo emotivo e collettivo, il primo vero e proprio lo si ha con Pictures of You, che passa attraverso una scaletta godibilissima, che rende onore a tutta la discografia della band. Verso metà scaletta la luna piena si affaccia dietro all’enorme stage del Firenze Rocks diventando co-protagonista del live, quasi sembra arricchire la scenografia.

La prima parte dura ben 21 pezzi, chiusa dalla drammatica One Hundred Years, per poi dedicare la seconda parte a un vero e proprio greatest hits dei The Cure aperto da Lullaby. Il quartetto finale vede in successione Friday I’m in Love, Close to Me, Why I Can’t Be You e Boys Don’t Cry. E qui serve aggiungere altro.

Due ore e mezzo di live senza mai perdere un colpo. Una durata molto consistente, elemento che era mancato agli altri headliner dell’edizione 2019.

I The Cure si congedano con i sentitissimi applausi del pubblico promettendo di tornare presto (in arrivo per fine anno il nuovo album). Tornerà presto anche il Firenze Rocks e sarà interessante vedere quale direzione prenderà questo grande festival, ma intanto le soddisfazioni anche quest’anno non sono mancate con Robert Smith come splendida chiosa del tutto in una notte dove anche molti boys han pianto.

Francesco Barducci

PS: a questo link trovate anche la recensione della prima serata del festival con i Tool e Smashing Pumpkins

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Francesco Barducci

Responsabile categoria MEDIA e autore di Switch OFF per Breakoff.it // videomaker di Bischerate e speaker per Break the Radio // grafico senza pedigree // nel tempo libero bere, dormire, pedalare, ripetere.

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