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Terminator: Dark Fate – Recensione

Sono passati quasi 30 anni da quando Sarah Connor sventò il giorno del giudizio salvando suo figlio John Connor, futuro capo della resistenza, dalle macchine che si ribelleranno agli umani in un possibile avvenire.

Il tempo passa, nella saga cinematografica e nella realtà non impressa nella celluloide, e l’ignoto, che un tempo era lontanamente immaginabile, si svela lentamente nel nostro quotidiano. Ovviamente non fronteggiamo ancora robot killer, che rimangono elemento allegorico della storia creata da Cameron nel 1984, ma la mera tecnologia. L’elemento terrorifico dei primi due film anni ‘80-‘90, ai quali la storia si ricollega non considerando i successivi tre episodi, non risiedeva tanto nella forza che un elemento meccanico con un un’intelligenza artificiale vuota di sentimenti potesse usare contro gli umani, quanto nella stessa incapacità che avrebbe avuto l’uomo nel gestire questa intelligenza da lui stesso creata e l’illusione che sarebbe riuscito a farlo, senza porsi quindi alcun limite etico.

Di fronte agli occhi abbiamo micro e macro esempi quotidiani di come tutto questo stia effettivamente accadendo nonostante la mancante (per fortuna) trascendenza in risvolti apocalittici. Assuefatti quindi alle capacità tecniche dell’attuale tecnologia e di come questa si stia sempre più “umanizzando” quello che rimane di questa saga è uno scontro action tra protagonisti che appartengono più coerentemente alla corrente dei cinecomic marvelliani o della DC che a quella thriller-fantascientifica dei primi Terminator.

La storia, ambientata ai giorni nostri, non si discosta particolarmente dai precedenti capitoli. Un terminator Rev-9, tecnologicamente avanzatissimo e praticamente imbattibile, arriva dal futuro per uccidere Dani Ramos, un’operaia messicana che avrà una forte influenza nel combattere le macchine. A proteggerla c’è Grace, una soldatessa proveniente dalla stessa epoca del Rev-9, geneticamente modificata, che assieme all’aiuto di Sarah Connor cercherà di salvarla componendo di fatto una trinità a genere femminile con lo scopo di cambiare il corso degli eventi e sovvertire la quasi inevitabile apocalisse a matrice meccanico-digitale.

Cameron torna alla produzione di una delle migliori saghe fantascientifiche di sempre aggiungendo risvolti contemporanei in campo politico, sociale e religioso quasi sentisse il bisogno di focalizzare l’attenzione dello spettatore su temi connessi alla condizione umana tralasciando quelli ormai ampiamente trattati dell’ambito distopico-temporale. Miller, dopo il successo con Deadpool, mantiene il film con un ottimo ritmo e scene d’azione con impeccabili coreografie ed una fotografia di guerra in uno stile grunge patinato ma, probabilmente condizionato dai toni del suo precedente lavoro, aggiunge un’inclinazione caustica alla storia che male si accompagna estetica steelpunkdell’originale.

In conclusione Terminator Dark Fate è un film che a causa del suo genere natale non riesce a collocarsi strutturalmente nell’epoca attuale. L’opera di Miller sa intrattenere, la storia di Cameron si arricchisce di una profondità che mancava ai seguiti “apocrifi” dei primi due storici episodi, ma parlano ad una società che non ha più timore di un certo tipo di futuro e dove la tecnologia non viene più iconizzata dai bracci meccanici antropomorfi presenti nelle catene di montaggio industriali (come viene evidenziato all’inizio del film) ma è invece concepita come un qualcosa di più incorporeo e che si mostra placidamente attraverso svariati tipi di interfacce digitali. Uno spettro più inconscio e meno materiale che mal si rapporta alla fisicità indistruttibile di cyborg futuristici.

Dopo i quattro tentativi di proseguire un franchising iniziato oltre 30 anni fa è forse giunto il momento che la produzione prenda atto che Terminator fu un film che funzionò perché si collocava in un contesto di esponenziale avanzamento tecnologico e che oggi questo concept può essere solo migliorato tecnicamente senza però ormai più riuscire a rendersi organico alla società per il quale verrebbe generato.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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