venerdì 29 Maggio 2020 - 02:02

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Sorrise la vita

Pianse a lungo, quella sera.

Pianse quante lacrime aveva in corpo, tanto che gli sembrò, nel tremito, che persino il suo cuore, alla fine, si fosse inaridito.

Durante quei giorni bui, di forzata prigionia, condivisa quanto funesta e alienante, era comparsa sempre più spesso una strana fitta al cuore, un rigurgito d’emozione, di malinconica sofferenza, che si era fatta sempre più manifesta, sempre più ingombrante. Il distacco, seppur solamente fisico, dal resto del mondo, stava causando nel suo cuore un’emotività forte.

Ad ogni notizia, ad ogni numero, ad ogni morte, il pianto e la rabbia salivano dal basso e cercavano una via d’uscita che, quella sera, furono finalmente gli occhi.

Come poteva succedere? Come poteva quel presente finora così perfetto, costellato di difficoltà a stento ormai definibili tali, divenire ora così oscuro? Fin quando l’umanità sarebbe vissuta in quel tempo senza tempo, in quella parentesi disgraziata tra il “prima” e il “dopo”?

La gente moriva quell’anno, pensò guardando dalla finestra. Quante vite in quel momento, sole, se ne stavano andando? Quante lingue tacevano per sempre senza poter dire “ti voglio bene” un’ultima volta, quanti occhi perdevano la loro luce in un buio già troppo fitto? Quante voci gridavano da ogni dove per chiedere aiuto, per dire la loro, per scontrarsi, per far guerra, per additare un vicino, per accusare, per incolpare, per dimenticarsi, forse, per qualche attimo del “nemico” vero?

Le domande si facevano pesanti quella sera e, come massi, avevano ostruito il suo cuore, al pari di tanti altri, che ogni sera guardavano le stelle sperando in una risposta, che tardava ad arrivare.

Una risposta da chi? Si domandava, chi stava osservando il mondo sofferente? Perché nessuno accorreva in suo aiuto, donando un “miracolo”?

Era molto tardi, le luci erano ormai tutte spente. Si recò sul balcone, una delle ultime porte sul mondo rimaste, finestre che collegavano da mesi universi separati eppure così vicini.

Guardando il buio si chiese dove fosse l’amore. Dov’era andato l’amore per chi l’aveva sempre vissuto? Per chi, invece, l’aveva ormai perduto? Se l’era forse portato via la vita, quella vita che ormai sembrava un passato lontano e un futuro incerto? L’avrebbe ritrovato l’amore chi, ormai, neppure riusciva a chiamarlo a voce alta? La vita stessa, quella bella vita, dove se n’era andata?

Sapeva bene che la speranza poteva essere un veleno pericoloso, che dava forza a corpi destinati al nulla e a menti condannate al buio, che faceva perdurare cause perse e smuovere spiriti spenti.

In quel tempo quindi, aveva smesso di sperare.

Pianse forte quella sera, in ginocchio sul freddo marmo del balcone, mentre le stelle, lontane, guardavano mute, quel gemito così lontano e così abbandonato.

Passarono lunghi minuti di silenzio, finché non arrivò, infine, una risposta.

Non fu una voce a farsi sentire, non fu un grido o un saluto, ma fu una melodia.

Una musica di violino si levò nel buio di quella notte, prima sottile, poche note, poi più distinta e coesa.

Suonava l’Hallelujah.

Accompagnò il suo pianto, che non si fermò per quell’inaspettata presenza, ma almeno non fu più solo.
Le note di quel violino, di quella musica creata da un’anima che, da qualche finestra, guardava anch’essa il cielo, decisero di farsi compagne e amiche dignitose, non irruente, ma rispettose di quel dolore condiviso.

La musica cambiò pian piano, divenne più forte, più speranzosa. Si unì, d’improvviso, un altro strumento più lontano, da una casa nascosta. Li raggiunse poco tempo dopo anche una viola, una chitarra, un flauto e un clavicembalo. Qualche luce si accese, qualcuno si affacciò alla finestra, mentre anche il pianto si faceva meno turbato e più sommesso, quasi stregato da quell’improvviso spettacolo, da quella condivisione inaspettata eppure delicata, rispettosa.

La musica continuava, si innalzava verso il cielo, si accendevano le luci, si animavano i balconi, qualche voce si unì alla melodia, alle note si aggiunse il canto, che in poco tempo divenne coro, forte, sempre più forte.

Cadde l’ultima lacrima, vari volti si intravedevano ormai in quella notte, non più così buia. Altri, affacciati a finestre, terrazze e porticati, portavano i segni di sonni perduti, di dolori forti, di paure cupe, ma tutti brillavano di una consapevolezza nuova: non erano più soli.

Il suo cuore si fece più caldo. Si accorse che il suo dolore non era mai stato “unico”. Forse la vita c’era ancora, non si era fermata, non si era addormentata, aveva solo un volto diverso. Era nei volti dei cari, di chi condivideva da mesi le stesse mura, di chi lottava all’esterno, di chi gridava, ma anche di chi piangeva.
Forse anche la vita, insieme all’amore, era stata in ginocchio su quel balcone, quella sera, con il volto tra le mani.
Non aveva lasciato da solo nessuno, perché era fatta di tutti e con tutti sarebbe tornata.

Decise, asciugandosi gli occhi, che avrebbe cercato la forza, una forza nuova e che l’avrebbe condivisa con chi non ne aveva quasi più. Decise che avrebbe teso la mano, che avrebbe cantato, suonato, che avrebbe scritto di quella speranza. Decise che avrebbe, durante quel “dopo” che sarebbe arrivato, fatto tutto con spirito diverso, che avrebbe vissuto e che avrebbe amato, anche per i cuori spezzati, anche per quelli abbandonati.
Decise che avrebbe applaudito all’alba sul mare, che avrebbe letto poesie al cielo e cantato al tramonto d’estate. Decise che avrebbe abbracciato, accolto, sospirato, sorriso, anche pianto di nuovo, ma che avrebbe vissuto.
Perché la vita è fatta di momenti, di dolore o d’amore, ma che sta a chi li coglie farne tesoro.

Niente fu perduto, quella sera. Nessuno pianse più, se non di speranza, divenuta balsamo e non più veleno. Si tornò a lottare, di nuovo, anche per chi cadeva.

Quella sera, sorrisero la vita e anche le stelle, prima mute spettatrici, ma che da quel momento sembravano brillare più forte, in un cielo buio, ma pieno di luce.

Emanuele De Napoli

About The Author

Emanuele De Napoli

Praticante avvocato e appassionato di scrittura e lettura fin dall'infanzia // Con piccoli racconti e "fotogrammi" di vite e pensieri (a volte assai distanti tra loro) cerca di descrivere la realtà rincorrendo l'immaginazione.

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2 Comments

  1. Flavia Giliberti

    Un bel racconto, pacato, sentito, nel profondo. Senza retorica, esprime sentimenti che molti hanno condiviso in questo periodo difficile, rendendoli nella loro autenticità . Quindi per me si tratta di una scrittura vera semplice e nel contempo efficace

    Reply
  2. Maricetta Ninotta

    Bravissimo!!!! Complimenti….Il racconto mi ha emozionato! E’ molto profondo ed è anche scritto benissimo! Sono contenta di averlo letto e spero di leggere qualcos’altro!
    Maricetta Ninotta

    Reply

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