sabato 19 Ottobre 2019 - 18:14

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Shakespeare spiegato a degli apatici

Faremo un esperimento questa volta. “Ma quale esperimento”, penserete, “ho la crema solare e il telo pronti nella sporta”. Non dovrete fare niente di laborioso, ve lo prometto. Facciamo che prendete baracca e burattini e continuate a leggermi direttamente in spiaggia, con la brezza che vi spettina.

Pronti? Si tratta di una expérimentation che può rivelarsi anche spassosa. Veniamo al dunque: oggi spiegheremo Shakespeare ad una classe di energumeni apatici e senza alcun trasporto emotivo. Avete presente gli amichetti in balia dei testosteroni nel film American Pie? Bene, fate finta più o meno che siano loro gli uditori prescelti per questo esperimento. Immaginate ora di prendere in mano La Tempesta shakespeariana e di doverla esemplificare in modo tale che i nostri amici castoretti possano capirla e apprezzarla. Dobbiamo fare, in poche parole, un lavoro di riattualizzazione programmatica.
Per prima cosa vanno date le informazioni basilari sull’opera, quelle che consentono di individuarla su di un asse spazio-temporale. Si tratta della penultima opera teatrale di mastro Shakesperare, scritta nel 1610-11 e rappresentata nello stesso anno al Whitehall palace di Londra.
Il drammaturgo era ancora nella fase dei cosiddetti late romances (“drammi romanzeschi”), una fase in cui era alquanto immalinconito, forse dal fatto che sapesse di essere arrivato ormai al capolinea della sua pluridecennale carriera. Questi drammi sono tutti caratterizzati da un forte misticismo di fondo e dall’elemento sacro.

Fermiamoci giusto un secondo. Nel frattempo i cervelli a colabrodo si saranno detti: “Misti… che?”. Sono certo che anche nelle vostre di teste vi frulla una domanda, ovvero a che pro tutto questo, per quale diavolo di ragione fare una exploit del genere. È molto semplice: sono convinto che la letteratura sia una miniera di spunti per chiunque, una stazione in cui l’elettroattività emotiva è ininterrotta, continuamente solleticante. Ma per poterlo dire con maggior convinzione è il caso di terminare prima il nostro simpatico esperimento. Torniamo alla lezione, abbiamo lasciato i piccoli Mark Twain con lo sguardo perso nel bianco della parete, con tanto di scialorrea, nell’intento di afferrare il significato di “misticismo”. Da ora in poi niente più parole difficili per loro. Non più “misticismo”, semmai “voglia di dire avemmarie a più non posso fino a credere di essere parte integrante di un presepe gigante”.
Uno degli astanti è ardito e prende la parola per chiederci di cosa parli “stammerda”.
Allora “stammerda” vede al centro il mago e duca di Milano Prospero. Un vero e proprio figlio di buona donna che trama inganni, manipola e rende la vita un inferno a tutti quelli ostacolano i suoi piani di vendetta. Vuole farla pagare a suo fratello Antonio che lo ha defraudato (per i castoretti “fregato”) ed esiliato su un’isola dimenticata da Dio insieme a sua figlia Miranda. Mentre Antonio e il suo alleato (“compare”) Alonso tornano in mare da Cartagine, Prospero scatena una tempesta che trascina i due naviganti (“Pinocchio e suo padre”) sull’isola.

A questo punto, per evitare che i presenti cadano in un sonno catatonico chiederemo se qualcuno di loro si sia mai trovato in una situazione simile. Se siamo fortunati uno di loro interverrà per raccontarci di quando suo fratello gli ha soffiato il posto sul divano, quello proprio di fronte alla TV, insieme al controller della PlayStation e tutto per colpa dell’imprudenza di essere andato a frugare nel frigo. C’era poi stata la vendetta – sorprendentemente vicina a quella shakespeariana -, ovvero: dopo essersi rimpinzato ha scatenato una tempesta bella e buona bombardando il fratello con i popcorn. Dopo questa preziosa testimonianza magari qualcun altro prenderà coraggio ed entrerà nella discussione, supponiamo una ragazza (una delle poche della combriccola), la quale ci racconta di quando sua sorella piú piccola, tutta paillettes e post-it, le ha buttato il sacco di mangime per l’iguana. Lei per tutta risposta l’ha investita con una tempesta di insulti.

Come sapete il dramma si conclude con una riconciliazione: i naufraghi si ritrovano tutti nella grotta di Prospero. Miranda invece si prende una bella sbandata per Ferdinando, il figlio di Alonso.
Nel finale la storia sembra decelerare e alla freneticità dell’insieme si sostituisce un algoritmo della pace tutto teatrale. Tradotto per i discoli: “e vissero tutti felici e contenti” o quasi tutti, Prospero infatti rischierà le penne: il figlio della strega dell’isola insieme a due convinti bevitori trameranno contro di lui. Il loro piano però risulterà fin da subito farsesco (“nacagata”).
Siamo arrivati al momento tanto atteso dell’attualizzazione. Per prima cosa ci verrebbe da pensare che la vendetta portata dalla tempesta sia quasi necessaria e risolutiva. Senza quel naufragio le vicende probabilmente non si sarebbero risolte nel modo in cui si sono risolte, i protagonisti non avrebbero trovato asilo presso la grotta. A questo punto sarebbe solo da immaginare una fine alternativa della storia, probabilmente con forconi e un’altra lunga serie di inesorabili siparietti vendicativi.
Il fatto è che ad un gruppo di faciloni apatici non si può dire che la vendetta si sia dimostrata positiva. Il ragazzo che aveva crivellato il fratello con i popcorn potrebbe prendere la faccenda della vendetta troppo sul serio e finire per pestarlo a sangue la volta in cui si ripresenterà l’occasione. Allo stesso modo la ragazza che va matta per gli anfibi potrebbe riversare sulla sorellina l’ira funesta di una delle creature rettiliformi del racconto “The Fall of Lemuria” di Richard S. Shaver. La vendetta metaforizzata da Shakespeare nella Tempesta ha bisogno di uno sforzo intellettuale per essere compresa, difatti è facile travisarne il significato e altrettanto facile sarebbe approcciarsi ad essa con un distacco apotropaico. La nemesi di questo dramma, a mio avviso, va interpretata come l’unica via percorribile di fronte ad un sorpruso, ad un atto di violenza a cui non è possibile controbattere con nessuna scaltra manovra diplomatica né con una trattativa ragionata davanti ad una tazza di Earl Grey. Quella di Prospero è una sorta di rivalsa personale per non cedere alla passività e non soccombere ad una condizione di inferiorità imposta. Ora mi aspetto che mi interrompiate per dirmi una cosa del tipo: “Non starai dicendo che la vendetta è giustificabile?”. Non propriamente sarebbe la mia risposta. La vendetta non è mai eticamente giustificata eppure, talvolta, può essere opportuna. Ad esempio lo è quando si è angariati da pugni di ferro e ci si ritrova a dover drasticamente scegliere tra due strade, quella che porta all’abnegazione e all’accettazione della ‘filosofia del liberticidio’ e quella che richiede un atto estremo di protesta. Tutte queste belle parole, come ho già detto, non possiamo dirle ai castoretti che saranno ormai in fase di requiem. Nei loro occhi si riuscirebbe addirittura a leggere: sonno-sonno-sonno-fame-sonno. Ci limiteremo a dire loro che Prospero è un maghetto insolente e che nel dramma si è comportato come tale. Con sorpresa, un apatico seduto nelle ultime file che era stato per tutto il tempo una statua di gesso si interpone dicendo che Prospero ha agito malamente. Secondo lui avrebbe fatto meglio a restarsene sull’isola a farsi la vacanza, almeno non avrebbe avuto rogne e si sarebbe anche divertito con le belle isolane. Tutti sghignazzerebbero di sicuro, anche noi non disdegneremmo un sorrisetto tra l’incredulità e la disapprovazione.

Se l’esperimento è riuscito? È difficile dirlo. Diciamo che perlomeno non è stato sabotato. Gli apatici resteranno apatici ma, in fondo, non avevamo in mente nessun epilogo miracoloso. Di certo possiamo congedarci a fronte alta, come soldati di riguardo. Non sapremo mai se il pubblico avrà compreso il dramma shakespeariano, cosí come non sapremo mai in quanti di loro sia rimasto qualcosa. Ma se avranno preso la parola, se saranno intervenuti con delle loro esperienze personali (per quanto incongruenti e decontestualizzate) vorrà dire che si è mosso qualcosa sul fondale. Volete un consiglio? Tenete ben lontana l’idea di una verifica visto che, come si è detto, non possiamo sapere come la morale dell’opera sia stata recepita dai presenti. Sarebbe meglio, a questo punto, stare alla larga da dei possibili ‘nuovi Prospero’ che al “misterioso V” gli farebbero un baffo.

Antonello Mortato

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Antonello Mortato

Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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