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Ritorno al Futuro – Recensione

Era il 18 Ottobre 1985 quando uscì il primo film della saga di Ritorno al Futuro, una delle icone cinematografiche più amate di sempre da critica e pubblico e che ha superato positivamente il giudizio di più generazioni. Come un riff dei Led Zeppelin o come il sapore della torta di mele della nonna, riesce a mantenere inalterata la propria capacità di sorprendere ed appagare il pubblico rimanendo anche tecnicamente molto giovane nonostante l’uso quasi primordiale degli effetti visivi. Rughe di celluloide che aumentano solo il fascino di un prodotto creato fuori da ogni schema commerciale-distributivo che libra nel tempo come solo la stessa DeLorean, protagonista del film, ha saputo fare.

Nonostante si basasse su un tema molto in voga negli sci-fi degli anni ’80, ovvero i viaggi temporali, lo si può considerare un film assolutamente anticonvenzionale. Non solo per l’unione dei toni da commedia brillante all’interno di un contesto fantascientifico, ma anche per l’utilizzo di argomenti molto forti come quelli dell’incesto, dell’omicidio del padre da parte di un despota di ispirazione “trumpiana”, del terrorismo libico, del bullismo. Senza contare che il tutto si basa sulla strana amicizia tra un teenager con aspirazioni da rockstar ed uno scienziato geniale e solitario influenzato dai racconti di Jules Verne. 

Pensata sin dall’inizio come una trilogia, la saga di Ritorno al Futuro attraversa lungo i tre episodi, tre periodi storici affascinanti ma nello stesso tempo simbolici. Gli anni ’50, considerati gli “happy days” di fonzarelliana memoria, dove il sogno americanoprosperava nella mentalità spensierata dei giovani americani ancora inconsapevoli di vivere alla vigilia della rovinosa guerra in Vietnam che successivamente lasciò ferite piuttosto profonde, a cui i giovani risposero con i moti del ’69 nel tentativo di ricostruire un futuro in cui però ogni leggerezza era ormai persa. Un futuro invece, quello del 2015, che mostrava la speranza e la fiducia nel raggiungimento del progresso tecnologico che stava nascendo negli albori degli anni in cui Marty combatteva con l’incapacità di suo padre di farsi rispettare dal suo capoufficio, con i problemi d’alcolismo e avvilimento di sua madre e l’incapacità di realizzarsi dei suoi due fratelli maggiori. Il riferimento al periodo western invece riportò in voga un genere che stava finendo nel dimenticatoio dopo l’esaltazione per il filone all’italiana dello “spaghetti” e che da sempre è il riferimento epico eroico della cultura statunitense.

Il concept del film nacque quando lo sceneggiatore Bob Gale, ritrovò in cantina l’annuario di suo padre scoprendo che era capoclasse. Si chiese quindi se avrebbe mai potuto essere un suo amico qualora fossero andati a scuola insieme. Questo input non fu solo la scintilla che detonò la storia di un ragazzo che torna casualmente indietro nel tempo rischiando di compromettere la propria esistenza sabotando l’innamoramento dei genitori, ma anche quella di un ragazzo che tenta di salvare sé stesso e la sua famiglia aiutando in primis suo padre in chiave anti-edipica e combattendo assieme a lui per sconfiggere quella insicurezza che 30 anni dopo lo avrebbe fatto soffrire generandogli rabbia e permalosità e che, nel secondo capitolo, lo porteranno a rischiare la vita e la carriera oltre che compromettere il benessere dei suoi figli in una catena distruttiva che non può essere più spezzata.

Ed è per questo motivo che Ritorno al Futuro è una saga che non smetteremmo mai di guardare. La possibilità di correggere gli errori del passato, guardare al futuro, cambiare un presente che non vorremmo vivere e che ci sentiamo impossibilitati a modificare. Il viaggio nel tempo non è solo un’avventura verso l’ignoto, è in qualche modo una possibilità di rinascere e vivere finalmente la vita che ci eravamo prestabiliti.

In conclusione la trilogia di Ritorno al Futuro si può ritenere una pellicola universale, che in una sola storia riesce a contenere tutti i rami fondamentali dell’umanità, dallo spazio al tempo, dalla vita alla morte, dall’amore alla scienza ma che ci ricorda che alla fine tutto è finzione e che gli unici artefici del proprio destino siamo noi stessi, perché non esiste altra verità che smentisca il fatto che “il nostro futuro non è ancora stato scritto”.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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