domenica 28 Febbraio 2021 - 14:32

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13 Assassini – Recensione

13ass

Thirteen Assassins (13 Assassini) di Takashi Miike è remake dell’omonimo film di Eiichi Kudo del 1963. La pellicola segue una trama lineare, ma ciò che fa del film un un’opera riuscita è la cornice dentro la quale si svolge il tutto.

Siamo in un mondo governato dalle rigide regole d’onore e rispetto ispirate alle filosofie orientali. In effetti gran parte del film è costruito per esaltare e dissacrare il codice del Bushido, un insieme di dettami che avrebbero dovuto guidare la vita del samurai verso la morte.

Nell’evolversi della trama il regista mette a nudo quasi ogni singolo aspetto del codice di condotta dei samurai, evidenziando nel finale la “stupidità” di una società basata sull’obbedienza a gerarchie familiari, militari politiche destinata ad estinguersi. Il samurai è leale al padrone e giusto con gli altri, la sua vita è dedicata interamente al compiere il volere di chi lo possiede (nel corpo e nell’anima). Non c’è morte più lodevole di una portata con la spada, a cui il vero samurai va incontro senza paura, sereno nell’affrontare il proprio destino, fiero di sé.

Qui Miike prende parola nel film attraverso il cacciatore che i tredici incontrano lungo il cammino, personaggio caratteristico e che in un certo senso è l’unico, anche se totalmente fuori dal loro mondo, che può guidarli a compiere la missione. Il cacciatore/Miike non perde attimo per ridicolizzare i 13 assassini e la loro “onorevole” condotta, evidenziando continuamente quanto inutili siano le loro esistenze. È un personaggio talmente fuori dal film, che nel combattimento finale riesce a sorprendere proprio perché esterno a quelle regole d’onore dei samurai, elevando la propria coscienza di una tacca rispetto al resto.

13 Assassini è diviso in tre parti ben distinte e particolarmente diverse nel ritmo e nei contenuti. La prima è sicuramente dominata dai dialoghi, piani sequenza medio lunghi alternati a brevissimi flashback ed il ritmo è quello classico che cerca di chiamare l’attenzione in preparazione a ciò che ancora deve accadere. Attraverso immagini di grande impatto visivo, come la decapitazione dei primi minuti e l’immagine della donna a cui sono state tagliate gambe, braccia e lingua, il regista chiama lo spettatore a schierasi dalla parte dei samurai, facendolo immedesimare in essi e nella loro missione.

Si arriva così in crescendo alla parte centrale della narrazione fino alla lunghissima terza parte, dove si abbandonano i dialoghi e panoramiche, il ritmo aumenta ed incalza sempre di più lo spettatore fino al  climax del massacro finale in cui il livello di tensione è mantenuto alto per un lunghissimo tempo cinematografico.

Miike riesce benissimo in questo tenendo alta l’attenzione “sacrificando” l’inquadratura a beneficio della spettacolarità dell’azione, favorendo il vedere sul sentire ed utilizzando sporadicamente, ma in modo eccellente, l’effetto digitale. Infatti quasi tutti gli effetti speciali non sono post-prodotti: sangue, membra, dolore sono “reali” e in tutto questo la telecamera ha un ruolo centrale in quanto non si vergogna a mostrare. Tutto ciò fa molto splatter movie vecchia scuola, dove la realtà cinematografica coincide con la realtà materiale degli effetti, e non c’è niente di più realistico di questo!

Nel complesso 13 Assassini è fondamentalmente un western un po’ horror e un po’ gore, dove la tensione è ben percepibile tanto quanto il messaggio che l’autore vuol far passare. I più sensibili distoglieranno lo sguardo da alcune delle scene più crude commettendo un grave errore: sono proprio queste l’ingrediente segreto che rendono il film coinvolgente, proprio perché sviluppano una risposta emotiva, contribuendo a tenere lo spettatore attaccato alla poltrona, affamato di vendetta.

Andrea Vannini

About The Author

Autore della rubrica Recensioni..in so many words per Breakoff.it // organizzatore di eventi // il cinema la sua più grande passione // pessimista galoppante // nel tempo libero alterna MMA, Brazilian Jujitsu e dormite

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