giovedì 26 Novembre 2020 - 14:02

Select your Top Menu from wp menus

Punti di fuga

Quella mattina, il rumore della pioggia leggera sulle grandi vetrate della stazione sembrava armonizzarsi perfettamente con i più ordinari rumori del luogo.
Mentre prendeva posto sulla sua solita panchina, chiuse per qualche attimo gli occhi, cercando di ascoltare.
I lievi ma costanti picchiettii dell’acqua sui vetri accompagnavano il ritmico chiacchiericcio dei primi pendolari. Il caffè poco distante aveva appena accolto alcuni stanchi avventori e suoni di tazze e bicchieri si diffondevano timidamente nell’ambiente, insieme ad un gradevole aroma di brioche.
Dalla piccola edicola vicina si librava nell’aria un fruscio di pagine, un ripetersi di mani che sfogliavano giornali freschi di stampa. I suoni della quotidianità segnalavano, in concerto, l’inizio di un’altra giornata.

Aprì gli occhi e si guardò intorno, stringendosi nel cappotto. Amava la stazione alla mattina: centinaia di vite, inconsapevolmente, davano insieme inizio al proprio giorno. Erano tutti diretti verso le mete più diverse, ciascuno concentrato sulle proprie sfide e incombenze quotidiane.
Eppure, lì, in stazione, tra un treno e l’altro, i raggi del primo sole li tenevano tutti uniti, seppur per breve tempo.
Anche i più indaffarati non potevano che sentirsi parte di un insieme, pensò. Le attese sul treno, gli sguardi ai tabelloni, le rapide falcate verso le uscite, il momento del caffè. Era come se i passanti fossero unitamente parte di un tacito e arcaico rituale. Vite che si incrociavano correndo, ignare, piccoli ma preziosi tasselli di una qualche superna coscienza collettiva.

Decise di smettere di fantasticare.

Cercò di addomesticare i propri pensieri e diresse la mano verso la borsa di pelle che aveva accanto a sé. Estrasse il quaderno dalla copertina marrone che conteneva i suoi disegni e i suoi schizzi, insieme ad una matita lunga e scura, che aveva selezionato con grande cura la sera precedente.
Giunse velocemente ad una pagina bianca. Accarezzò poi lentamente la carta, quasi con dolcezza.
Disegnare prendendo spunto dalla vita in movimento non era mai facile. Richiedeva pazienza e attenzione, ma anche grande capacità di ascolto e osservazione.
Riuscire a catturare su carta un istante del reale era una vera e propria arte e per farlo al meglio occorrevano pazienza e dedizione.
Negli ultimi mesi si recava spesso in stazione per i suoi schizzi. Quel luogo vibrava, infatti, di un’energia rara. Aveva, rifletteva spesso, una vita propria, una voce inespressa eppure tangibile.
In particolare, la sua attenzione era colta dalla geometria delle pareti, dall’architettura efficace e solida degli spazi e dalla pulizia dell’area dedicata a partenze e arrivi, con le rotaie dritte e scure stagliate contro il cielo distante.
Quel luogo aveva l’anima di un palcoscenico, ben definito e spazioso, dove mille personaggi animavano altrettanti piccoli spettacoli.
Ogni treno, tra un tempo e l’altro, partiva verso mete distinte, sulla propria retta parallela, ma spariva nello stesso punto, all’orizzonte.

Per chi cercava ispirazione era il luogo perfetto.

Si mise alla ricerca di un soggetto, scrutando tra la folla e cercando di cogliere frammenti di reale che colpissero la sua attenzione.
La scelta era sempre complessa: con la matita in mano sentiva di svolgere un compito solenne, di dover imprimere su carta momenti, voci e volti che il tempo, di lì a poco, avrebbe divorato senza lasciarne traccia.
Per questo, impiegò diverso tempo studiando la folla. Per quanto ogni passante, volto e sguardo avessero una certa dose di interesse, nessuno riusciva a cogliere davvero la sua attenzione.
Passò diverso tempo. La pioggia batteva più forte e la matita iniziava a ticchettare nervosamente sulla pagina ancora vuota.

Poi li vide.

A poca distanza, un uomo e una donna erano stretti in un silenzioso abbraccio, immobili, fra due treni fermi ai rispettivi binari.
Concentrò lo sguardo su di loro, mentre la mano cominciava a muovere quasi automaticamente la matita sul foglio, che lentamente iniziava a riempirsi di linee scure.
Notò che la donna aveva il volto rigato di lacrime, che maldestramente nascondeva nel cappotto scuro dell’uomo, il cui sguardo trasmetteva altrettanta trattenuta sofferenza.
Dopo alcuni interminabili secondi, in cui la folla di passanti vicini sembrava aprirsi intorno ai due, come a non voler rovinare quel tenero momento, si rese conto che avevano iniziato a parlare.
Non era troppo distante e riusciva quindi, con studiata discrezione, ad ascoltare alcune parole, qualche frase a metà e qualche sospiro, che veniva talvolta interrotto da baci sommessi e reciproci sguardi fugaci.

Era un addio.

Come provavano alcune valigie, che rispettivamente sostavano dietro ai due innamorati, i due erano in procinto di separarsi, ciascuno sul proprio treno.
Mentre tratteggiava sul quaderno i contorni delle due figure, con particolare cura, si domandò chi fossero.
Dove stavano andando? Cosa li aveva portati a partire? Quale viaggio, quale scelta aveva cambiato il loro futuro? Quali promesse si sarebbero scambiati a mezza voce? Quali sogni avrebbero infranto e quali realizzato? Si sarebbero riabbracciati?
Mentre si faceva queste e altre domande, immaginando il passato e il futuro di quelle due vite, ignote eppure così assurdamente vicine alla sua, si sentiva come uno spettatore distante, un osservatore silente della storia altrui, estraneo eppure partecipe.

D’improvviso un fischio, poi un altro. I due treni stavano per partire. Mentre i due amanti si salutavano per l’ultima volta, prima di allontanarsi di scatto, come per far passare più rapido quel momento, stava ormai finendo il suo disegno.
Lo osservò, con soddisfazione. Aveva definito bene le linee degli spazi, identici a quelli della stazione circostante. Le colonne chiare facevano da cornice alle due figure al centro, protagoniste immobili di quella scena. Nel disegno, gli amanti erano ancora immobili nel loro abbraccio.
Dietro spiccavano i loro treni, pronti sulle loro rispettive rotaie. I due percorsi, su due rette rigorosamente parallele, non si sarebbero più incontrati. Eppure, pensò sorridendo, in questo l’arte differiva molto dalla realtà.
Le parallele, infatti, convergevano tutte verso lo stesso punto di fuga, lontano, all’orizzonte. Le linee scure delle rotaie di grafite si sarebbero incontrate ancora.
Chissà, si domandava, se le due figure scure, chiuse nel loro abbraccio di matita, sarebbero state felici di incontrarsi di nuovo, nel loro punto di fuga.
Mentre sorrideva fra sé e sé, un altro fischio, di un vagone lontano, scosse i suoi pensieri e li riportò alla realtà.
Sollevò lo sguardo: i due treni erano partiti. Erano già spariti, correndo veloci verso lo stesso orizzonte. I due amanti non c’erano più.
Osservò per qualche attimo i binari vuoti, davanti a sé. Chiuse il quaderno e ripose la matita.
Rimase in silenzio ancora un po’, respirando i rumori della stazione, ascoltando la pioggia che batteva ancora sulle vetrate lontane.
Prese la borsa di pelle, sistemò il giubbotto e si alzò, allontanandosi dalla panchina, verso l’uscita.
La folla dei passanti gli si chiuse rapidamente intorno, nel suo consueto abbraccio.
Si allontanò velocemente verso la città, lontano dalla stazione.
Chissà, si domandò, dove avrebbe portato il suo punto fuga.

Aprì l’ombrello e si immerse nel mare del giorno.

Emanuele De Napoli.

About The Author

Praticante avvocato e appassionato di scrittura e lettura fin dall'infanzia // Con piccoli racconti e "fotogrammi" di vite e pensieri (a volte assai distanti tra loro) cerca di descrivere la realtà rincorrendo l'immaginazione.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close