venerdì 14 Agosto 2020 - 18:37

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Prometheus – Symphonia Ignis Divinus – Recensione

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LUCA TURILLI’S RHAPSODY – PROMETHEUS – Symphonia Ignis Divinus

La fiera della vanità

 

Eccoci, ci sono cascato un’altra volta! No, tranquilli, non è una caduta nelle grinfie di Britney Spears o il delirio per l’ennesimo passaggio radio di Mamma Mia degli Abba, ma una colpa che non riesco mai ad espiare: quella della seconda possibilità, oltre all’innegabile attrazione verso copertine ben realizzate. Se aggiungete che l’ultimo lavoro del gruppo quasi omonimo (e che diamine) mi era piaciuto tanto capirete bene come la fitta rete tentatore abbia avuto più di un appiglio per intrappolarmi.

Concludo questa premessa con il proverbiale colpo di grazia, la presenza al microfono del grandissimo Alessandro Conti, una vera eccellenza del panorama italiano moderno. Insomma, se non posso sperare nell’assoluzione confido almeno nelle attenuanti del caso.

Il grande Umberto Eco, in uno dei suoi ultimi interventi, aveva detto che la comparsa dei social network aveva dato potere di parola anche agli imbecilli (parole sante maestro, RIP), e io mi sento di aggiungere che il progresso tecnologico ha permesso di realizzare dischi lunghi e complessi ma privi di qualunque anima.

Non me ne vogliate, ma nonostante siano passati buoni buoni sei mesi da quando l’ho acquistato, quest’ultimo lavoro di Luca Turilli non riesce a decollare (salvo buttarlo dalla finestra ma non sono così cattivo con i vicini).

Che il buon Luca si sia fatto prendere negli ultimi anni un po’ troppo la mano con orchestrazioni, cori, controcori, orchestrazioni, tracce sovrapposte e pappardelle assortite non è una novità (gli ultimi lavori dei Rhapsody prima dello scisma lo dimostrano ampiamente), eppure quel po’ di identità permaneva insistente, anche se spesso appariva leggermente soffocata o arrancante.

E se il suo primo lavoro, “Ascending…”, superava di molto “Dark Wings of Steel” degli ex compagni dispiace, ma neanche troppo, segnalare come questo “Prometheus – Symphonia Ignis Divinus” sia la completa antitesi di un album metal.

Senza girarci troppo attorno, sappiate che se la copertina (molto bella) vi farà pensare alla locandina di un film, quello che sentirete sarà quanto di più vicino a una colonna sonora.

 Ogni pezzo è infatti svuotato di mordente e sommerso da centinaia di sovraincisioni, come si intuisce già dalla opener “Cigno Nero” (brano speed cantato in italiano, ma tranquilli, non si capisce niente lo stesso), o nel primo singolo “Rosenkreuz”.

Dispiace che un singer di razza come Conti sia ridotto ad essere appena udibile e non si sfruttino le sue capacità, limitandolo al ruolo di canonico cantante power. Le cose non migliorano nel proseguo dell’album, con tracce molto spesso lunghe, troppo lunghe, temi triti e ritriti (indovinate di cosa parla “One Ring To Rule Them All”…ovviamente è la risposta del buon Luca a Gioconda dei Litfiba…) e la solita insalata mista assortita di effetti sonori,  orchestrazioni e quant’altro serva a coprire l’ipertensione di musicisti capaci e di un cantante mai come adesso sacrificato.

Potrei stare ore a parlarvi della ridondanza della title-track, della suite finale che mostra un’artista alternanza tra buona musica e noia profonda, ma il fatto è che i limiti evidenziati nelle tracce che ho preso a esempio sono perfettamente applicabili al resto del lavoro con minime variazioni.

 Ma il più grande e inevitabile limite di quest’album è che niente di tutto ciò potrà essere proposto dal vivo senza l’ausilio di tonnellate di basi, cosa che uccide qualsivoglia esibizione power metal.

Che poi, diciamolo, non è che quest’idea di alternare inglese a italiano con cori in latino sia più così originale. Insomma, come avrete capito questo lavoro porta alle estreme conseguenza i discorsi precedentemente abbozzati da Luca Turilli, cosa che potrà forse far piacere a chi cerca un certo tipo di sonorità ma che, in buona sostanza, va ben al di fuori da tutto ciò che nella mia vita ho considerato metal. A voi la scelta, io torno ad ascoltarmi “Kings Of The Nordic Twilight”…e a rimpiangere.

Enrico Spinelli

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