venerdì 14 Agosto 2020 - 18:42

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Post Pop Depression – Iggy Pop – Recensione

post pop depression

 

IGGY POP “POST POP DEPRESSION”

TRILOGIA D’ANNUNZIANA

I Il Piacere

Sapete cosa c’è di più bello di un acquisto a scatola chiusa (fatto cioè senza aver sentito niente e senza sapere niente del gruppo in questione….beata gioventù)? Acquistare un disco dopo averlo scaricato o ascoltato online! Da un po’ di anni a questa parte devo riconoscere di essermi buttato sempre meno sull’effetto sorpresa, preferendo piuttosto affidarmi a un ascolto preliminare, anche distratto, confidando in quelle tre-quattro note iniziali che da sole mi dicevano già quali sensazioni avrei provato; con l’inevitabile effetto collaterale di non poter fare a meno di correre al negozio più vicino, fosse anche il macellaio, per procurarmelo. E così, dopo un prezioso consiglio su Facebook (il moderno scambio di musicassette, beata gioventù…di nuovo), vado ad ascoltare l’ultimo lavoro dell’iguana e, come volevasi dimostrare, tempo 48 ore “Post Pop Depression” fa il suo trionfale ingresso in casa mia, con crescente disperazione di mia moglie.

II Il trionfo della “vita”

Finisce l’ennesimo ascolto e ancora sento di non aver catturato a fondo tutto quello che il buon Iggy aveva da dire. Per tale motivo affido a un flusso di emozioni le mie considerazioni su un lavoro articolato e inaspettato, dalle trame complesse e seducenti, una ragnatela di suoni e di cambi di stili che, proprio come l’opera dell’odiato insetto a otto zampe, appare come uno dei miracoli della natura, una ventata di aria pulita nella sterile scena musicale moderna. E che sia un settantenne a portarla fa molto riflettere…e preoccupare.

III Il Fuoco

La perversione è un concetto troppo vasto per essere razionalizzato o descritto, ma se dovessi darle un volto, almeno nel mondo del rock, non avrei meno difficoltà a scegliere tra David Bowie, LouReed o il nostro Iggy Pop, unico sopravvissuto di una triade folle quanto geniale, artisti che sono sempre andati controcorrente, senza rincorrere il successo facile ma solo ed esclusivamente il proprio gusto personale, sempre in bilico tra l’acclamazione e la rivalutazione successiva.

Così il nostro Iggy, giunto a quello che, per sua triste ammissione, rappresenta il suo album di commiato, decide di giocare ancora una volta la carta della strada imprevista (uno che ha scritto tutto e anche di più sia da solo che con gli “Stooges”, icona punk amato dai metallari, può permettersi tutto) e per farlo si appoggia a  Josh Homme, mente creativa alla base dei “Queen of the Stone Age” tra gli altri.

Il risultato è quanto di più spiazzante si possa trovare, quasi una risposta al “Black Star” dell’amico duca bianco, un viaggio complesso e seducente che non si lega a un genere o a uno stile in particolare, ma che pesca generosamente là dove si nasconde una cosa sempre più rara ai giorni nostri: l’ispirazione.

Il fascino psichedelico e morboso di “Break into Your heart” colpisce a fondo nella sua semplicità ed efficacia, così come il delicato singolo “Gardenia”, forse l’episodio più bowieano del lavoro. E se un pezzo come “American Valhalla” vince tutto già per il nome e per un mix azzeccato tra elementi diversi, “Sunday” esplode in tutta la sua genialità, passando trasversalmente tutte le fasi della storia del rock fino a un finale orchestrale che consente alle orecchie un momento di tregua e relax; parere di chi vi scrive, uno dei picchi di questo lavoro. “Vulture”, poi, spicca per la sua attitudine squisitamente grunge, aprendo la strada alla triade finale, che in quarto d’ora compendia tutte le sensazioni accennate, giocando minuto dopo minuto alla sorpresa, trovando pieno compimento nella conclusiva “Paraguay”, che ha il merito di deliziarci con un centrale “lalalalala” che richiama con punte di nostalgia il classico “The passenger” chiudendo il più irregolare dei cerchi.

Uno schiaffo morale a chi si aspettava il disco facile o la ripetizione di schemi già sentiti. Il gusto di un artista che, consapevole di potersi permettere tutto, gioca con le emozioni e la storia mescolandole come un cocktail, uno di quelli che non fa male ma dai quali è impossibile staccarsi. E questo, signori miei, è rock’n’roll!

 

Enrico Spinelli

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