lunedì 21 Settembre 2020 - 05:59

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Onward – Recensione

In un presente dove la magia è quasi scomparsa, mitologici centauri viaggiano comodamente seduti in auto ed i folletti hanno dimenticato come si usano le proprie ali, due fratelli elfi, Ian e Barley vivono assieme alla loro madre Laurel rimasta sfortunatamente sola a crescere i due ragazzi a causa della prematura morte del padre quando questi avevano solo pochi anni. La magia è sopita ma non totalmente estinta. Al sedicesimo compleanno del fratello minore Ian, Laurel gli regala un bastone ed una gemma, lasciati dal padre, assieme ad una formula magica “di visita” che concederà loro di rivedere il proprio genitore per un solo giorno. Purtroppo l’incantesimo funzionerà solo parzialmente riportando indietro solamente le gambe. I due ragazzi partiranno quindi all’avventura per poter trovare una nuova gemma che gli consenta di ricreare anche l’altra metà e poter vivere, anche se solo per poche ore, quella sensazione di completezza che una mancanza così importante non gli ha mai permesso di avere.

Il regista e sceneggiatore Dan Scanlon perse suo padre all’età di un anno assieme a suo fratello di pochi anni più grande. Da adolescenti ricevettero, da un parente, una cassetta con un messaggio audio lasciatogli da loro padre prima di morire.

Nasce quindi da una storia personale e molto intima l’idea di Onward – Oltre la magia. Difatti, nonostante non sia tra i prodotti Pixar più complessi degli ultimi anni, si nota in maniera rilevante la vena intimista che sorregge la narrazione lungo tutto il film. La storia è semplice e genuina. A differenza di altre opere della stessa casa di produzione non estirpa risate e commozione in maniera drammatica. Il percorso che affrontano i due protagonisti, in questa sorta di road movie fantasy, altro non è che lo stesso affrontato dal regista nell’ambito della sua adolescenza dopo aver ascoltato per la prima volta le parole di suo padre. Scanlon decide di non raccontare l’aspetto doloroso della sua storia ma la sua reazione emotiva ad essa e mostrare ciò che ha vissuto e scoperto lungo il suo percorso psicologico.

Il titolo stesso, Onward (in avanti, in poi), dimostra come l’accento del film poggi sulle dinamiche riguardanti il futuro di un evento. Evidenzia come i ricordi e gli elementi nostalgici possono essere vissuti come mattoni su cui costruire la propria essenza, il proprio carattere, la propria personalità e non come zavorre che non consentono di guardare avanti e proseguire lungo il proprio cammino personale.

I film Pixar sono spesso connotati da racconti multi-testo dove linee narrative goliardiche viaggiano di pari passo a quelle più profonde psicologicamente. In Onward queste due linee si alternano sulla stessa superficie percettiva camuffandosi dietro l’universo fantasy in stile Dungeons and Dragons nel quale sono collocate. Anche il padre, una figura a metà tra Bernie di Weekend con il morto ed il Ghost di Patrick Swayze, risulta fondamentalmente uno stratagemma narrativo, un McGuffin. Asciugato dalla complessità che il tema per sua natura proporrebbe, il messaggio del film diviene quindi esplicito e sincero senza alcuna ridondanza comunicativa.

In conclusione si può considerare Onward un ottimo film che utilizza un soggetto rischioso senza retorica né buonismo. Una storia d’amore verso la propria famiglia ma soprattutto verso se stessi. Un film che spinge a guardare chi siamo sulla base di ciò che desideriamo e sogniamo, sulla nostra volontà di cambiare, nel superamento delle proprie incertezze, nei propri progressi emozionali. Insomma su tutto quello su cui far continuare a vivere chi non è più con noi.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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