venerdì 14 Agosto 2020 - 16:00

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Old but Gold – Otello di William Shakespeare

Otello, o la storia di un inganno sublime

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La storia del Moro di Venezia è ben conosciuta. E’ il dramma della discriminazione razziale, ma anche della gelosia come sentimento universale. Soprattutto, però, è inganno sublime, tessuto dalla prima scena del primo atto, quando lo spettatore assiste ad un trionfo militare e ad un matrimonio clandestino dettato da un sentimento profondo, e si convince quasi di assistere ad una commedia. Ben presto, però, viene disilluso, condotto a capire la vera identità del play: un dramma domestico, politico, cosmico. Subito, infatti, si parla della natura immonda delle nozze tra Otello e Desdemona, malviste dall’intera società veneziana. La loro unione viene paragonata a quella tra una bestia terribile e un agnello, animale simbolo di sacrificio e purezza. Come può una nobile donna bianca unirsi in nozze con un africano? Otello è un personaggio controverso: da una parte è l’eroe di Venezia, e ci tiene a sottolineare il suo attaccamento alla Serenissima Repubblica, ostentando la legittimità del suo ruolo e il suo valore, esibendo un linguaggio degno dei più colti nobili, dimostrandosi un grande oratore; dall’altra è tenuto a confermare ogni volta la propria posizione, essendo un uomo di colore, uno straniero, un uomo di fisicità, di azioni e non di parole, un guerriero. Di questo si approfitta Iago, invidioso del bel Moro, che decide di distruggere il generale veneziano. Il motivo di questa invidia non è dato saperlo, non è mai esplicitato dal personaggio machiavellico, ma sembra risiedere nella mentalità borghese puritana dell’epoca, creatrice di mostri e simulacri. Il piano malvagio di Iago si basa non tanto su azioni, quanto su immaginazioni, è una trama fantasmagorica messa in atto in maniera più o meno volontaria, ma certamente consapevole: “E’ una piaga della mia natura / spiare negli inganni, e spesso il mio zelo /costruisce colpe inesistenti” (“As I confess it is my nature’s plague / to spy into abuses, and oft my jealousy / shapes faults that are not”), dirà lui stesso proprio a Otello. Sono le parole le protagoniste assolute del dramma: non è un caso che nel Seicento esistesse l’espressione “to hear a play”, che sottolinea quanto fossero importanti i dialoghi in un teatro pressoché privo di sceneggiatura, regno delle parole più che dell’azione. E sono proprio quest’ultime il mezzo tramite il quale Iago riesce a creare verità, esprimendosi prima con reticenza e poi spietatezza, alludendo e insinuando con crudeltà sibillina. Non si fa alcuno scrupolo nel manipolare gli altri, da Roderigo a Emilia, succube di Iago, inconsapevole artefice della fine del Moro e di Desdemona e autrice al tempo stesso della più spietata denuncia del potere patriarcale. Potere patriarcale che allontana la povera Desdemona (il suo nome significa fato avverso) lontano da Brabanzio, per spingerla tra le braccia del bel Moro, tra le braccia della morte, che avverrà ascoltando dire il Moro: “Prima d’ucciderti, io t’ho baciata. Non mi restava altro modo che questo: uccidermi morendo in un tuo bacio. (“I kiss’d thee ere I kill’d thee: no way but this; | Killing myself, to die upon a kiss”).
Straziante, emozionante, intrigante. Uno dei più grandi capolavori di Shakespeare che non potete assolutamente perdervi, da leggere d’un fiato o gustare parola per parola, lentamente.

S. C.

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