venerdì 14 Agosto 2020 - 18:40

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Old But Gold – Memorie dal sottosuolo

memorie del sottosuolo (v)“Io sono una persona malata… una persona cattiva”

E’ proprio vero: sono gli scrittori russi ad aver indagato – e forse compreso – per primi la profondità dello spirito umano, dell’uomo del mondo post-industrializzazione. Nel 1864, anno di uscita delle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, Freud aveva solamente otto anni, e ancora la psicologia non era una vera scienza. Nonostante questo, la sensibilità di Doestoevskij gli forniva gli strumenti indispensabili per la stesura di un’opera tanto introspettiva quanto innovativa, un’opera che è lo specchio dello spirito di un uomo emarginato dalla società; un uomo che vive nel sottosuolo, in una dimensione di desideri e proiezioni inconscie, un individuo che si interroga sul senso delle cose, ed è per questo chiamato a scegliere tra introspezione e realtà. “Ci siamo anzi a tal punto disabituati che avvertiamo talvolta una sorta di ripugnanza per ciò che è veramente ‘vita viva’, e perciò non riusciamo nemmeno a sopportare che qualcuno ce ne parli. Già, perché noialtri ormai siamo arenati a un punto tale che tutto ciò che è veramente ‘vita vera’ lo consideriamo quasi una fatica, quasi un qualcosa che si fa per dovere di servizio, e siamo tutti d’accordo che è molto meglio quello che leggiamo nei libri”. Di qui, l’inettitudine, l’incapacità di agire, il senso di inadeguatezza, ovvero i drammi all’origine della riflessione che occupa la prima parte dell’opera, ‘Il Sottosuolo’. ‘Il Sottosuolo’ è un monologo, o forse un dialogo, attraverso il quale il protagonista (o l’autore stesso?) si confronta con il lettore, rivolgendo a quest’ultimo domande esistenziali, che alcune volte trovano una risposta, altre no. Alla base di questi interrogativi, è la critica alla mentalità positivista dell’epoca, contrapposta a quello che sarebbe l’istinto primordiale dell’uomo, un istinto che lo spinge verso un segreto e misterioso desiderio di sofferenza, di sporcizia e di auto-umiliazione. Ed è questo stesso stato esistenziale a portare l’io narrante a dire di essere un uomo malato, malvagio, privo di attrattive, e che lo ha spinto a divenire “nemmeno un insetto”. Così, in quanto rifiuto della società, in quanto individuo privo di valore, il protagonista – che nemmeno ha un nome – trova rifugio solo in se stesso, nel sottosuolo, nell’ombra. La seconda parte del romanzo è titolata “A proposito della neve bagnata”; questa sezione del libro è ambientata sedici anni prima, e sono narrate alcune vicende esemplificatrici della tesi principale dell’uomo del sottosuolo: “sono un uomo cattivo”. Egli racconta la propria cattiveria, ma ancor di più la propria incapacità di comunicare con i propri simili, del proprio istinto autolesionista che è il fondamento delle sue azioni “odiose”, seguite dal rimpianto o dal senso di colpa. L’uomo del sottosuolo si sente inferiore, si sente un inetto, e per questo si comporta in maniera meschina, soprattutto con chi si trova in una posizione ancora più svantaggiata della sua, ferendone i sentimenti con un senso di rivalsa che lo rende cieco, e compiutamente cattivo. Ma la cattiveria dell’uomo del sottosuolo non è dettata tanto dalla sua indole, quanto dalla sua incapacità di trovare un proprio spazio nel mondo, e dal sentirsi inadeguato. Sono queste problematiche a spingerlo a ripiegarsi su se stesso, a soffrire, sentire, urlare. Ma la sua voce risuona solo all’interno della sua cassa toracica, senza che possa essere ascoltata, se non dall’autore e dal lettore. Così, nel proprio silenzio, e nel dialogo//monologo con la prostituta Liza, risuona la domanda (retorica, ma non elementare) che in questo capolavoro di Dostoevskij trova una risposta: “Che cosa è meglio? Una felicità a buon mercato o un’eletta sofferenza? Eh? Cos’è che è meglio tra le due cose?”. A voi, ritrovare la risposta in voi stessi o in questo libro

S. C.

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