giovedì 13 Agosto 2020 - 22:53

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Old But Gold – Il Signore delle Mosche

Il Signore delle Mosche: Homo homini lupus

Signoremoschev

Che cosa succederebbe se un gruppo di ragazzini fosse totalmente lasciato a se stesso, lontano dalla civiltà? A questa domanda risponde la fantasia di Golding, che nel 1983 ha ottenuto il premio Nobel.

Un aereo si schianta su un’isola. Così inizia il capolavoro dello scrittore inglese, un romanzo breve ma intenso. I protagonisti delle vicende narrate sono appunto i superstiti di un volo che avrebbe dovuto condurli in Australia, dei normalissimi ragazzini inglesi. Allo smarrimento iniziale dovuto alla situazione (“We’re on an island. We’ve been on the mountain-top and seen water all around. We saw no houses, no smoke, no footprints, no boats, no people. We’re on an uninhabited island with no other people on it”, dice uno dei bambini), corrisponde la ricerca di unione: subito viene trovata da Ralph e Piggy una conchiglia, utilizzata per richiamare l’attenzione di eventuali altri sopravvissuti all’incidente.

Da questo momento in poi, si viene a costituire una società, inizialmente estremamente democratica. Tutti hanno gli stessi diritti, tutti si aiutano, c’è armonia. I problemi iniziano quando i ragazzini avvertono una presenza, nel bosco, che percepiscono come minacciosa. Che cosa sia effettivamente questa entità, non è dato saperlo. Probabilmente è solo lo spettro delle loro paure interiori e delle loro insicurezze…

Questa situazione turba l’armonia, rivelando un’agghiacciante verità: l’uomo, anche al suo stato embrionale, è un animale rapace. E i bambini sono capaci di compiere crudeltà e malignità anche senza accorgersene. L’uomo è un animale abituato a ricercare il potere, e è pronto ad utilizzare qualsiasi mezzo pur di ottenerlo e conservalo. Di che tipo di potere si parla? Forse solo di un potere psicologico, impalpabile: il potere di poter gestire e manipolare le altre persone, quelle più deboli. Il potere di imporsi, di essere a capo di un branco nel quale ognuno riveste il ruolo più consono rispetto al proprio carattere e alla propria fisicità: così ci sono “il capoccia”, “l’anello debole”, “il buono”…

La prosa incalzante, semplice, piana, conferisce al libro una grande piacevolezza, e si addice perfettamente alla crudeltà che fà costantemente capolino tra una frase e l’altra pronunciata dai protagonisti.

Questo romanzo è la risposta al mito del buon selvaggio rousseauiano. Una risposta inquietante, orribilmente vera. Perchè “gli uomini producono il male come le api producono il miele”.

S. C.

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