venerdì 14 Agosto 2020 - 16:08

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Monsters Of Rock Live At Donington – Rainbow – Recensione

rainbow

 

RAINBOW – MONSTERS OF ROCK LIVE AT DONINGTON

C’era una volta

INTRODUZIONE: LA FAVOLA

Il calcio ha recentemente riscoperta bellezza delle favole con l’impresa del Leicester, la musica purtroppo ha conosciuto tale bellezza in un tempo che, per quanto vicino, sembra lontano secoli per valore e qualità. E in tanta bellezza la mia favola preferita si chiama Rainbow, la creatura di Ritchie Blackmore, chitarrista talentuoso quanto intrattabile, geniale e irritante allo stesso tempo, volenti o nolenti protagonista assoluto delle sei corde e degli infiniti sentieri tracciati nella storia dalle sue dita (lo so, non vuol dire nulla, ma suonava troppo bello). Per questo motivo ogni volta che nel mio negozio di dischi prediletto trovo un’uscita marchiata Rainbow non riesco a resistere e me la procuro subito, anche se purtroppo si tratta di live del passato recuperati. Ma una buona analisi di un live rischia di rimanere fine a se stessa se non opportunamente collocata, per cui deve per forza di cose partire da una breve retrospettiva storica, per cui perdonate la mia gigioneria nell’entrare superficialmente nei trascorsi del gruppo, non è presunzione ma desiderio di completezza e condivisione.

CONTESTO

Fine anni 70: i Rainbow hanno alle spalle tre album di grande caratura (compreso quel Long Live Rock’n’roll tanto bistrattato dalla critica) e una serie di esibizioni live da paura, Blackmore e Ronnie James Dio sono i signori del rock, e il resto dei musicisti non è certo da meno. Eppure qualcosa si rompe, Ronnie abbandona la band (andrà a rivitalizzare i Black Sabbath reduci da un pessimo lavoro e dall’abbandono di Ozzy Osbourne) e i motivi di questa separazione saranno evidenti con il nuovo album del gruppo, “Down to the Earth”: come dice il titolo stesso, il capriccioso chitarrista sceglie di abbandonare le tematiche fantasy che avevano segnato la fortuna degli esordi per tornare ad argomenti più canonici, già accennati nel terzo album, riavvicinandosi in qualche modo alla creatura porpora abbandonata qualche anno prima. Segno di questo ritorno è l’ingaggio di Roger Glover al basso e di un cantante talentuoso quale Grahm Bonnett. Aggiungete poi alle tastiere un gigante quale Don Airey e il poker è fatto. E così Down To The Earth si conferma come il degno erede di “Burn” e “Stormbringer”. Con buona pace dei sognatori.

IL LIVE

In un’epoca di ripescaggi dal passato, dopo un’energia operazione di ristampa dei live tedeschi del 76 e di una data dell’ultimo tour  (stiamo parlando dei Rainbow di- si fa per dire- Doogie White), viene recuperata una testimonianza anche del brevissimo interregno di- crediamoci- Grahm Bonnett (il nostro sarà licenziato poco dopo), e l’occasione è uno dei festival più belli che si possa chiedere, il Monsters Of Rock di Donington.

E così, dopo la sempre commovente apertura “made in Mago di Oz” ecco i nostri infiammare la scena con un’azzeccata Eyes Of The World, direttamente proveniente dell’ultimo album in studio. Scordatevi l’epica di Kill The King, qui a far da padrone è il più classico rock con venature blues, ed è proprio Down To The Earth a fare da padrone con i suoi estratti migliori (che faranno la fortuna live del presto silurato singer). Chi ha ascoltato almeno un live dei Rainbow sa bene che le canzoni sono la parte secondaria di ogni esibizione, basata soprattutto sulle lunghe fughe strumentali e improvvisazioni dei musicisti e del leader indiscusso: la sorpresa è sempre dietro l’angolo quando meno te l’aspetti. Un esempio viene direttamente da Since You Been Gone, che nel finale consente a Ritchie di inserire il classico riff di Somewhere Over The Rainbow (per chi vi scrive la più bella canzone mai scritta ieri, oggi è domani). Poche concessioni all’ingombrante passato, una riuscita Stargazer (la seconda canzone più bella ieri, oggi e domani), qui eseguita in maniera dignitosa, una Catch The Rainbow non proprio perfetta e un accenno conclusivo di Long Live Rock’n’Roll. Meravigliose le fughe strumentali, con generose citazioni classiche che si intrecciano a improvvisazioni blues sempre in bilico tra virtuosismo ed emozione, con l’anticipazione della beethoveniana Difficult To Cure sul podio. I brani del nuovo corso fanno la loro bella figura in virtù di refrain immediati e contagiosi  (provare a trattenersi dal battere i piedi su All Night Long), anche se l’audio tende a zoppicare in più di un’occasione, e non si spiega perché un’esibizione così bella debba essere inficiata da problemi più che elementari come il suono. Alla fine dell’ascolto tante sensazioni si accumulano nella testa, l’adorazione indiscussa per la Stratocaster di Blackmore, il rimpianto per ciò che era, la rabbia per la fine indegna di un cristallo di immensa purezza nel panorama rock’n’roll, ma soprattutto la consapevolezza che quei tempi non torneranno mai più, così come non potrà mai tornare la formazione più bella e vera dei Rainbow, quella di – e qui ci credo- Cozy Powell e Ronnie James Dio. Mentre scrivo queste cose so bene che il testardo chitarrista, che occupa il secondo posto nella mia personale classifica degli assi delle sei corde, ha riformato il gruppo con una formazione nuova, e non vi nascondo che, al di là di ogni speculazione, sono davvero curioso di sentire cosa potrà uscire fuori da quella mente così viva e geniale per quanto odiosa. Ma sono costretto a dirtelo, caro Blackmore, quello che è stato ormai è passato, e non si torna indietro, per quanto tu voglia vivere nel tuo magico Medioevo, il tempo passa, e per certi ritorni è passato fin troppo in fretta.

Enrico Spinelli

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