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Middle England: Jonathan Coe, la Brexit, la nostalgia

Su quel fenomeno politico noto come Brexit, e soprattutto sulle sue conseguenze, tutto il mondo sembra avere le idee alquanto confuse. Tutto il mondo inclusa l’Inghilterra stessa, ovviamente. Se avete dubbi a riguardo, l’ultimo romanzo di Jonathan Coe sarà illuminante.

Middle England è un’espressione che indica una certa parte della middle class britannica, prevalentemente conservatrice e retrograda, ossessivamente attaccata ai propri privilegi e sospettosa verso lo straniero. L’humus ideale per il Referendum del 2016, insomma, ed è proprio questo lo spunto iniziale dell’ultima fatica del Nostro (spiacente, su Coe sono di parte, è nella mia personale Top 5 tra i contemporanei – insieme, ovviamente, all’inventore del culto delle Top 5): raccontare la società britannica di questi anni e le sue fratture (interne prima ancora che esterne), in un grande affresco del paese nel periodo precedente all’anno X 2016.

Il libro chiude il discorso iniziato con La banda dei brocchi (l’opera di Coe più nota dopo La famiglia Winshaw, e probabilmente la migliore) e Circolo chiuso, riprendendone i personaggi principali. Se i primi due mostravano, rispettivamente, la vita della common people negli anni del thatcherismo e quelli del New Labour, Middle England mostra la confusione del paese negli anni Duemila. Alla base c’è, però, anche un’altra intenzione: “Ho scritto questo romanzo innanzitutto per fare pace con Benjamin Trotter e dargli quella felicità che gli avevo negato con tanta crudeltà alla fine di Circolo chiuso” ha dichiarato Coe dopo l’uscita di Middle England.
In questo libro, in effetti, Benjamin si libera in un sol colpo dell’ossessione romantica che gli ha rovinato la vita e del mastodontico progetto, a metà tra opera di rock sinfonico e romanzo, su cui lavora da circa quarant’anni. Se di felicità si tratta, comunque, è sempre una felicità alla Benjamin Trotter, personaggio “la cui malinconia è tipicamente inglese, servita con un contorno di nostalgia un po’ malata”, come afferma il suo amico Doug commentando i suoi scritti.

A condividere con Benjamin il ruolo di protagonista stavolta è Sophie, sua nipote, alle prese con la sua tragicomica vita sentimentale, resa ancora più complicata dal clima pesante che da un po’ si respira in Inghilterra: come coniugare le proprie visioni progressiste con quelle conservatrici ed euroscettiche del suo fidanzato e della sua famiglia, perfetti rappresentanti della middle England sopracitata? Come far coesistere il suo migliore amico, omosessuale libertino che passa le serate sorseggiando prosecco sui tetti più cool di Londra, con sua suocera Helena, bigotta signora di provincia, con occhi azzurri acquosi e una passione per Enoch Powell (il politico degli anni ’70 autore del celebre discorso anti-immigrazione sui “Fiumi di sangue”)?
Ed è qui che il romanzo entra nel vivo e che Coe torna a fare quello che gli riesce meglio: mostrare quanto la politica influenzi il quotidiano e viceversa, affondando la sua penna, di nuovo affilata come i primi tempi, nelle contraddizioni della società e dell’establishment britannico (a tal proposito, meritano una menzione particolare gli esilaranti siparietti tra il giornalista Doug e l’addetto alla comunicazione dell’allora Primo Ministro David Cameron). Coe mostra come la crisi finanziaria del 2008, e la conseguente perdita dei privilegi della Middle England, stia alla base del voto “di pancia” del 2016. Un sentimento di frustrazione alla disperata ricerca di uno sfogo, abilmente indirizzato, cavalcato e fomentato da gruppi come l’Imperium Foundation (riferimento non molto velato all’European Research Group), gruppo interno al Partito Conservatore con pesanti interessi economici nell’uscita dell’Inghilterra dall’UE.

L’altro grande tema del libro è, inevitabilmente, la nostalgia, fin dalle primissime pagine (la canzone ricorrente è Adieu to old England, nella splendida interpretazione di Shirley Collins).
Quando il padre di Benjamin torna nel posto in cui sorgeva la fabbrica in cui ha lavorato per anni, si guarda intorno spaesato: è possibile, dice, che non sia rimasto niente? Che tutto quello che puoi trovare ora, a Birmingham come nel resto dell’Inghilterra, nel Regno Unito come nel resto d’Europa, siano solo “i bei vestiti, i Prosecco bar e quelle maledette… confezioni di insalata?”

La nostalgia che viene fuori da queste pagine è rivolta principalmente al paese degli anni ’60 e ‘70, periodo senza dubbio idealizzato dal protagonista (e su questo l’autore è molto chiaro: “uno degli obiettivi del romanzo è mettere in guardia il lettore dal potere estremamente seducente della nostalgia”). Potere a cui Benjamin è felice di soccombere ogni volta che ripensa alla sua infanzia, al paese in cui “27 milioni di persone guardavano lo stesso programma televisivo”, in cui l’individualismo esasperato non era ancora la norma e sindacati e Welfare erano ancora punti fermi, prima dell’intervento a gamba tesa dei dieci anni thatcheristi. Lo stesso periodo la cui fine viene raccontata in modo straordinario ne La banda dei brocchi: è così che il cerchio si chiude, che Jonathan Coe libera Benjamin Trotter, e che uno degli scrittori migliori della sua generazione è tornato alle origini, più pungente che mai.

Roberto Oliva

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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