venerdì 14 Agosto 2020 - 19:31

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Letters From The Labyrinth – Recensione

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Nel grande ballo in maschera di fine anno non può mancare un’orchestra che si rispetti; se poi questa ha alle spalle ben tre incisioni dedicate al Natale meglio ancora! Ma come in ogni festa in maschera che sia tale la sorpresa è dietro l’angolo o, più precisamente, dietro la maschera.

Eh già, amici miei, perché dietro un nome così fuorviante troviamo proprio loro, i mai sufficientemente celebrati Savatage. E qui già mi immagino le frotte di fans pronti ad appendermi all’albero di Natale con il cartello “I Savatage sono un’altra cosa”, e quindi chiarire meglio la mia frase.

Nelle intenzioni del buon John Oliva, maestoso compositore (il primo che fa battute sul doppio senso di questa affermazione mi sente), la TSO non rappresenta altro che il proseguimento e l’approfondimento di quella componente sinfonica che ha caratterizzato alcuni degli ultimi dischi della band madre (“Dead Winter Dead” su tutti).

Risulta difficile dargli torto, visto che, almeno in America, l’Orchestra fa il tutto esaurito in tutti i teatri e con un solo singolo fa più fatturato di tutta la produzione savatagiana. Ed ecco quindi che tutti i membri dei Savatage si ritrovano per la sesta volta, accompagnati dall’orchestra e da ospiti di lusso, tra cui l’abitué Uli John Roth e un irriconoscibile Russel Allen,per un nuovo concept, nato anch’esso dalla sapiente penna di Paul O’Neill.

Chi ha avuto per le mani e per le orecchie un album della Trans Siberian Orchestra sa che gli ingredienti sono più o meno sempre gli stessi: citazioni classiche e tradizionali mescolate a ballate o a brani rock, talvolta in una fusione tale da rendere irriconoscibili le componenti originarie, e qua e là qualche richiamo velato o palese ai Savatage.

Ecco quindi cosa troverete (se riuscirete a reperire questo album) in questo lavoro che in 14 tracce racconta una storia che si snoda negli anni fino ai giorni nostri, ancora una volta con prevalente respiro strumentale, con citazioni un po’ più velate del grande Ludovico Van e di altri autori (l’immancabile “Notte sul Monte Calvo” che qui diventa una sorta di danza tradizionale russa), e lo splendido recupero di “Stay” (brano scritto in origine per “Streets”).

I brani cantati appaiono in gran parte nella seconda parte del lavoro, con perle oscure come “Not dead yet” o la cover di “Forget about the blame”,  fino al dolce finale strumentale di “Lullaby night”.

L’orchestra a questo punto ha finito, ringrazia, saluta e fa per rimettere a posto gli strumenti, ma il pubblico non è del tutto soddisfatto, vuole sentire ancora quella musica, un po’ per afferrare meglio l’anima e un po’ perché sa, in cuor suo, che difficilmente riuscirà a trovare altrove delle composizioni altrettanto belle, intense e profonde.

Allora non rimane che tornare alla prima traccia e l’orchestra torna a suonare per noi, ogni volta che vogliamo.

Enrico Spinelli

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