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La trappola della farfalla ⋆ Breakoff  

sabato 31 Luglio 2021 - 21:34

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La trappola della farfalla

Adam Schobert era un uomo eclettico, che in molti avrebbero definito di grande cultura e di animo pacato. In paese era noto per il suo sorriso gioviale, che gli illuminava il volto ad ogni incontro, per la grande passione per le arti, per le sue doti di maestro di musica e per la sua apparente serenità d’animo, nonostante, dicevano, la vita non fosse certo stata bonaria nei suoi confronti.
Tutti ricordavano, infatti, che a circa 40 anni aveva perduto l’amata moglie. Si diceva che la causa fosse stata un incidente d’auto, al termine di un viaggio di piacere da cui, purtroppo, fu il solo a tornare. Da allora, dopo un periodo di comprensibile ma riservato dolore, si era messo nuovamente ad insegnare musica ai giovani dei dintorni, accogliendoli nella sua grande casa, che ormai abitava da solo, forse troppo vasta per un vedovo, dicevano, ma sempre ben curata.
Adam era un uomo elegante, che l’età, ormai oltre i cinquant’anni, non aveva segnato nel corpo, nonostante le disavventure. I capelli voluminosi, parzialmente incanutiti, erano sempre simmetricamente pettinati con una divisa tendente al lato destro del volto. Gli occhi, azzurro ghiaccio, erano addolciti dalle piccole rughe che si formavano, sopra le guance, ad ogni educato sorriso, mentre le labbra, sottili e ben disegnate, erano incoronate da baffi perfetti, resi netti da precisi tagli di forbice.
Quella mattina primaverile si svegliò molto presto, alle prime luci dell’alba. Dopo aver indossato una scura giacca da casa, si sistemò gli occhiali sul volto, con studiata delicatezza, per poi dirigersi verso il giardino.
Il terreno in suo possesso, frutto dell’operosità e della fortuna di generazioni passate, ma anche della sua tagliente accuratezza nel fare investimenti vincenti, era organizzato fin nel minimo dettaglio. Alberi da frutto si alternavano a cespugli fioriti e prato, mentre alcune statuette in ceramica di putti e muse spiccavano, bianche e lucide, tra il verde appena illuminato dall’alba nascente.
Si avvicinò silenziosamente verso un preciso punto del giardino. Di fronte a una fontanella appena coperta da un sottile strato di muschio, erano sistemate diverse piccole trappole per farfalle. Adam sorrise osservandone il contenuto. Due piccoli esemplari, bianchi, muovevano faticosamente le proprie ali, cercando di staccarsi dalla sostanza nutriente e collosa che aveva appositamente sistemato il giorno prima.
Doveva agire rapidamente: sapeva che alle prime ore del mattino le farfalle erano ancora in uno stato simile alla catalessi. Avrebbe dovuto estrarle lentamente dalla trappola, evitando che, agitandosi, spezzassero quella così meravigliosa parte dei loro teneri corpi.
Mentre prendeva le trappole, intonando una melodia tra sé e sé, udì, non senza disinteresse, un leggero fruscio tra i cespugli vicini. Si stava alzando del vento, pensò, proveniente dalla città. Rincasò velocemente, scrollando le spalle, pronto per mettersi all’opera.
Una volta giunto nel suo studiolo, sistemò le trappole sul tavolo di vetro vicino, di fronte ad una lampada ad olio accuratamente strofinata e lucidata. Si voltò verso la specchiera in legno poco distante: guardò il proprio riflesso con voluta lentezza, soffermandosi sulle linee del proprio volto. Si perse per un istante nei propri occhi, come naufragando in un mare lontano. Il sorriso pacato che aveva disegnato sul volto creava una velata dissonanza con la fissità dello sguardo e con la strana luce che brillava sordamente nelle sue pupille.
Si riprese velocemente. Tornò verso il tavolo: le farfalle canute erano ancora intorpidite. Prese la teca trasparente che sostava dall’altro lato del tavolo. All’interno, un ragno nero di considerevoli dimensioni si stagliava con una criptica e immobile eleganza contro il lato più esterno del contenitore.
Adam amava i ragni. Si dilettava, del resto, di qualsiasi tipo di insetto in generale. Studiava l’infinita varietà di tali minuscole creature diffuse nel creato con morbosa attenzione, concentrandosi sulla struttura dei loro corpi, sulle armi che la natura aveva loro donato, sugli istinti talvolta guerreschi di esseri di così ridotte dimensioni. Sin da bambino, impiegava ore del suo tempo a interrogarsi sull’organizzazione quasi robotica di talune tipologie di insetti e sull’assassina brutalità di talaltre specie. Negli anni si era quindi sempre impegnato a ritagliare del tempo per apprendere le caratteristiche di così bene organizzate creature, ma, tra tutte, gli aracnidi avevano sempre conquistato la più grande porzione della sua attenzione.
Amava la loro capacità di creare intricate ragnatele, ammirava la studiata pacatezza con cui attendevano le prede ed egualmente lodava la furia con cui, dopo tanta attesa, dopo aver tessuto migliaia di delicatissimi filamenti, si abbattevano sulle “vittime” ormai impossibilitate alla fuga, intrappolate in piccole opere d’arte di intreccio.
Per questo, anche quella volta, aveva deciso di godersi lo spettacolo; un momento di buio piacere prima dell’inizio della giornata, che assorbiva con stupore quasi infantile.
Con una pinzetta di lucido metallo prese una delle farfalle, che oppose scarsa resistenza. La calò, senza nascondere un fremito di trepidazione, all’interno della lucida teca, dove il ragno attendeva, immobile ma impercettibilmente vibrante, come conscio di quanto di lì a poco sarebbe seguito.
Osservò le due creature: la farfalla iniziò a muovere lentamente le ali, allontanandosi dallo sgradito compagno, come se la percezione dell’imminente pericolo avesse d’improvviso scacciato ogni torpore. Il ragno era ancora immobile, rivolto verso la futura preda. Pochi secondi dopo, sotto lo sguardo indecifrabile di Adam, l’insetto scuro si avventò sulla farfalla; con rapidi colpi trafisse le ali bianche della vittima. Iniziò a divorarla mentre ancora si dimenava, con una brutalità istintiva che Adam bramava, desiderava eppure non riusciva del tutto a carpire.
Passò i successivi dieci minuti ripetendo lo stesso procedimento con l’altro piccolo lepidottero. Il contrasto tra la bellezza quasi casta delle farfalle del giardino e la sinuosa violenza nera del ragno faceva scintillare nei suoi occhi un chiarore vivido, eppure tremendamente cupo. Un brivido di piacere correva nelle sue vene ad ogni scatto del ragno, ad ogni squarcio delle tenere ali, ad ogni violazione nefasta, bestiale, di quelle innocenti creature.
La stessa luce perversa, sebbene più forte e accecante, aveva illuminato il suo sguardo di furia quando, qualche settimana prima, aveva brutalmente ucciso Anne Simmons.
La giovane, figlia minore della famiglia Simmons, era scomparsa, almeno secondo la cronaca. La famiglia e la cittadinanza, le forze dell’ordine e gli abitanti dei paesi vicini l’avevano cercata giorno e notte, senza successo. Anche Adam, che aveva conosciuto Anne tramite i corsi di musica, aveva atteso qualche giorno per poi unirsi alle ricerche. Aveva finto di cercarla, aveva chiamato il suo nome nei boschi. Si era angosciato, apparentemente, di fronte ai genitori. Aveva prestato il suo orecchio alle lacrime, aveva parlato alla polizia. Aveva recitato, con rara disinvoltura. Era stato molto abile, cauto e altrettanto sicuro di sé.
Adam era quello che certi arguti psichiatri avrebbero definito un “predatore”. La sua attenzione era stata subito colta, quasi punta da un febbrile interesse, dalla famiglia Simmons, dall’innocenza delle due sorelle, Anne e Julie, dal loro rapporto con i genitori, dalla gioia che Anne emanava dal suo viso giovane, incorniciato da capelli biondo scuro, che sembravano fili d’oro sotto la luce del sole di mezzogiorno. La purezza della ragazzina aveva nel suo spirito un senso d’innaturale rancore e frenesia, a lui non sconosciuto, che lentamente aveva finito per ossessionarlo.
Aveva dapprima iniziato ad osservare Anne da lontano, a studiarla, a valutarne la quotidianità, come un cacciatore esperto. Aveva lentamente tracciato i suoi spostamenti, al riparo da sguardi indiscreti, protetto dalla sua fama di buon uomo e dalla sua costruita innocenza. Con astuzia, aveva iniziato a tessere rapporti di cordiale amicizia con i signori Simmons, Claire e Bernie. Lo avevano da subito trovato amabile, tanto che furono loro stessi a proporgli, dopo qualche tempo, di dare alcune lezioni di piano ad Anne.
Inizialmente, con studiata strategia, si era gentilmente rifiutato, schermandosi dietro ad una falsa modestia. Aveva poi, educatamente, finito per cedere.
La prima volta che Anne fece ingresso nella sua casa, la osservò con fame cieca, con desiderio di buia violenza. La ragazzina sorrideva, si impegnava al piano, mentre Adam digrignava i denti, nascosti dietro ad un volto di cera.
Lentamente, con fredda precisione, Adam Schobert aveva tessuto la sua tela, tenendo sempre a giusta distanza i signori Simmons. Aveva incontrato qualche difficoltà in più con Julie, la sorella di Anne, che pareva dimostrare qualche remora nel manifestargli la stessa cordialità. Per questo, in poco tempo, preferì disinteressarsene. Le sue attenzioni erano solo per la sua preda, la farfalla a cui desiderava tagliare le ali.
Nei mesi dovette trattenersi, dovette spesso calmarsi, farsi forza, ripetendosi che doveva attendere, doveva seguire il piano.
Infine, una sventurata quanto luminosa sera di settembre, mentre tornava a casa dal doposcuola, Anne decise di passare da un sentiero immerso in un desolato boschetto, in cui il Signor Schobert, maliziosamente conscio della sua caparbietà di ragazzina, le aveva studiatamente sconsigliato di passare.
Non c’era nessuno nei paraggi quando le fu coperta la bocca, quando svenne per la sostanza di cui era imbevuto il panno che la soffocava. I suoi occhi, poco dopo, si chiusero per non riaprirsi più, mentre il suo ultimo grido, muto, lacerante, innaturale, si perdeva tra le braccia del suo carnefice, che la chiusero in una morsa buia e grottesca.
Quella sera, il ragno squarciò le ali della farfalla.
Adam Schobert visse per mesi dell’adrenalina perversa che in quei momenti scorse nelle sue vene. Per intere notti risognò quell’istante diabolico. La sua buia mente predatrice godeva del gesto innaturale e della propria abilità, galvanizzata dall’anonimato in cui era riuscito ad inserirsi. Nessuno sospettava alcunché.
Anche quella mattina, mentre il ragno nero inghiottiva gli ultimi resti della seconda farfalla, ripensava a quegli indicibili eventi.
Si allontanò dal tavolo, attraversò la stanza e si diresse nel lungo e buio corridoio che portava al bagno. Giunto dinanzi alla toilette, volse lo sguardo alla sua destra. Davanti a lui si trovava la stanza dedicata ad ufficio, a pochi centimetri dal bagno, dove nascondeva, tra inutili cimeli di un passato sportivo e strumenti musicali chirurgicamente lucidati, anche le sue amate videocassette. Fece il suo ingresso.
Sfiorò con le dita la collezione di registrazioni, tutte perfettamente ordinate su un mobile di legno intarsiato, rigorosamente scuro. Nessuna cassetta aveva un nome, ma tutte riportavano delle sigle e una data. Solamente una scatola, ancora da sistemare, conteneva delle registrazioni con un nome completo: Anne Simmons, 10 settembre 1988. Aprì il contenitore e tirò fuori le cassette. Ad occhi chiusi le toccò delicatamente, quasi gustando la sensazione tattile che provavano i suoi polpastrelli, mentre strofinava la pelle delle sue lunghe dita sul freddo materiale scuro.
Sentì il fruscio dei cespugli sotto la finestra della stanza. Il rumore distolte la sua attenzione. Ripose le cassette nella scatola. Era strano, pensò per un attimo, che il vento soffiasse anche da quel lato della casa.
Decise di non farci troppo caso ed uscì dalla stanza. Percorse lentamente il corridoio verso il salotto, che si trovava all’estremità opposta e dove custodiva il suo amato pianoforte. Si sedette sul panchetto, rivestito di stoffa bordeaux. Inspirò lentamente.
Suonò una ballata, con ritmo perfetto, godendosi ogni tocco, ogni nota, con estremo gusto.
Notò, non senza una punta di rancore, che la fame di strage, la sua voglia più nera, stava di nuovo montando dentro di lui. Presto avrebbe dovuto “nutrirsi” di nuovo. Il luccichio buio dei suoi occhi era tornato a brillare con una forza che non desiderava più arginare.
Si alzò, si diresse verso la cucina, dalla parte opposta del corridoio, alla sinistra del bagno. Aveva già preparato, come da prassi, il suo solito bicchiere d’acqua e l’odiata pasticca per tenere sotto controllo la pressione. Adam Schobert era un uomo meticoloso, ma anche estremamente abitudinario, costretto da una natura villana a seguire specifici rituali per mantenersi in salute. Prendeva la sua pasticca sempre alla stessa ora, due volte al giorno. Preparava il necessario ben due ore prima. Detestava uscire dai suoi schemi.
Prese il bicchiere, inghiottì la pasticca e bevve.
Di nuovo un fruscio dalla finestra vicina; stavolta vide gli alberi in lontananza muoversi ritmicamente. Il tempo stava effettivamente cambiando, pensò.

*

Le ore passarono in fretta. Attese con pazienza che fossero, finalmente, le 17.00. Suonò il campanello. Il trillo rimbombò prima nel suo cuore che nelle sue orecchie, mentre un brivido di trepidante attesa gli risaliva la schiena.
Aprì la porta, preparando un sorriso buono e degli occhi dolci. Era Julie Simmons.
Da quando la sorella Anne era scomparsa, Adam aveva fatto quel che poteva per stare vicino alla famiglia, con falsa educazione. Aveva cercato di allentare il peso dei genitori offrendosi di fare qualche commissione per loro. Non per ultimo, spinto da un perverso desiderio di ulteriore violenza, aveva suggerito di distrarre Julie offrendole qualche lezione di piano.
Adam si era ricreduto su di lei: aveva finalmente colto il suo interesse.
La giovane, dapprima restia, aveva finito per accettare la proposta dell’uomo. Adam trovò inizialmente peculiare quel cambio di atteggiamento, ma del resto la giovane, pensava, era ancora probabilmente turbata dal lutto, che aveva distrutto tutta la famiglia. Desiderava certamente distrarsi, ricreare la perduta tranquillità e tornare alla normalità, alla sua vita di adolescente, più o meno tranquilla, per quanto irrimediabilmente ferita. Tali riflessioni, sapendo di essere la causa di così brutali concatenazioni di eventi, lo emozionavano.
“Buon pomeriggio Julie”, disse pacatamente Adam, “sei pronta per la lezione di oggi?”, chiese poi, facendola entrare.
Chiuse delicatamente la porta dietro di sé, mentre la giovane entrava nella casa.
“Buon pomeriggio Signor Schobert. Sì, sono pronta, grazie. Ho provato a studiare la nuova sinfonia, ma la mamma stava ancora così male. Anche io, sa… Non ho avuto molto tempo”. Notò che le guance della giovane, incorniciate da capelli più scuri della sorella, si facevano rosse, mentre gli occhi iniziavano a velarsi di tristezza.
Adam la superava di almeno 35 centimetri. L’evidente differenza fisica, che lo portava a sovrastare la figura mingherlina che aveva di fronte, lo inorgogliva e lo faceva sentire al sicuro, in controllo.
“Non preoccuparti, Julie. So quanto sia difficile. Devi fare solo ciò che ti senti. Se la musica ti fa star meglio, suoneremo. Se invece sei stanca, puoi sempre riposare e ci rivedremo più tardi”, disse in risposta, con calcolata comprensione.
“Assolutamente no.” rispose con improvviso vigore Julie, “voglio suonare, voglio farcela”. Adam le rispose con un unico tagliente sorriso.
La accompagnò nel salotto. La fece sedere al pianoforte, dove solo qualche mese prima, rifletté, posava le dita la sorella Anne. Si sistemò sulla poltrona dietro di lei, posizionata lievemente di traverso.
La osservò, con bramosa lentezza, analizzando ogni centimetro della sua giovane pelle. Aveva le spalle gracili, coperte dai capelli scuri, che le ricadevano ordinati e voluminosi sino a metà della schiena.
La giovane iniziò a suonare, mentre Adam la correggeva o la incitava, la sosteneva o la distraeva e, lentamente, la avvicinava alla sua tela, che, finalmente, si avviava a completare.
“Dovrei recarmi in bagno, Signor Schobert. Chiedo scusa.” disse improvvisamente Julie, al termine della sua prima pausa.
“Vai pure, Julie, ti aspetto qui”.
Mentre la giovane spariva nel corridoio, Adam passò in rassegna il suo piano, passaggio dopo passaggio. Doveva ancora attendere, purtroppo. La pazienza, l’attesa, erano in fondo parte del divertimento, pensò non senza un certo rammarico.
Julie lo faceva aspettare, ma non era una ragazza particolarmente “lesta”, pensò Adam. A differenza di Anne, il cui pensiero fece nascere un sorriso di pura malizia sul suo volto, Julie era più distaccata, meno docile, più netta nelle risposte, ma non altrettanto brillante.
Sarebbe stato più difficile assuefarla completamente alla sua presenza, al suo carattere falsamente mellifluo, ma forse, in fin dei conti, convincerla sarebbe stato più intrigante.
Dopo che la giovane fu tornata, ripresero a suonare, per almeno un’altra ora. Alle 18.30 Adam si alzò “vado in cucina. Perdonami Julie, ma lo sai, devo prendere la mia pillola”.
“Non si preoccupi Signor Schobert, continuerò ad esercitarmi” disse Julie con uno sguardo perso.
Il dolore era evidente in quella ragazza, pensò Adam mentre percorreva il corridoio, tappezzato di quadri, dirigendosi svelto verso la cucina.
Bevve rapidamente l’acqua del bicchiere, che aveva preparato come sempre tempo prima, dopo aver inghiottito la sua detestata pillola.
Con un moto di furente lascivia osservò poi i coltelli che aveva sistemato sul tavolo. Le punte lucidate brillavano di una luce perfetta. Il suo volto poteva addirittura specchiarsi in quelle lame, che ormai puliva ogni notte. Il suo sguardo famelico ottenne una risposta altrettanto delirante dalla figura riflessa.
In pochi secondi si ricompose e tornò da Julie. La giovane suonò fino alle 19.00, come ogni volta, sotto la guida attenta del maestro. Poco dopo, la osservò uscire dalla porta d’ingresso, mentre con un cenno della mano la salutava a poca distanza, sorridendole con sguardo sereno.
Quando la porta fu chiusa, dopo che i passi della giovane si furono persi nel giardino, chiuse gli occhi, immobile, finalmente solo. Nell’aria sentiva ancora il suo odore.

*

Erano passate alcune settimane, Julie aveva continuato a frequentare assiduamente le sue lezioni. Adam aveva continuato a rifiutare ogni dono dei signori Simmons, non accettando di farli pagare e mostrandosi anzi teneramente disponibile a sollevarli da ogni preoccupazione.
Finalmente, Julie sembrava aver deciso di fidarsi di lui e, quel giorno, dopo attenta riflessione e meticolosa preparazione, aveva finalmente predisposto tutto.
Adam Schobert aveva calcolato perfettamente ogni scenario possibile. Aveva ipotizzato diversi alibi, aveva ragionato sulle criticità di ciascuno di essi, aveva fatto qualche telefonata, inventato qualche scusa, intessuto una trama di fitti contatti grazie alla sua favella delicata e ai suoi modi affabili. Aveva dedicato tutta la sua attenzione all’ideazione di una ricostruzione perfetta della giornata, affinché nessuno, per quanto astuto, potesse ricollegarlo a quello che avrebbe compiuto di lì a poco.
Quel giorno avrebbe ucciso, di nuovo. Voleva tornare a incendiare quel desiderio furioso che scorreva nelle sue vene come un balsamo, voleva lasciare libera la sua furia cieca, voleva sentirsi vivo, dando ad altri la morte.
Prima delle 17.00 entrò nel suo ufficio, accarezzò le cassette che custodiva gelosamente nella scatola, con il nome della piccola Anne e le baciò, delicatamente. Le ripose nel contenitore e guardò verso la finestra. Notò che era lievemente accostata. La richiuse con forza. Gettò uno sguardo sui cespugli vicini, per poi tirare le tende e tornare rapidamente in soggiorno.
Alle 17.00 spaccate, come di consueto, Julie suonò alla porta. Il rumore del campanello fece correre un brivido di anticipazione lungo la sua schiena.
“Buon pomeriggio Julie, ben arrivata” disse mascherando la sua frenesia con dolce gentilezza.
“Buon pomeriggio, Signor Schobert” rispose la ragazza, stringendosi nel suo cappottino scuro, facendosi piccola di fronte alla alta figura che le stava di fronte.
Adam la fece accomodare in salotto, “oggi è una giornata più fredda del solito, non trovi?” le chiese.
“Ha ragione, è una sera alquanto strana. C’è un brutto cielo, fuori. Stavolta però ho studiato bene la sinfonia, conosco tutte le mie battute” disse Julie, con una nuova determinazione nello sguardo.
Adam rimase quasi colpito dalla sicurezza di quelle parole, ma rispose subito sollevato “sono felice di sentirtelo dire. Non vedo l’ora di sentirti suonare”.
Di lì a poco, mentre Julie suonava, Adam la osservava picchiettando le dita sulle ginocchia, impaziente. La sua mente, infervorata, contava ogni riga del maglione della giovane, ogni dettaglio del suo aspetto, mentre il suo corpo, all’opposto, riusciva ad apparire calmo, rilassato, in netto contrasto rispetto all’esondazione di sentimenti che custodiva dentro di sé. L’aveva fatta cadere nella sua trappola, affermò a se stesso con un moto di vittoriosa smania.
“Mi scusi, avrei bisogno di andare in bagno” disse Julie, al termine della sua prima pausa.
“Non preoccuparti Julie, ormai è una nostra prassi. Vai pure, tranquilla” le rispose bonario Adam.
La attese, con lo sguardo fisso, fermo e perso verso il panchetto vuoto.
Julie tornò molto silenziosamente, con lo sguardo diretto verso la finestra di fronte al pianoforte, come se scorgesse qualcosa, forse persa nelle sue fantasticherie da adolescente.
“Cosa ti turba, Julie?”
“Niente, Signor Schobert, è solo una giornata cupa”.
Suonarono per un’altra ora. Poi Adam osservò l’orologio, “è l’ora, mia cara. Vado in cucina e torno”.
Si alzò, molto lentamente. Si diresse verso la cucina, percorrendo il corridoio. La porta del bagno era rimasta socchiusa, come quella dell’ufficio. Entrò in cucina. Il bicchiere era dove lo aveva lasciato, insieme alla pasticca. Ne bevve il contenuto con scarsa riflessione.
Si avvicinò ai coltelli. Le lame brillavano scure, anche quella sera, specchiandosi nei suoi occhi vitrei. Ne scelse uno, lungo, ma non tanto da non poter essere facilmente nascosto nella sua giacca. La lama fredda, dura, ora stretta contro il suo petto, si scontrava con il battito caldo del suo cuore. Era pronto, era l’ora.
Tornò in salotto. Julie era di spalle, “ha preso la sua medicina, Signor Schobert? Posso ricominciare?” chiese innocentemente.
“Certo Julie, suona pure” le rispose Adam, sedendosi comodamente sulla poltrona.
Le osservò i capelli, la nuca e la schiena “sei molto brava sai; suoni molto bene” le disse, con voce ruvida.
“Una giovane come te, con delle mani così capaci, meriterebbe di fare dei concerti tutti suoi” continuò con tono avvolgente.
“Grazie Signor Schobert… Troppo gentile, non sono poi così brava” rispose Julie, stavolta titubante.
Suonò ancora per circa 30 minuti. Poi Adam guardò l’orologio. Sorrise alle lancette, freddamente, con sguardo malvagio, spalancando gli occhi.
Alzò la testa verso Julie, inspirando con silenziosa estasi.
“Sai, mia cara, suoni davvero bene. Continua, non fermarti”.
Toccò il coltello. Era freddo, era sottile. Iniziò a muoversi.
Non resistette. Si alzò di scatto dalla poltrona, con sguardo traboccante di desiderio.
Poi la nebbia; la testa cominciò improvvisamente a girare, costringendolo ad appoggiarsi scompostamente sul manico della poltrona.
Cercò di risistemarsi, mentre il coltello rovinò a terra, fuori dal suo controllo. Il respiro si fece inspiegabilmente più pesante, mentre perdeva la sensibilità alle dita delle mani.
Guardò Julie: la ragazza si voltò lentamente verso di lui. Il suo sguardo era impassibile, il suo viso era immobile.
“Che succede Signor Schobert? Si sente male, per caso?”.
Mentre sveniva, Adam si rese conto che la voce della ragazza aveva un tono artefatto, le sue parole nascondevano una consapevolezza diversa, rigida. Julie sapeva ciò che stava accadendo. Pensò, d’un tratto, all’acqua che aveva bevuto. Poi il buio; cadde a terra.

*

Quando Adam si riprese, si sentì fisicamente costretto, vincolato da qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco. Come riprendendosi da un sonno sconclusionato e febbricitante, impiegò qualche minuto a capire dove si trovasse e perché fosse lì.
Mentre cercava di riabituare i suoi occhi pesanti alla vista, capì di essere legato e di essere seduto. Dopo qualche tempo, notò che si trovava al tavolo del salotto, immerso nel buio della stanza; l’unica luce era quella di una candela, poggiata al centro, la cui fiamma ardeva vigorosa.
Alzò la testa con fatica. Nella sua poltrona, dal lato opposto del tavolo, era seduta Julie. Il fuoco le illuminava il volto. Il suo sguardo pareva vuoto, netto, immobile e pesante come un macigno.
Passarono alcuni attimi di infinito silenzio.
“Signor Schobert, sarò breve. So cosa ha fatto a mia sorella. So come l’ha avvicinata, come ha ingannato lei e la mia famiglia, come ha ingannato me. So che l’ha uccisa, so che è morta. So che è colpa sua”.
“Come… hai..?” balbettò Adam, tornando finalmente padrone delle sue parole.
“Lei è un uomo metodico, pulito, preciso e meticoloso. Una volta uccisa Anne, una volta distrutta la mia famiglia, sono certa che si sia gustato ogni goccia di piacere. Ha gioito ricordando all’infinito quel momento”.
Fece una pausa.
“Non creda che non mi fossi accorta di lei. Non pensi che io sia innocente quanto Anne. Ho capito che mi stava avvicinando. Nel tempo ho iniziato a sospettare. Per questo, Signor Schobert, ho cominciato a spiarla”.
Un lampo di turbamento macchiò il volto ora spaventato di Adam.
“Mentre lei osservava me, io studiavo lei. Notavo le sue abitudini, osservavo la sua casa. Mi facevo avvicinare”.
Fece una pausa.
“Ho visto le cassette, Signor Schobert” tagliò corto Julie.
Adam scostò lo sguardo dalla ragazza, con un moto di inaspettata colpevolezza e di furente vergogna. Si sentiva svilito nei suoi rituali più disumani, nei suoi segreti più turpi. Si sentiva soffocare.
“Lei ha ucciso mia sorella. Ha sorriso a mia madre. Ha stretto la mano a mio padre. Mi ha accolta nella sua casa” riprese Julie, “lei è un mostro, un assassino, un animale”.
Adam, nella stranezza della situazione, rimase colpito. Non fu il contenuto di quelle parole a stupirlo, ma la freddezza della voce di Julie, che sembrava nascondere una consapevolezza ritrovata, una coscienza matura, forse fin troppo per la sua età.
Per un attimo, un pensiero istintivo, alieno, giunto come un fulmine a ciel sereno in quell’istante così assurdo, attraversò la sua mente: quella farfalla non si era fatta trovare impreparata dal freddo del mattino.
I pensieri confusi di Adam furono riportati alla realtà da Julie, che avvicinò con angosciante lentezza il volto alla luce della candela. La fiamma disegnava ombre scure, danzanti, sulla pelle giovane della ragazza.
“Lei mi ha fatto del male, Signor Schobert, ma il mondo è pieno di mostri come lei. Per questo l’ho studiata, l’ho osservata, dalle sue finestre, giorno dopo giorno”.
Julie tornò a distanziarsi dalla fiamma.
“Lei è una bestia, un predatore convinto e sicuro della sua furbizia”.
Adam, con lo sguardo fisso, cercò di mascherare un’espressione incredula “Non so di cosa parli, mia cara, ti sbagli certamente. Stai male, davvero, hai sofferto troppo..”.
Le sue parole si persero tra le ombre della stanza.
Julie, ignorandolo, batté un colpo con improvvisa violenza sul tavolo di legno scuro. Dalla porta alle sue spalle fecero silenziosamente il loro ingresso tre ragazzi. Adam li aveva già visti, erano amici di Julie, giocatori della squadra di basket del Paese. Avevano un volto cattivo, rabbioso, ma fermo.
All’improvviso, sotto lo sguardo immobile della giovane, paradossalmente duro per la tenerezza del suo volto, Adam provò per la prima volta una sensazione nuova: terrore.
Lo sentì salire dalle punte delle dita dei piedi, freddo, lento. Si spandeva a ondate, in un crescendo inarrestabile. Iniziò a percepire un veloce tremolio in tutto il corpo, mentre il suo cuore aumentava il battito, mentre la sua mente correva rapida, pensando ai possibili errori, a ciò che poteva non aver colto, ai difetti di calcolo, ad ipotetiche sviste. I suoi occhi, impazziti di paura, si spostavano scompostamente da Julie ai ragazzi, cercando di decifrarne le intenzioni, senza trovare alcuna risposta.
Julie interruppe il suo diluvio di pensieri: “è strano avere paura, vero? È difficile non poter fuggire, non poter agire, non trova?”.
Adam non seppe rispondere. Voleva andarsene.
Per una strana concatenazione di eventi, per la prima volta il carnefice era ammutolito di fronte alla sua mancata vittima.
Julie si avvicinò, senza far rumore, senza tradire alcuna emozione, verso la candela al centro del tavolo. La fiammella, ormai morente, a stento le illuminava le pupille.
La stanza era inondata da uno strano silenzio, pressante, opprimente, vuoto eppure ingombrante. Il respiro affannoso di Adam faceva a gara con il rombo del suo cuore.
Ci fu una lunga pausa.
I due si fissarono. I ragazzi si avvicinarono, ponendosi alle spalle di Adam. Sentiva il loro fiato sul collo.
Poi Julie parlò. Poche parole, taglienti, studiate e delicate quanto brutali e accecanti:
“Si è mai chiesto, Signor Schobert, cosa succede al ragno quando, finalmente, cade nella trappola della farfalla?”
Non ebbe il tempo di reagire.
La ragazza allungò la mano verso la fiamma; la strinse di scatto nel palmo, soffocandola.
Calò il buio.

Emanuele De Napoli

About The Author

Praticante avvocato e appassionato di scrittura e lettura fin dall'infanzia // Con piccoli racconti e "fotogrammi" di vite e pensieri (a volte assai distanti tra loro) cerca di descrivere la realtà rincorrendo l'immaginazione.

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