domenica 27 Settembre 2020 - 21:06

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La tecnologia in quarantena: perché le maestre sono sempre in chat e non si riposano la domenica.

Fermiamoci un attimo a riflettere… noi educatrici, educatori, maestre e maestri, come stiamo usando la tecnologia in questi giorni di quarantena?

Paradosso dei paradossi, ora che le scuole sono chiuse molti hanno l’impressione di essere “oppressi” dalla tecnologia: non c’è più sabato o domenica, sera o mattina, la chat è sempre attiva, incessante, inarrestabile, poi ci sono le riunioni, i corsi di aggiornamento, le lunghe telefonate, i nuovi programmi da imparare, le relazioni, le attività da preparare sul pc. Sembra quasi di lavorare più adesso di prima, c’è una sensazione di “invasione del lavoro” in ogni momento e in ogni spazio della vita.

Perché tutto questo?

Sicuramente dipende da molti fattori: abbiamo bisogno di tempo per organizzarci e coordinarci e non potendoci vedere tutto è più complesso, c’è la tecnologia che non funziona mai bene e c’è bisogno di tempo per “imparare” le nuove modalità di comunicazione, non ci sono “confini” esterni dettati dagli orari di lavoro.

C’è anche WhatsApp che ci porta a questa sensazione di “non stop”. Il mezzo di comunicazione che usiamo, influenza inevitabilmente il nostro modo di comunicare. Se a lavoro una volta timbrato il cartellino di uscita smettiamo di lavorare, sul cellulare non abbiamo nessuna regola ed è molto difficile metterle. WhatsApp è così facile da usare, così sempre a nostra disposizione, sempre a portata di mano, se mi viene in mente una cosa la scrivo subito, perché aspettare? Se c’è una notifica la leggo subito, mi incuriosisce, non so aspettare; poi tutto questo può diventare soffocante. Abbiamo anche la pretesa verso gli altri, che siano sempre connessi, sempre disponibili.

Ma forse, in questa sensazione “lavorare tanto” c’è anche qualcosa di più, un “di più” che deriva da un qualcosa di interiore. Forse c’è un bisogno personale di non fermarsi e di mostrare a se stessi e agli altri, di essere ancora in movimento, vivi, utili, impegnati, di sentire che il nostro ruolo professionale non è perduto. O c’è un bisogno di lavorare anche più di prima, compensando il “non esserci fisicamente” con “l’esserci sempre emotivamente e mentalmente”. Perché sotteso può esserci anche un sottile senso di colpa: siccome non si va a scuola il lunedì allora non mi posso permettere di riposarmi la domenica. E, se scaviamo ancora, sotto tutto questo continuo bisogno di “movimento” possiamo trovare emozioni di smarrimento, agitazione, solitudine, dolore, rabbia, senso di vuoto, senso di impotenza.

Chi lavora a scuola o al nido sta vivendo una grande perdita, la perdita di un contatto reale e diretto con i bambini che nessuna chat e nessuno smart working potrà mai compensare. Tutto questo grande “vuoto” è difficile da sentire e da sopportare e così è possibile cercare di riempirlo facendo mille cose. Partiamo da qui, da questo vuoto, prendiamone atto e fermiamoci. Respiriamo.

Come è possibile elaborare davvero queste emozioni?

Il primo passo è questo, difficile ma inevitabile: stiamo in ascolto delle nostre difficoltà, delle nostre emozioni, dei nostri bisogni di adesso; se stiamo in contatto con le nostre emozioni, queste si possono trasformare, se le neghiamo e le nascondiamo, rimangono presenti, latenti, sotto il tappeto. E per poter far questo, mettiamo un po’ di confini negli orari, nei tempi. I limiti, servono ai bambini ma anche a noi. Diamoci un tempo di ascolto di noi stessi in cui lasciamo il cellulare silenzioso.

E cosa fare poi? Proviamo a condividere le nostre emozioni e a elaborarle insieme; c’è prima il bisogno di far questo per poi, solo dopo, è possibile pensare alle attività da fare.

E scegliamo: come e con chi abbiamo voglia di condividere? Non ci serve essere “generici”, Facebook, i gruppi WhatsApp ci danno questa bellissima illusione: la sensazione di essere sempre connessi tutti contemporaneamente. Questa possibilità è in realtà, lo sappiamo, solo una bella illusione di contatto sociale e di condivisione. “Tutti” in psicologia vuol dire “nessuno”, “continuo contatto” vuol dire “nessun vero contatto”.

Chiediamoci con CHI vorremmo parlare e in CHE MODO, magari abbiamo più voglia di fare una telefonata a quella persona che di guardare la bacheca. Ascoltiamo quali sono i bisogni veri e profondi della nostra anima e andiamole incontro, non accontentiamoci di quello che “ci arriva” dal cellulare.

E poi sostituiamo il senso di colpa con il senso di responsabilità: facciamo quello che è utile, quello che serve ma anche fermiamoci, riposiamoci, prendiamoci cura di noi. L’affannarsi non aiuta nessuno. Permettiamoci di godere in pieno anche di questo tempo che abbiamo.

Poi, vi volevo chiedere, che effetto vi ha fatto l’impatto di questi “nuovi” sistemi di comunicazione?

Dico nuovi per me, che, non avevo mai fatto una videochiamata di gruppo, non avevo mai usato Zoom o fatto un webinar ma a dire il vero, avevo fatto anche pochi selfie. Sicuramente abbiamo “scoperto” dei divertenti vantaggi: non dover affrontare il traffico per gli spostamenti, poter ascoltare un webinar mentre si spolvera o si cucina e sempre in ciabatte.

Però a mio avviso, si presentano anche delle “novità” difficili da gestire dal punto di vista psicologico, la più importante delle quali è vedere la propria immagine mentre parlo con l’altro/gli altri. È cosa che nella realtà non avviene. Al massimo, in un’interazione diretta “mi sento”, mi costruisco un’immagine di me riflessa dagli occhi, dalle espressioni dell’altro, ma mai mi vedo direttamente in un’immagine, mentre parlo. Forse è possibile sentirsi come Pirandello in “Uno, nessuno, centomila” che si guardava e si studiava allo specchio non riuscendo a collegare quell’immagine al mondo complesso della sua interiorità. Può non essere facile vedersi e riconoscersi: l’immagine sembra deformata, brutta, come sembra brutto risentire la propria voce su un nastro.

Vedere la propria immagine ricorda i difetti, l’età, fa percepire se stessi più come un “oggetto” da osservare e giudicare che come un “soggetto” che esiste e vive. E poi è un’immagine che oltre ad essere vista da me è esposta anche allo sguardo e al giudizio dell’altro. Tutto questo può portare alla “voglia di non farsi vedere” che non è affatto un desiderio di non avere contatti ma solo un rifiuto di queste modalità. Alle maestre è chiesto poi (giustamente, per mantenere un legame) di spedire video ai bambini ma anche questo è un grande cambiamento delle modalità di interazione. Oltre alle difficoltà tecnologiche insite nell’imparare montaggi, programmi pc ed altro, ci sono anche difficoltà psicologiche da affrontare.

Perdere una relazione diretta fatta di sguardi e di abbracci, in cui il focus è principalmente orientato all’altro e al proprio sentire e sostituirla con un tipo di interazione in cui l’altro non lo vedo ma vedo solo me stessa, il mio corpo e la mia voce in uno schermo che sarà “esposto” allo sguardo degli altri. Certo che adesso la tecnologia è l’unico mezzo che ci è dato ed è perciò il male minore però non possiamo ignorare le difficoltà psicologiche di questo cambio di prospettiva, che possono causare senso di isolamento e rabbia.

Non possiamo cambiare la realtà ma possiamo almeno esplicitare e condividere le difficoltà, stare a contatto con le nostre emozioni affinché si trasformino e ci indichino nuove direzioni da percorrere. Perché solo se stiamo in vero contatto con quello che sentiamo, coi nostri pensieri, con gli altri, con l’analisi reale del contesto sociale, potremo agire in modo direzionato, coordinato e creativo e godere in pieno delle potenzialità che questo periodo ci permette. La creatività, nonostante tutti i limiti, è in ogni situazione, sempre possibile e ci può dare gioia e nuove energie.

Marina Iraso

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Marina Iraso

Psicologa Psicoterapeuta ed educatrice di asilo nido // Amante di tutto ciò che qualcuno dice che non serve // Scrittura, pittura, movimento e nuvole

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