giovedì 26 Novembre 2020 - 15:12

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La scelta

Osservò la bottiglia, ormai semivuota, riflettere la luce morente del giorno contro la parete grigia che aveva dinanzi a sé.

I suoi occhi, rivestiti di uno sguardo vacuo e perso, rimasero per qualche secondo confusi dal gioco di colori che il vetro e il liquido scuro facevano danzare sul muro.

D’improvviso, con un impeto di rabbia, calciò lontano la bottiglia, che si frantumò violentemente, macchiando di un rosso cupo il pavimento chiaro dell’appartamento. 

Si sedette, con la testa fra le mani, ad occhi chiusi. Il silenzio riprese il sopravvento, inondando di nuovo l’ambiente e affogando i suoi pensieri. 

Osservò il cellulare, abbandonato sul letto: molte chiamate e altrettanti messaggi, tutti senza risposta. 

Voltò la testa dalla parte opposta, verso la finestra. I raggi del sole calante stavano ormai abbandonando gli alti edifici che poteva osservare dal suo balcone. 

La posizione elevata dell’alloggio permetteva, infatti, di affacciarsi sulle trafficate strade sottostanti.

Avvicinandosi al vetro, non senza fatica, notò che i passanti sembravano minuscoli punti scuri da lassù. 

Quanti di loro non immaginavano neppure, persi nella loro quotidianità, che qualcuno li stesse osservando? Che senso avevano quelle vite, così distanti, eppure parti di un tutto, che pareva però, giorno dopo giorno, svuotato di qualunque senso di completezza?

Mentre cercava di schermarsi gli occhi, feriti dalla luce morente del tramonto, prese in mano il pacchetto di sigarette. 

Cercò di aprirlo, con poca forza, strappando la copertura in plastica che lo ricopriva. Si fermò, una smorfia di patetica melanconia sul volto. Lasciò cadere il pacchetto a terra e aprì la porta che dava sul balcone.

L’aria della sera si scontrò subito con il suo volto, come fosse un ospite sgradito, un elemento estraneo in un insieme già completo. 

Ripensò agli eventi degli ultimi giorni, al buio della stanza, al dolore provato, alle troppe bottiglie aperte e agli altrettanti disperati silenzi.

Si appoggiò al balcone: i passanti erano davvero così insignificanti da lontano. 

Provava dentro di sé un forte rancore, come se il mondo intero fosse solo un muto spettatore, annoiato e un po’ crudele, del tutto disinteressato al suo dramma. 

Accarezzò, con improvviso interesse, il freddo metallo della balaustra, che separava il vuoto e le strade sottostanti dal balcone. 

Una mano, poi l’altra, una spinta e si erse sul bordo. 

Si tenne in equilibrio, chiudendo gli occhi.

Sedette sul limite esterno, il più vicino possibile al vuoto. L’aria era molto fresca e le ultime luci, arancioni, stavano ormai calando, araldi di una notte che si prospettava ostile.

Permise ai pensieri di fluire liberi, rompendo la diga che aveva faticosamente costruito negli ultimi giorni.

Qualche lacrima rigò il suo volto, rivestita del luccichio del prossimo crepuscolo. 

Sentiva il vuoto sotto di sé, mentre i rumori del resto del mondo, sempre più estraneo, arrivavano attutiti, come un sottofondo morente. 

All’improvvisò un pensiero alieno, quasi incomprensibile, attraversò la sua mente: bastava una spinta.

Un leggero movimento del corpo, un sospiro, un attimo di follia, la risposta alla chiamata di quel vuoto stranamente attraente. Un frammento di secondo e il torpido fiume di quei pensieri si sarebbe interrotto.

Quanti altri si erano trovati immersi in quell’istante di nulla, in quel momento di tempo incredibilmente lungo, eppure dolorosamente fulmineo? 

Si fece questa e altre domande con una rapidità crescente, soffocante, come un’onda di riflessioni sempre più confuse, sempre più ammorbanti e incontrollate.

Poi un lampo, una parola, improvvisa e chiara, come un fulmine nella notte:

scelta.

La moltitudine di domande si interruppe. 

Poteva scegliere, capì in quell’istante. 

Aveva, in bilico fra il nulla e l’infinito, ad un passo dalla fine e dal tutto, finalmente capito che niente era davvero fuori dal suo controllo. 

Poteva scegliere, anche in quel momento.

Aprì gli occhi, senza guardare in basso. 

Osservò il sole calante, le nubi tinte di un rosa scuro, terso e i vetri dei palazzi, che riflettevano le prossime luci della sera. 

Fece la sua scelta.

Scelse, quasi con rabbia. 

Si diede una spinta.

Cadde, all’indietro, battendo il fondoschiena sul freddo marmo del balcone. 

Un’imprecazione sfuggì inaspettata dalla sua bocca. 

Rimase in silenzio per alcuni secondi, poi rise, asciugandosi qualche lacrima. Si affacciò alla balaustra e imprecò di nuovo, forte, sempre più forte. 

Sentiva una nuova libertà, una nuova forza. 

Aveva scelto di rimanere, di avere coraggio e di lottare, di offendere quella vita e di piegarla al suo volere.

Respirò ed inspirò, con maggiore calma. 

Si voltò verso la stanza, osservando il telefono, che si illuminava ad intermittenza nel buio, ormai più denso. 

Questa volta avrebbe risposto, pensò, seppur con fatica, per balzare fuori da quell’orrendo vuoto. 

Quella notte, decise, non avrebbe più avuto paura del buio.

Emanuele De Napoli

About The Author

Praticante avvocato e appassionato di scrittura e lettura fin dall'infanzia // Con piccoli racconti e "fotogrammi" di vite e pensieri (a volte assai distanti tra loro) cerca di descrivere la realtà rincorrendo l'immaginazione.

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