lunedì 6 Aprile 2020 - 20:00

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Knives Out (Cena con Delitto) – Recensione

Se nel quasi omonimo (per lo meno nella traduzione italiana) Invito a cena con delitto il commediografo statunitense Neil Simon parodiò il giallo classico alla Agatha Christie “vendicandosi” di investigatori e scrittori per la loro omertà informativa nei riguardi del lettore, Rian Johnson decide invece di utilizzare il giallo classico come parodia stessa della società statunitense contemporanea.

Ogni personaggio ha difatti un chiaro ruolo che riflette in maniera palese porzioni di collettività nordamericana ed in particolare quella dell’alta società tristemente inconscia di quale sia la vera genesi delle proprie fortune. Personaggi che vengono riuniti in un’unica grande famiglia dove, tra conflitti, comportamenti sleali od ipocriti, si perpetua in egual modo lo stesso ed unico fine egoista. Labile nemesi di questo gruppo disfunzionale c’è l’infermiera personale del ricco Harlan Thrombey, un romanziere di successo e capostipite carismatico della famiglia.

L’aspetto meta-narrativo della storia non inganni e stravolga però quello che di fatto è l’essenza di una trama brillante e sofisticata. Knives Out è un film con un sottotesto contemporaneo ma che si ispira e rievoca in maniera molto intelligente il classico romanzo deduttivo alla Agatha Christie e che, nonostante l’ambientazione moderna, è intriso del carattere primo novecentesco della scrittrice.

Harlan Thrombey viene ritrovato misteriosamente morto la mattina successiva al suo 85esimo compleanno. Quello che all’apparenza sembra un suicidio diventa invece oggetto di indagine da parte di uno dei più brillanti investigatori anglosassoni, Benoit Blanc (Daniel Craig), ingaggiato da un’anonima lettera. Tramite il lungo, forse eccessivamente, interrogatorio iniziale da parte della polizia locale vengono ripercorsi i fatti della festa, dove era presente la sua ampia famiglia, e dove si scoprirà che ognuno di loro avrebbe avuto un buon movente per assassinare l’abbiente patriarca.

Rian Johnson ha il merito di cercare di rinnovare generi che spesso si lasciano guidare da binari particolarmente usurati al fine di evitare di sconvolgere quella parte di pubblico che non cerca lo stupore ma conferme nostalgiche. Se in Star Wars: Gli ultimi Jedi ha ricevuto qualche critica per questi aspetti anti-tradizionali, in Cena con delitto riesce magistralmente a dosare ed amalgamare i dettami classici con gli aspetti sia tecnici che sociali odierni senza lasciare che si sovrastino l’un l’altro. Come in una fotografia di LaChapelle, senza gli aspetti kitsch-pop, quello che già conosciamo viene rinvigorito dalle ramificazioni narrative moderne che inspessiscono la trama senza però appesantirla.

Come nella migliore tradizione per questo genere di film c’è l’aspetto qualitativo del cast corale. Daniel Craig riassume gli aspetti logico deduttivi dei grandi del passato in un mix tra Poirot e Holmes a cui aggiunge una grinta che può ricordare il nostro Montalbano. Da Chris Evans a Micheal Shannon, da Jamie Lee Curtis alla giovane Katherine Langford, il resto della famiglia sostiene il film senza sbavature mantenendo costante la tensione narrativa ed emozionale. Ma su tutti spiccano la coppia Ana de Armas e Christopher Plummer. Lei, giovane protagonista che riesce a concentrare su sé stessa gli aspetti controversi di un ruolo ambiguo ma pieno di energia introspettiva. Lui, poche inquadrature sono sufficienti per mostrare tutto il carisma e fascino che un attore del suo calibro può esibire. Nonostante le poche scene sembra infatti costantemente presente in ogni inquadratura.  

In conclusione quest’ultima opera di Rian Johnson si può annoverare tra i film meglio riusciti del 2019. Manca un po’ di potenza espressionistica, da un punto di vista registico, lasciando alla sobrietà ed eleganza il carattere principale della pellicola. Il film diverte e rievoca in maniera non evidente (non alla Tarantino per intendersi) molte pellicole classiche ma anche alcune più moderne di fine anni ’90. L’umorismo è ben centellinato in modo da non risultare stucchevole anche se si rifà più a quello satirico di stile americano piuttosto che a quello di tipo sarcastico di scuola inglese. Un film che dà quello che doveva dare a cui manca forse solo un po’ di ambizione per diventare un nuovo cult del genere.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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