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Kingdom Come: Deliverance - Recensione ⋆ Breakoff  

mercoledì 20 Ottobre 2021 - 08:42

Kingdom Come: Deliverance – Recensione

 TEMPI OSCURI

 

“Tempi oscuri. Tempi oscuri davvero!”

 

Il mago Merlino disneyano definiva così il medioevo: un’epoca buia, senza nessun tipo di agio in cui signori e re governavano la plebaglia che divideva la casa con prole e bestie per superare i rigidi inverni.

 

Kingdom Come: Deliverance ci porta esattamente in questo tipo di medioevo, il medioevo storico. Il medioevo vero.

 

 

Henry è il figlio del fabbro: un ragazzetto imberbe, con la faccia da tonto che pensa a bere e a correre dietro alle belle ragazze del paese. Uno straccione: cioè più o meno rimarrà dall’inizio fino alla fine della storia.

In questa storia infatti non c’è l’ascesa dello sconosciuto figlio di nessuno ad eroe leggendario: qui un semplice ragazzo cerca di farsi faticosamente strada nella Boemia di fine quattordicesimo secolo, sconquassata dallo Scisma d’Oriente.

 

Non ci sono eroi in armature scintillanti, non ci sono reliquie leggendarie, non c’è il mana.

 

Kingdom Come è pura storia, esattamente come si potrebbe leggere in un libro a scuola: una storia dove se scassinate il forziere del fornaio non ci troverete un randello +5, ma semplicemente qualche sacco di farina e il mattarello.

 

L’opera di Warhorse Studio è un gdr purissimo, che mescola approfonditamente gli elementi del gioco di ruolo a quelli di un simulatore di vita medievale.

 

La trama non brilla in quanto ad originalità, ma è estremamente ben scritta: una storia di vendetta che vedrà costretto Henry ad imbracciare le armi per cercare gli assassini del padre e per cercare di non rimetterci la pelle in un mondo realizzato alla perfezione.

 

Come detto, di gioco di ruolo stiamo parlando e perciò le meccaniche sono comuni a quelle di un altro qualsiasi gioco di ruolo, ma sono portate all’estremo. La dialettica per esempio, sarà un elemento cardine della storia. Qui un alto punteggio in carisma non potrà convertire alla nostra causa una guardia cittadina o un signorotto del posto: i nobili sono nobili, la plebe china il capo e si becca pure qualche legnata.

 

Parlare con una contadina mostrerà le emozioni di un Henry timido e impacciato, nulla a che vedere con le frasi a effetto dell’affascinante strigo con i capelli bianchi.

 

Anche il combattimento richiede molto impegno, accortezza e un po’ di frustrazione. La scherma medievale è un’arte e va padroneggiata con pose, attacchi e movimenti specifici per non rimanere stecchiti dal primo bandito vestito di cenci che si incontra per strada.

 

 

Kingdom Come è il gioco di ruolo puro per i veri puristi.

 

La fame, la sete, il freddo, le emozioni: tutte quelle aggiunte che vengono apportate tramite mod ad uno Skyrim o ad un The Witcher, qui sono la normalità.

La grafica è meravigliosa, immersiva ed anche questa, molto realistica. Nelle case dei plebei troveremo poche suppellettili e qualche pentola, i castelli saranno estremamente ben difesi e scassinare i lucchetti sarà un vero e proprio incubo.

 

Insomma un gioco crudo che ci narra un’epoca cruda. Un gioco per veri appassionati e non per giocatori occasionali che sicuramente troveranno non pochi ostacoli nel loro “prendere le cose alla leggera”. Un gioco che però merita assolutamente almeno di essere provato e capito, perché il realismo e la sostanza sono quanto di più perfetto un gdr possa chiedere.

 

Denny Calamai

 

 

 

About The Author

Autore della rubrica God Mode On per Breakoff.it // studente di ingegneria e lavoratore // musicista e dj // gattofilo integralista // cuoco mancato // pro gamer

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