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Josè Saramago – Secondo Giovanni

schermata-2016-12-20-alle-16-55-03 Può capitare, nella vita, di diventare ciechi. Succede raramente per colpa, mai per merito – soltanto la storia greca ci insegna che alla cecità si accompagnava, talvolta, il dono della profezia – mentre è possibile che la sventura segua il sentiero di quella naturale e torbida malattia che molti chiamano vecchiaia. Si perde la vista senza il tempo di proferire parola, cos’è, cosa succede, penserete voi, mentre già gli occhi si annebbiano, cosa c’è, oggi, che non va, mentre le linee si attenuano, i colori si confondono come in un formicaio e i volti cari diventano, d’un tratto, ombre. Capita proprio questo nel romanzo di José Saramago, che ha per titolo originale Ensaio sobre a Cegueira, ossia Saggio sulla cecità, giudicate voi se la traduzione italiana, Cecità, è adeguata oppure pecca di semplicità. Eppure, mentre tutto il mondo diventa cieco, così, senza una ragione, in uno spazio e in un tempo a noi sconosciuto, una donna conserva la capacità di vedere. È la moglie del medico, così la chiamerà sempre l’autore, non ha nome – qui nessun personaggio ne ha uno, ad onore del vero – ma è dolce, forte, capace di tacere la sua fortuna e sempre pronta a consolare gli oppressi, che un governo di uomini ormai ciechi ha deciso di internare in un manicomio. In principio – espressione biblica che lascia presagire quanto la situazione sia solenne – tutto funziona per il meglio, ammesso che un mondo cieco possa essere felice: il cibo arriva regolarmente e le camerate, pur con qualche subbuglio, sono ordinate. Poi, accade l’irrimediabile: un gruppo di ciechi pretende di dettare le regole, sì, proprio così, i deboli contro i deboli, gli ultimi contro gli ultimi, che la storia si ripete dalla notte dei tempi è cosa nota, speravamo soltanto, in un momento di difficoltà, di veder concessa una tregua a questa tragedia. Un gruppo, quindi, riesce ad impossessarsi del cibo e prende a ricattare l’altro: favori sessuali, descritti con crudezza, ché la carne non si può spiegare altrimenti, ma soprattutto brama di potere. È ancora la moglie del medico, dall’alto della sua fortuna, a imporre una direzione al romanzo. Il capo dei ciechi malvagi la violenta e lei, di rimando, lo uccide, cosa fatta capo ha, chi parla di peccato non ha mai scagliato la pietra, chi parla di giustizia, invece, non è mai stato lapidato. Un’altra donna, allora, per mettere a tacere ogni possibile reazione, dà fuoco all’edificio: non è una buona idea, purtroppo, ché molti innocenti muoiono. Non la moglie del medico, eroina d’elezione del romanzo, né il medico stesso e pochi altri uomini baciati dalla buona sorte, che riparano in strade seminate di lotte tra ciechi che si uccidono per un po’ di pane. Poi, mentre tentano di organizzarsi, ecco che la vista torna, una nuvola all’orizzonte, il colore del cielo, cos’è, cosa succede, avranno pensato, cosa c’è, oggi, che non va, ecco come le stesse domande possono avere risposte differenti. Niente, non è successo niente: il mondo è soltanto tornato a vedere.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.”

(José Saramago – Cecità)

La quintessenza del pensiero di Saramago è tutta in questa frase, per una volta lontana dall’essere declinata nel consueto paradigma di un Dio distante e cattivo nei confronti degli uomini. In Cecità, invece, sono proprio gli uomini ad essere meschini, a imporsi gli uni sugli altri. La lettura di quest’opera sta tutta nell’accusa mossa al potere, responsabile della rovina degli uomini, capaci di ricorrere ai mezzi più infimi pur di affermare la propria supremazia sul resto del mondo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono, scrive José Saramago, in un mondo in cui vedere salverebbe la moglie del medico dallo stupro e tutti gli altri ciechi dall’avvilimento e dalla morte. È un mondo anarchico, quello di Saramago, ma l’anarchia non è la dolce assenza della legge in luogo dell’armonia, è la prevaricazione – e qui, il Premio Nobel, risente della sua impostazione marxista – dell’uomo sull’uomo. Il potere è corrosivo, lascia intendere Saramago.
che non affida soluzioni al finale, la cecità – così com’è venuta – se ne va e, di fronte al tribunale della storia, i peccati commessi in nome della fame diventano espedienti, i ricordi si attenuano, ecco che si torna a vedere. L’armonia è ristabilita, ma dalla cecità il mondo è uscito stravolto, per quanto si affanni nel tentativo di negarlo.

Giovanni Luca Valea

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Giovanni Luca Valea

Autore della rubrica "Il vangelo secondo Giovanni" // Ha pubblicato "Canzoni di rabbia, poesie d'amore" con Carmignani Editrice // Lento di professione // Incompreso (per fortuna)

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