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Joker – Recensione

Una musica dolce dal sapore antico sfuma mentre gli ultimi titoli di coda salgono lentamente. Si accendono le luci della sala e ti ritrovi disorientato dentro la tua condizione emotiva. Joker di Todd Philips, non è il classico cinecomic ma una sua trasposizione autorale dove personaggi immaginari bucano la copertina dei fumetti da cui sono derivati e si calano nel mondo reale affrontando la sofferenza intrisa nel nostro concreto quotidiano. Non ci sono più simboli e metafore allegoriche e le pallottole non sono effetti speciali ma trasmettono la percezione del piombo nel cuore di chi guarda.

Arthur Fleck è un individuo problematico che abita con la madre e lavora come clown di strada per tirare su qualche soldo per vivere, mentre sogna di diventare un cabarettista televisivo nella trasmissione del suo idolo Murray, una specie di Jay Leno dalla verve comica acida. Murray è interpretato da un Robert De Niro impeccabile e che passa dall’altra parte dello specchio dopo la sua prova in Taxi Driver nel quale era lui, in quel caso, a voler essere il nessuno che sogna di diventare qualcuno, l’uomo dimenticato e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo. Ed è un po’ questo l’obbiettivo di Arthur. Trovare il suo posto nel mondo, in un mondo dove viene deriso, picchiato, umiliato, colpevolizzato e messo ai margini di una società arrogante e classista, incarnata, appunto, dal feticcio di Scorsese.

Si nasce tutti pazzi ed alcuni lo restano” diceva Samuel Beckett, come a dimostrare che la follia altro non è che un’essenza istintuale del nostro essere. Arthur, infatti, ha la purezza di un bambino in un corpo adulto. Manca di consapevolezza non di intelligenza. Le frasi che raccoglie nel suo diario descrivono una personalità labile ma sono anche più vere e genuine di tanti pensieri corrotti da una società che disillude ed in cui vige la logica del branco.

Philips poggia ogni singola inquadratura sulle spalle di Arthur immergendoci nel suo mondo. Al di fuori invece vive una Gotham da tratti newyorkesi, degradata e fetida, dall’urbanistica alle istituzioni che la governano, ma non sappiamo se è la realtà o la percezione di Arthur che la vede così. Le musiche della colonna sonora sono quelle che risiedono nella sua testa e che ricordano vecchie canzoni televisive di quando era bambino. Un mondo fatto di colori spenti che diventano vividi quando inizia l’ascensione di violenza. Anche la figura di Thomas Wayne, solitamente rappresentato come un filantropo buono con a cuore i deboli di Gotham, viene tratteggiato a simbolo del male capitalista ed anche colpevole di mali più inconsci.

La storia sulla genesi di questo Joker non viene semplicemente raccontata come la rivincita vendicativa dell’emarginato, quanto viene posto l’accento sulla precarietà di ciò che un uomo può o meno diventare. Non porta a identificarsi con il villain come succede nei normali revenge movie né quindi a giustificarlo. Ma, come cantava Faber quando scrisse Il Pescatore, ci pone al suo fianco e ci porta a comprendere il male di cui siamo un po’ tutti padri e un po’ complici.

Phoenix riesce magistralmente a regalarci un’interpretazione dove quei “due occhi grandi da bambino ed enormi di paura” non riescono a smettere di ridere mentre piangono in una somma di dolore, fisica e morale, che solo i più grandi della storia hanno potuto rendere. Una commistione straordinaria che unisce l’ingenuità dello Charlot di Chaplin alla ferocia del Corvo di Brandon Lee.

In conclusione questa pellicola su Joker è la proiezione tecnica del Joker stesso. Imprevedibile ambivalente ed indecifrabile. Una commedia del male dai risvolti drammatici dove quello che vediamo è poesia baudelairiana rinforzata da (poche) pillole di comicità alla Benny Hill. La fotografia, le musiche, trame e sottotrame, la critica politica, gli omaggi e le citazioni sono tutti elementi ben dosati a supporto di un lavoro meticoloso ed intimista che ti estorce con furiosa follia la parola CAPOLAVORO.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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