sabato 19 Ottobre 2019 - 18:10

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IT Capitolo Due – Recensione

Sono passati 27 anni dagli avvenimenti del primo capitolo ed i protagonisti che uscirono vincitori dallo scontro con IT vivono ormai in grandi città, immersi negli stimoli metropolitani delle loro vite lavorativamente realizzate, ma anche affettivamente insoddisfatte a cui manca qualcosa a livello familiare. Una doppia maledizione che, da una parte, li ha portati a dimenticare gli avvenimenti traumatici della loro adolescenza e dall’altra, a non sentire un forte legame con il presente o con il futuro (la mancanza dei figli) e che li riporterà quindi nuovamente a dover affrontare un passato irrisolto per tenere fede alla promessa che sarebbero tornati nel momento in cui, nella vecchia città di Derry, Pennywise fosse riapparso fagocitando nuove vittime.

In questo nuovo capitolo la versione adulta del Losers si alterna narrativamente a quella preadolescenziale, tramite flashback, ricalcando più fedelmente la versione cartacea di King ed enfatizzando il legame delle profonde paure umane adulte con quelle giovanili. Paure che solo apparentemente vengono dimenticate ma che di fatto si abbarbicano nei meandri dell’inconscio. L’unico a non subire questo offuscamento è Mike, rimasto a Derry per prepararsi al ritorno di IT, che richiamerà i vecchi amici ad onorare il loro patto.

Premettiamo che la trasposizione cinematografica di questo particolare libro di Stephen King è probabilmente una delle cose più complesse e difficili da realizzare e che la versione adulta della storia, sia nel libro che nella miniserie degli anni ’90, perde quella poetica spielberghiana tipica dei Goonies o Stand by me, la quale, anche senza una specifica caratterizzazione dei personaggi, riesce a trasmettere allo spettatore una forte sensazione empatica tramite i richiami nostalgici alla propria gioventù. In mancanza di questa poetica l’aspetto di approfondimento psicologico diventa necessario nella definizione dei personaggi, soprattutto se protagonisti di una storia che fondamentalmente altro non è che metafora della naturale paura insita nell’uomo e che scava nei meandri dell’inconscio attraverso allegorie e situazioni simboliche. Malgrado le quasi tre ore di film però la sensazione è che manchi qualcosa. Che l’operazione di sintesi del montaggio sia stata realizzata con l’accetta senza nessuna sfumatura descrittiva che rende di fatto povere le, nonostante tutto, ottime interpretazioni dei protagonisti.

Le scene orrorifiche si susseguono in maniera meccanica senza soluzione di continuità distruggendo continuamente la tensione emotiva dello spettatore che viene quindi sottoposto al più comodo espediente del jumpscare. I nuovi mostri a cui vengono sottoposti i vari Bill, Bev, Ben, etc sono molto più grotteschi del precedente capitolo quasi a dimostrare che le paure ancestrali in età matura perdono del loro aspetto grandioso risultando quasi ridicole al cospetto di quelle reali. Sono infatti i problemi quotidiani, nelle loro insicurezze, nei rapporti sociali, nei valori morali ad essere le vere paure da affrontare. E sono ben descritte all’inizio del film, dove, in una forma incoercibile di coazione a ripetere, i protagonisti affrontano nelle loro vite le stesse situazioni dolorose del passato senza rendersi conto di averle attivamente determinate.

In attesa dell’uscita del supercut da 6 ore che potrebbe curare i problemi di questa seconda parte della storia, va evidenziata la qualità visionaria del film che utilizza ottimi espedienti grafici di alcune transizioni (una su tutte quella del puzzle) e quella fotografica con atmosfere orrorifiche di ottima fattura all’interno di ambienti forse un po’ troppo oleografici.

In conclusione IT – Capitolo due è un film ben fatto ma che non ha il coraggio di diventare un’opera autoriale, quale invece è il libro, decidendo di orientarsi su un carattere più commerciale caratteristico degli horror contemporanei. In fin dei conti la paura in IT non è al servizio degli aspetti adrenalinici del pubblico quanto una volontà di affrontarla nel tentativo di esplorarla ed esorcizzarla. Non è una storia dell’orrore ma riguarda ambiti come l’emarginazione, l’intolleranza, l’apatia che sono i veri mostri della nostra società ancora oggi ad oltre 30 anni di distanza da quando fu scritto il libro.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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1 Comment

  1. riccardo

    Pretendere che un film, seppur di tre ore, possa riportare lo stesso coinvolgimento personale ed empatico del libro è pretendere qualcosa di utopico. La lettura del libro è totalmente immersiva, sia emotivamente che dal punto di vista immaginifico ( seppur King sia descrittivo nei suoi libri ). Detto ciò, anche altre pellicole di successo come Misery ( o l’ultima eclisse) e Carrie ( ultima versione ma adoravo anche la prima ), seppur film meravigliosi non sono mai stati degli estratti immersivi di empatia. Trasporre poi opere complesse come IT o peggio ancora, L’ombra dello Scorpione , impone necessariamente una scelta: prendere il meglio, stringerlo e condensare il tutto in una pellicola di successo ( ricordiamoci che il cinema ha bisogno di incassare per produrre) o fare un cult di nicchia che non vedrà mai un “seguito”. IT capitolo 2, riesce pienamente a coinvolgere quanto basta, e non poco, lo spettatore, lo tiene sempre allerta e lo spaventa ( è raro sentire urli al cine ma oggi come ne ho sentiti in sala ). Pertanto a mio avviso un’ottima trasposizione, a volte giustamente grottesca per i motivi indicati nella recensione, e veramente ben fatta, prodotta e recitata dai protagonisti. Ultima considerazione: trovo i vari flashback assolutamente azzeccati in quanto completano, ma non richiedono la visione necessaria del primo capitolo, i caratteri e le angosce dei personaggi di 27 anni prima, oggi trasposte e trasformate nei “disturbi” sociali dei quali i protagonisti sono affetti.

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