venerdì 18 Settembre 2020 - 12:36

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Intervista a Sandro Giordano

In questo periodo “un po’ particolare”, per questa rubrica “un po’ particolare” serviva un artista, diciamolo, “un po’ particolare”!

E’ così che, con immenso piacere, vi presentiamo Sandro Giordano (in arte Remmidemmi), l’artista che è stato definito come colui che “schianta” le persone.

Ciao Sandro, grazie per averci dato la possibilità di porti quest’intervista, il tuo curriculum è davvero sorprendente: hai iniziato studiando cinema, hai collaborato in diversi set conoscendo registi del calibro di Dario Argento, Carlo Verdone e Luciano Melchionna. Hai condotto documentari su Rai 5 e sei anche un fotografo affermato. Ma chi è Sandro Giordano?

Ciao, e grazie a voi per quest’intervista. Ho iniziato nel 1993 a lavorare in teatro come attore, poi sono arrivati il cinema e le serie TV. Circa dieci anni fa, ho lasciato l’Italia e mi sono trasferito a Barcellona. Non è stato facile, ovviamente, rimettere in discussione una vita intera e ricominciare da zero, alla soglia dei quarant’anni, ma l’ho fatto lo stesso. Inizialmente lavoravo come barman in diversi bar e discoteche della città, vivevo alla giornata e senza alcuna garanzia, ma mi sentivo libero, rinato. Poi, un po’ per gioco, ho iniziato ad immortalare gente che si “schiantava” e ho capito da subito che avrei dovuto continuare. Nel frattempo sono tornato a vivere a Roma, la mia città natale, mentre il progetto cresceva e raccoglieva maggiori consensi. È diventato ufficialmente il mio nuovo lavoro, ma nel 2017, dopo tre anni e mezzo dedicati solo ed esclusivamente alla sua gestione, ho accettato la proposta di tornare in televisione, questa volta, però, in veste di conduttore. Mi piaceva l’idea di andare in giro per il mondo a raccontare la storia di borghi e città abbandonate. E così è nata Ghost Town, una serie di otto documentari per Rai 5, che ha riscosso un enorme successo.

Remmidemmi, MEAL IN THREE MINUTES (Arezzo, 2018) – Photo Credits ©Sandro Giordano

Le foto del progetto fotografico “in extremis” sono molto teatrali. Questi scatti sono vere e proprie opere d’arte, dove spicca la contrapposizione tra il caos/ “l’esplosione” e l’attenzione meticolosa dei dettagli; nel progetto ogni foto racconta una vera e propria storia.
Come hai avuto l’idea del progetto?

È possibile che la tua esperienza nel cinema e nel teatro abbia influito in piccola parte?

Il progetto è nato dopo una brutta caduta in bici, quando ero a Barcellona. Ho iniziato, come ti ho detto un po’ per gioco ma non per caso. In quel periodo buio della mia vita stavo “cadendo”. Dopo l’incidente, ho capito che c’era una forte correlazione tra il mio stato interiore e quello che mi era appena successo, e ho sentito l’urgenza di raccontarlo. “Schiantare” la gente nelle foto mi permetteva di esorcizzare le mie, di cadute. A distanza di sette anni, posso confermare che IN EXTREMIS è la mia terapia per sopravvivere al mondo, che appunto, sta cadendo.

Credo sia questa la chiave del suo successo, racconto un tema universale in cui tutte le persone si ritrovano.
Riguardo all’influenza del teatro e del cinema nel progetto, sono un nerd della settima arte e sono cresciuto sul palcoscenico, ovviamente questi due fattori incidono molto sulla mia scelta stilistica. Concepisco IN EXTREMIS come una serie di cortometraggi statici, in cui, come dici tu, racconto di volta in volta una storia a sé stante. La presenza degli oggetti è fondamentale per raccontare l’azione ma soprattutto, il background del personaggio. Rispetto alla loro meticolosa disposizione, come potrei raccontare nevrosi e ossessioni della gente, se non lo fossi io per primo?

Come stai vivendo il lockdown dal punto di vista artistico? È stata un’occasione per lavorare/pensare a nuove opere?

In realtà, ne ho approfittato per riposare un po’. Sono sei anni che non vado in vacanza e mi dedico completamente al progetto, notte e giorno. In questi ultimi due mesi, non sono potuto partire per le Bahamas, ma quantomeno ho trovato il tempo per recuperare i film che avevo perso al cinema, leggere, dormire. Il problema ora sarà rimettersi in carreggiata, perché di base sono molto pigro e mi sono già abituato al mood da isolamento forzato, dove tutto è sospeso e in qualche modo, rallentato.

Come vedi il tuo futuro creativo dopo la pandemia? Hai già idee in proposito?

Non vedo l’ora di ricominciare a scattare foto e giocare con il tema della paranoia da Covid-19. In questo periodo, ne abbiamo visti di comportamenti estremi, al limite del grottesco, da parte delle persone; tutto cibo per la mia creatività.

Ho già in mente quattro/cinque idee che voglio realizzare al più presto. Ci tengo a precisare, però, che questa mia voglia di mettere in risalto le nevrosi umane, riguardo al virus, non vuole sminuirne la sua gravità. Una mia carissima amica ha perso un cugino qualche settimana fa e conosco medici che stanno lottando duramente. Il pericolo c’è ed è molto elevato.

E’ stato un piacere sentire la tua storia e parlare del tuo fantastico progetto, speriamo di poterci “sbattere la faccia” dal vivo ad un tuo futuro evento, quando potremo uscire chiaramente!

PS Non perdetevi la pagina di Remmidemmi, non ve ne pentirete!

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