lunedì 10 Agosto 2020 - 20:56

Select your Top Menu from wp menus

Il valore dell’abitazione ai tempi del Coronavirus

Quasi la totalità della popolazione mondiale è colpita dal lockdown di massa imposto dai governi per adeguarsi agli obblighi di distanziamento sociale richiesti per la salvaguardia della nostra salute e delle nostre vite. Un confinamento coatto che, se da una parte ci toglie alcune libertà che davamo per scontate, dall’altra ci porta a rivalutare l’importanza ed il significato di ciò che chiamiamo banalmente casa con l’accezione di “dimora”, ovvero un luogo stabile di accoglienza per uno o più soggetti, che in queste settimane si è mutuata nel più primitivo “rifugio”, ovvero un luogo di protezione contro un’insidia o un pericolo materiale e morale. Un rifugio artificiale, prodotto di un pensiero tendenzialmente moderno, che può diventare una prigione se non pensata adattandosi ai caratteri, alle esigenze ed alle sensibilità di chi la vive.

Le api del Castello di Bodiam, lasciate libere di produrre la propria casa, l’hanno creata a forma di cuore. 

La verità è che quei quattro muri che ci separano dal mondo esterno raccolgono in sé molto più di quei significati primordiali che cercano di assolvere ai bisogni elementari dell’uomo. In questo contesto stiamo infatti capendo come le nostre vite non siano fondate su elementi così semplici per quanto indispensabili.

Commessi dei supermercati, autotrasportatori, produttori di imballaggi, autisti di autobus, sanificatori, postini. Stiamo riscoprendo l’importanza di mestieri che si svolgono tutti i giorni davanti ai nostri occhi e che valutiamo spesso solo dal punto di vista qualitativo senza considerarne l’imprescindibilità. Sono ingranaggi, più o meno piccoli, che fanno funzionare una macchina complessa almeno quanto lo è il corpo umano. Allo stesso tempo nelle nostre case ci sono elementi e spazi che non credevamo fondanti per la produzione del nostro benessere quotidiano, che non abbiamo valorizzato né colto il loro pieno valore e di cui forse ancora non abbiamo piena percezione.

Le problematiche in molti casi nascono da lontano, da visioni urbanistiche superficiali che mettevano sul piedistallo logiche funzionali astratte lasciando in secondo piano quelle dell’individuo. Individuo inteso non come singolo ma come parte fondamentale di un gruppo che, come nella teoria paradossale del sorite, forma nella sua individualità la società stessa. Il lavoro, il trasporto, la concentrazione in zone omogenee di servizi e funzioni. Aspetti sociali asettici che hanno prevaricato quelli umanistici forzandone abitudini e pensieri. Senza diventare troppo generici e retorici il problema è che si è sempre data meno importanza al valore di un luogo che, oltre a contenerci, è anche l’estensione metaforica del grembo materno e che come tale deve prendersi cura di noi in età adulta anche quando siamo distratti dalla frenesia quotidiana dei nostri impegni.

Il contesto, qualunque esso sia, ci condiziona e trasforma, ci cambia l’umore e la sensibilità verso gli altri. La luce, lo spazio, il colore, il calore, il rumore. La vita è un’esperienza sensoriale ed emozionale continua. Un percorso in cui produciamo ricordi e lasciamo tracce. I luoghi dove viviamo diventano dunque fondamentali per la creazione di frangenti che ci appaghino e ci supportino. La casa non è solo un luogo dove si cucina e si dorme, dove ci laviamo e accumuliamo oggetti. Philippe Stark disse che il designer non produrrà più oggetti per assolvere i bisogni delle persone ma servizi. L’architetto, a mio parere, dovrà essere in grado di produrre situazioni piuttosto che layout armonici.

Leonardo da Vinci – Studio di un grembo materno

Un’idea, una torta, una risata, un bacio, un sogno, una barzelletta stupida, un’attesa, un pensiero, una lettera scritta, un gioco, un disegno su un block notes. Questo è quello che si può creare quando siamo felici o anche semplicemente consapevoli del proprio vivere, della propria personalità e della propria identità. Ed è questo che deve rappresentare la propria casa: una proiezione di sé stessi, del proprio carattere, dei propri sogni. Questo articolo non dà risposte architettoniche o di design perché non ne esistono univoche. Il feng shui, la bio-architettura, il color-design terapeutico, lo stile minimale o shabby chic, i mobili della nonna o di tendenza, sono tutte risposte validissime ma sempre in maniera relativa.

Curare e dare importanza a questi valori ci può aiutare anche a riconsiderare l’immagine che abbiamo di noi stessi. Viviamo in una società pesante e pressante che ci investe quotidianamente con la sua energia e nella quale non puoi mettere in pausa. Siamo granelli che formano il sorite di cui sopra ed abbiamo bisogno di proteggerci non solo dalle avversità ma anche da noi stessi e dall’attenzione fin troppo epidermica con cui tuteliamo la nostra essenza. In fin dei conti siamo fatti quasi al 70% d’acqua e l’acqua, come diceva Camilleri, ha la forma del suo contenitore. Sarebbe quindi illogico non dare importanza a ciò che ci dà forma ed educa la nostra percezione del mondo.

Speriamo quindi che il momento che stiamo vivendo, tra una torta fatta in casa e flessioni accanto al letto, ci permetta di guardare oltre la routine del pensiero sul quale viaggiamo come in un treno senza finestrini e di ricercare il valore di quegli spazi che condizionano le scelte della nostra vita.

Alessandro Alberghina

About The Author

Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close