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Il Buco – Recensione

Marzo 2020. Curiosamente, in un periodo in cui il mondo intero vive una forte situazione di disagio e preoccupazione, coattivamente costretti tra le quattro mura della propria casa, impossibilitati ad uscire se non per esigenze primarie ed essenziali, esce, in maniera quasi irrisoria, su Netflix Il Buco.

Un horror spagnolo che si divide stilisticamente tra la critica sociopolitica alla Snowpiercer e l’atmosfera kafkiana del fanta-grottesco The Cube di Vincenzo Natali. Ispirazioni abbastanza plateali che ben traspongono nella fantasia della celluloide l’alienazione di questo breve periodo storico in cui stiamo vivendo.

Il “buco” altro non è che un carcere verticale composto da una sola cella per piano in cui sono presenti due prigionieri, un lavandino per lavarsi ed un solo wc. Le celle – che vanno dal piano 1, il più alto, ad un numero indefinito, verso il basso – sono gerarchizzate da una piattaforma mobile contenente il pasto giornaliero che scende in verticale attraverso questo vuoto. Sulla piattaforma c’è la pietanza preferita di ognuno delle centinaia di prigionieri, preparato al livello 0 ed impiattato su una “tavola” quasi aristocratica imbandita a festa che, nella sua discesa agli inferi, si ferma ad ogni livello per due minuti. Ovvia conseguenza di un’autogestione senza regole del razionamento del cibo è che ai primi livelli si ingozzino belluinamente lasciando ai livelli inferiori avanzi vomitevoli e poi il nulla.

La metafora sin da subito è abbastanza evidente, anzi fin troppo. Ma a differenza di quello che accade nel mondo dove queste gerarchie vengono scalate o discese faticosamente o comunque abbastanza lentamente, in questo carcere la situazione può completamente cambiare nell’arco di un mese quando i due prigionieri vengono spostati casualmente da un livello all’altro. Una democrazia fatalista che porta ogni prigioniero a poter vivere situazioni completamente antitetiche.

Urrutia non spiega dove e quando ci troviamo. Un non-luogo atemporale che potrebbe descrivere un presente ucronico, un futuro distopico o un universo parallelo. Il fatto è che quello che viene mostrato non è una vera e propria storia dell’orrore ma una metafora simbolica, sin troppo didascalica, sull’egoismo dell’uomo, della sua incapacità di guardare oltre i propri limiti visivi e capire che oltre al proprio raggio di azione c’è un mondo che vive situazioni complementari per quanto appartenenti alla stessa “architettura”. Sono interessanti, infatti, le inquadrature che mostrano le prospettive che dal buco puntano verso uno spazio infinito e lontano che invece infinito e lontano non è. E non è sufficiente il cambio di livello per capire “l’altro”. Non è la persona in sé che è buona o cattiva ma la posizione di potere nella quale è calata. Dall’alto si può letteralmente defecare in testa a quelli sotto mentre da sotto si può solo cercare di sopravvivere a scapito di un tuo simile.

Goreng, il protagonista che volontariamente ha deciso di affrontare la prigionia in questo strano universo munito solo del libro del Don Chisciotte della Mancia, si muoverà attraverso i vari livelli incontrando sempre nuovi personaggi, ognuno con la sua valenza simbolica ed in buona parte anche religiosa.

In conclusione, Il Buco è un horror ben fatto, con una fotografia fredda e brutalista che ben accoglie questa lunga metafora di un’ora e mezza e che, nonostante la ridondanza tipica dei one set location, riesce a mantenere sempre alta la tensione grazie ad una sceneggiatura ben costruita ed un ritmo ben dosato. Il messaggio è però molto retorico ed i rimandi simbolici sono talmente eccessivi che alle volte incontrano buchi di sceneggiatura ed incoerenze logiche che lasciano molti aspetti del film inconcludenti o troppo aperti alla spiegazione da parte dello spettatore.

Rimane comunque un prodotto interessante che, senza inventare nulla, sceglie una strada poco percorsa, nelle opere di questo genere, concedendo ad un popolo in quarantena molti spunti su cui riflettere anche nei confronti della società che stiamo costruendo.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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