sabato 19 Settembre 2020 - 11:36

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I figli amati

Questo racconto è frutto dell’immaginazione dell’autore. Gli eventi di cronaca sono trasfigurati dalla lente deformante del narratore. Ogni riferimento a persone reali è da ritenersi casuale.

Più di ogni altra cosa; più della vecchia villa ai Parioli in cui si erano trasferiti subito dopo il matrimonio e per la quale si era sentita infinitamente grata a suo marito; più del giorno in cui egli stesso aveva fatto il suo ritorno trionfale in Parlamento con l’immagine risanata a seguito di Tangentopoli, quindi subito dopo la pioggia di avvisi di garanzia, dopo il ‘colpo di spugna’ (all’indirizzo dell’onorevole solo spregevoli illazioni degli avversari di partito, niente di più); al di sopra di ogni cosa, grande e piccola che le era successa e aveva esaurito con la consapevolezza di non poterci tornare su; ancora prima del giorno creduto più lieto della sua vita, e cioè quello della nascita del loro primo figlio, Flavio; addirittura prima delle vacanze alle Isole Pontine e a Forte dei Marmi, dei pomeriggi al maneggio con l’intera famiglia a Olgiata, e al di sopra delle strette di mano col Primo Ministro inglese all’Eur, o della cena riservata col Presidente e sua moglie, ecco, più di tutto questo, Aurelia Sambonifacio reclamava indietro una cosa soltanto dagli anni felici trascorsi: ovvero che la figlia ritornasse a essere la bambina dell’Istituto di suore di Nostro Signore del Suffragio.
Eccola qui invece, non più adolescente, con un corpo leggermente in sovrappeso fasciato in un monopezzo bianco, capelli biondo cenere tirati indietro da una fascia, occhiali scuri e cuffie invisibili alle orecchie: tutto sommato né bella né brutta.
Eccola qui, dunque, immobile su una sdraio a prendere il sole sulla spiaggia di poppa dello yacht venticinque metri del padre – onorevole della Repubblica Italiana alla decima legislatura – nonostante il sole a picco e la pelle tanto delicata da scottarsi facilmente. Le mani a coprirsi la pancia anche mentre dorme, soprattutto adesso in compagnia del fratello e della fidanzata Mariolina. Hai voglia a dirle che non c’è niente di cui vergognarsi, tanto meno ora che la figlia dell’operaia calzaturiera di Rieti col corpo da atleta se ne sta seduta sulla punta della plancette coi le gambe penzoloni oltre il bordo e i piedi nel mare; proprio quei piedi storti, brutti, imbarazzanti, sui quali voleva che la figlia si concentrasse quando pensava alla futura cognata come una creatura perfetta.
Invece accadeva che Lavinia Sambonifacio raccogliesse i propri pensieri attorno ai fianchi stretti della rivale, al sedere tondo, alle gambe lunghe e magre e ai seni perfetti; a tutte le cose che avevano fatto innamorare Flavio e, al confronto, reso lei una fallita. La ribellione di quegli anni.
E’ forse per questo che giorni fa, quando la poverina ha chiesto per la madre – una cinquantaduenne cassaintegrata a causa della brutta storia della pandemia globale – un aiuto concreto all’onorevole, per la sua salvaguardia, per la salvezza dell’unica cosa evidentemente più cara rimastale al mondo, appunto la madre, Lavinia è intervenuta dicendo Adesso pure la beneficenza.
Immagina anche l’umiliazione che la figlia ha subito il giorno in cui, nonostante il lockdown e i divieti anti-Covid che inchiodavano al palo un intero paese, per la madre di Mariolina è stato prenotato un servizio d’elite in un terminale privato della capitale, dove è stata accolta e dotata di una suite personale in attesa di un volo per Sant’Elena, un piccolo paradiso senza rischio alcuno di contagio: tutto pagato dall’onorevole, dal protettore degli esodati, dei cassaintegrati, dei disoccupati.
Lavinia giurerebbe di sentirsi una nullità anche adesso mentre apre gli occhi disturbata dalla presenza inaspettata del filippino, arrivato all’improvviso per porgerle un piatto di frutta. Lei sbatte le palpebre, prende un minuscolo cubetto di anguria e se lo porta alla bocca: è un lampo, una goccia di succo le macchia il costume, una sottile striscia rossa dall’ombelico all’inguine, come una ferita. Cristo, sbotta.
Dal ponte superiore, Aurelia la guarda affannarsi per togliere via lo sporco con un fazzoletto imbevuto, e ai suoi occhi la bambina di un tempo sostituisce e cancella l’immagine della donna insicura di oggi.
La vede di nuovo a cinque anni correre verso di lei, precipitarsi giù da una delle scale del porticato dell’Istituto di Nostro Signore del Suffragio, e abbracciarla sotto gli occhi immacolati della Vergine posizionata in una nicchia sulla facciata principale. Sarà sempre lei a prenderla da scuola, dal nuoto, ad aspettarla, a stare fuori dalle ludoteche, dai cinema, dalle case delle amiche. E’ un dovere delle madri, diceva sempre.
E poi di nuovo: caschetto biondo, collant bianchi, gilet perlato sopra scarpe lucide. Ecco la sua bambina seduta davanti al televisore, tazza di latte sulle gambe e cereali a forma di lettere, mentre dice ‘Mamma vieni a coprirmi gli occhi’ quando nei film gli attori si baciano, urlano, si infuriano e dicono le parolacce. La vede colorare gli album dei cartoni animati, saltare sui letti col pigiama da scoiattolo, nuotare in piscina tenuta a galla ora dai gonfiabili ora dalle braccia forti del padre, il suo papà; eccola camminare per casa coi piedi spinti nelle ciabatte del nonno, giocare in giardino a rincorrere il fratello, inciampare, cadere, farsi male a una mano, inzupparsi di lacrime, e ancora vede sempre se stessa prenderla in braccio e darle un bacio sul palmo graffiato, lì dove duole.
Più tardi, a sei anni, in una Piazza San Pietro gremita di fedeli, il Santo Padre farà fermare la sua auto proprio davanti a loro, madre e figlia, favorite, fortunate. Aurelia gli porgerà la bambina con gli occhi smarriti e lui le bacerà proprio quella stessa mano davanti a tutti, e il bene di entrambi sovrapposto di colpo diventerà santificazione.
Adesso vedendola scivolare dalla sdraio, togliersi fascia, occhiali, cuffie, presentarsi per quello che è realmente pur di rinfrescarsi in mare, ‘che bel mare’, bagnarsi piano e scherzare in acqua, braccia al collo del fratello, ebbene guardandola così spaurita e inerme, con gli occhi velati da un’ombra spettrale, il sogno incalza: la madre vuole disperatamente tornare agli anni magici dell’innocenza, al tempo precedente le responsabilità e i doveri pubblici; desidera che tutto torni com’era prima dei mesi infuocati delle bustarelle, delle contestazioni ai politici, degli arresti, della sparizione, e tornare sopratutto al giorno precedente il congresso tematico del ’95.
Maledetto congresso, così caro all’onorevole per il primato della moderazione e del realismo politico che tanto auspicava.

Già visualizza il ricordo nitido nella mente, un nodo alla gola la prende adesso come allora.
Torna a quel giorno, posizionandosi dietro una colonna mentre stringe a sé i suoi figli. Uno di loro, non ricorda chi, maglietta di Charlie Brown sotto una salopette rossa, le tira la manica della giacca Mamma ho caldissimo, dice. E’ sicura sia la piccola. Aurelia le asciuga la bocca e il naso. O forse è Flavio? Pazienza, tutti i dettagli svaniscono quando lo vede da lontano; lui, l’onorevole seduto in prima fila della sala congressi del Palafiera, nella canicola di luglio del’95, vicinissimo al palco per omaggiare il nuovo segretario del partito mentre lancia offerte di dialogo agli oppositori, discute la logica del sistema elettorale maggioritario, del federalismo e delle riforme per portare l’Italia in Europa.
In vita sua la moglie non ha mai avuto paura, fino a quel pomeriggio, e cioè fino al momento in cui, nel bel mezzo delle ovazioni, degli applausi e degli slogan, della musica di partito sparata fuori dagli altoparlanti – certo, c’è anche la musica – ecco che dalla sua mano qualcosa scivola via e lei non fa in tempo a trattenerla.
La bambina, dice piano guardandosi attorno, dov’è la bambina? Lo ripete a Flavio prima, poi sempre più forte a tutte le persone che le sono vicine.
Avete visto per caso mia figlia? Era qui un momento fa.
Politici, segretari, amici, giornalisti, fonici, hostess scuotono tutti la testa preoccupati, in realtà pensano: povera mamma.
Sicuri? Bionda, magra, alta più o meno così.
La voce le si incrina sempre di più.
Nessuno l’ha vista. Allora lei corre in prede al panico, strattona, spinge, anche se è troppo grande per farlo prende in braccio il figlio, qualche passo ancora, le pesa troppo, il caldo la svuota da tutte le energie, la soffoca, fa scendere di nuovo il piccolo, altri dieci metri, il figlio singhiozza stropicciandosi la maglia di Charlie Brown, vuole la sorellina, chiede Dov’è la mia sorellina, dice proprio così ‘sorellina’, o forse no? Ci fa poco caso. Lo tira su una seconda volta, il fiato le si spezza in gola, piagnucola, cammina veloce dentro la musica, dentro i sorrisi, nella calca che non si è accorta di niente.
Non può saperlo in quel momento ma non la troverà, pur cercando ininterrottamente per ore, pur togliendosi i tacchi per guardare sotto le poltroncine, pur salendo sul palco quando tutto è finito tirandosi dietro il figlio spaventato, sicura che è il figlio e non la figlia; non può saperlo quella madre terrorizzata, infuriata, che ci vorranno dieci interminabili ore, infinite preghiere ai piedi del letto, una cascata di chiamate dell’onorevole ad amici, parenti, conoscenti, colleghi, affinché finalmente qualcuno, a quel tempo un compagno di partito del marito, la trovi alla stazione ferroviaria, a due chilometri di distanza, e la riporti a casa, sana e salva.
Benedetta figlia.
Chiude gli occhi, stringendola vicino al cuore spaventato Aurelia dice al marito E’ lei, sì è proprio lei, mia figlia, o forse no. Stessi occhi grigio-azzurri, stesso caschetto biondo, forse le labbra, le mani; le mani sono un po’ più tozze, le porta alla bocca, le bacia e proprio mentre lo fa dice E’ più magra, Dio mio non è lei, sicuramente non è lei, la scruta da vicino, certo che lo è, la maglietta di Charlie Brown è la sua, deve essere proprio lei.
Il dubbio la lacera da anni, appare tutto rosicchiato, la memoria è inaffidabile, frammentata.
Anche ora ci pensa, seduta sul divano del salottino extralusso dello yacht davanti ai vetri spalancati sul mare e sul costone dell’Isola di Ponza riemerso dal biancore dell’afa. Butta uno sguardo sulla piattaforma esterna: Mariolina si è tolta il pezzo di sopra del costume e credendo di non essere vista si prende i seni tra le mani. A sua madre è rimasta solo lei al mondo. Per una signora che Aurelia immagina aspettare l’imbarco in una suite privata di un terminale romano, spaventata, disorientata, non c’è altra gioia che quella ragazzina. Proprio come Lavinia e Flavio lo sono per lei: figli amati.
Ho paura per Flavio, dice al marito appena lo vede entrare dal ponte: camicia di lino sbottonata sul petto villoso e boxer floreali. Hai paura di tutto tu, attacca lui, come ogni madre. Vieni fuori, è una bellissima giornata. Flavio è adulto, sa fare le sue scelte. Smettila di preoccuparti.
Proprio in quel momento lei li vede sulla piattaforma, in piedi l’uno di fronte all’altra: si baciano a bocca aperta, lui indugia sui fianchi, le passa una mano lucida in mezzo ai seni scoperti; il sottosegretario del partito e la figlia dell’operaia calzaturiera. Si mettono in posa vicini per un autoscatto col telefonino da pubblicare sui social, e la didascalia ‘(r)esistiamo anche noi’ come corredo all’enormità del mare azzurro e del profilo roccioso dell’isola alle loro spalle, un controcanto ai loro sorrisi di eterni giovani, fortunati, privilegiati e innamorati: tutto questo appare chiaro da una solo foto.
Tra loro Lavinia si passa lo smalto sulle unghie dei piedi con la pelle ancora luccicante. Piedi perfetti i suoi, piccoli e armoniosi. Lo sguardo basso non si è schiarito. Poteva morire a sei anni, ne è consapevole? Poteva fermarsi per sempre a quell’età, uscire definitivamente dalle loro vite e diventare la scomparsa, la bambina rapita, abusata, magari sequestrata per una richiesta di denaro spropositata, assurda anche per un onorevole, e quindi lasciata morire.
Tuttavia questo non è mai accaduto. Lavinia si è salvata e mille volte proprio lei, la madre, ha cercato di sapere coma ha vissuto dieci lunghissime ore lontana da casa, la prima loro unica e grande separazione.
La nevrosi è nata lì, in quella porzione di vita sconosciuta della figlia di cui è ignara tutt’ora, di cui non conosce particolari, non una parola, zero, mai un accenno, un’allusione velata alla sparizione; è nata lì la pazzia, il trauma, esattamente come è principiata da quel punto la sua idea della morte.
Perché devi usare per forza il motorino? insisteva con Flavio, a quattordici anni, giudicando pericoloso il suo rifiuto dell’autorità e delle regole di quel tempo.
Tu sei fissata, rispondeva l’altro.
Non è stata forse proprio una sua idea quella di chiedere, di più, esigere, ordinare al marito – se è vero che prova un briciolo di amore per loro – di prendere lo yacht e portare la sua famiglia fin lì, in salvo, vicino le coste di Ponza, lontani abbastanza da Roma e dal contagio che la terrorizzava tanto?
Certo che è stata lei.
Si stanno fissando anche ora: la figlia guarda nella sua direzione e fa un cenno alla madre con la mano. Sono diventate due estranee, a parte vabbè la confessione della giovane di aver fatto sesso con un ragazzo che ha promesso di rivederla e che poi è sparito, ma questa non conta.
Deve essere stata quella delusione ad annebbiarle lo sguardo. Sicuro le ha spezzato il cuore, ma neppure questo conta.
Ciò che importa davvero è la verità sui fatti del’95, sulle dieci stramaledettissime ore di buio totale, malgrado viga su di esse un veto inderogabile: il silenzio.
Aurelia si alza, va in bagno per sciacquarsi il viso, si sforza per regolare i battiti del cuore e, siccome sente le voci dei ragazzi farsi via via più vicine, rimane immobile. La figlia spunta sulla porta Faccio in fretta, dice indicando la tazza. Aurelia annuisce, la vede entrare, sfilarsi il costume fino alle caviglie e sedersi sul cesso. Vedendola pisciare decide che lo infrangerà, romperà il segreto, perciò quando la vede pulirsi di fretta in mezzo alle gambe, immagina di dirle, anzi fa di peggio, lo fa davvero, con un’espressione preoccupata sulla faccia le dice Ricordi il congresso?
L’altra tira lo sciacquone, guarda la madre come stordita.
Avevi sei anni, ecco, ricordi la calca di gente, il caldo, la mia mano che lascia la tua, ricordi le dieci ore dopo? Cos’è è successo? Dove sei stata? Dovevi essere spaventata, certo, eri così piccola.
Sul volto arrossato della figlia un’espressione di completo smarrimento, come incapace di ricordarsi chi è, dove sta andando, da dove viene, Mamma calmati.
No io non mi calmo mica, dice afferrandole un polso. Nello specchio l’immagine della madre e della figlia si sovrappongono. D’istinto Lavinia fa un passo in avanti, si ferma, tira su il costume, della macchia resta solo un alone slavato, poi dice tutto d’un fiato Smettila. Non era io mamma, ero Flavio.

Luca Calò.

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Luca Calò

Scrivo // Quando non scrivo, penso a cosa scrivere // Appassionato, sognatore e sperimentatore // Amo le short stories; non serve molto tempo per leggerle, giusto quello che si potrebbe utilizzare per portare fuori il cane o per cambiare colore ai capelli, eppure ti cambiano la vita.

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