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The Hateful Eight - Recensione ⋆ Breakoff  

mercoledì 5 Ottobre 2022 - 14:21

The Hateful Eight – Recensione

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Se c’è un autore che a cavallo di secolo è riuscito a dividere il pubblico più di ogni altro, questo è Quentin Tarantino. Otto film per una carriera cinematografica di fama e successo assoluti.

Tarantino o si ama o si odia. Il problema è che quasi tutti conosciamo il cinema in modo talmente superficiale e generico a confronto dell’autore in questione che qualunque sia il nostro giudizio questo è probabilmente sbagliato.

Quello che possiamo fare è provare ad interpretare un linguaggio cinematografico ed una scrittura cinematografica tra le più complesse e strutturate mai apparse sul grande schermo da quel lontano 28 Dicembre 1895. E con il suo ottavo film, Tarantino non fa che alzare ancora l’asticella.

Premessa: per comprendere in pieno la maturazione tecnica, stilistica e soprattutto di contenuti in The Hateful Eight è necessario conoscere molto bene i precedenti sette capolavori (possono piacere o no, ma rimangono tali e chi non se ne accorge è probabilmente appassionato di origami, non di cinema) e in generale la storia del cinema il che, come ho già detto non è da tutti. Ed il sottoscritto rientra in pieno nella categoria ignoranti.

Quello che più del passato salta in testa ad uno spettatore attento è la forza critica di questo film. I contenuti politici si infiltrano in ogni dialogo. Tarantino riesce nel difficile gioco di comunicare il proprio pensiero senza influenzare in alcun modo lo svolgimento del film. È come se dicesse “ho ragione io, è così. Punto e basta” Non ha bisogno di comunicare attraverso il protagonista o l’antagonista la sua idea poiché essa è insita in ognuno dei personaggi: sono veri, autentici e spaventosamente simili alle loro reali “controfigure”.

La violenza sulle donne, la violenza dei corpi di polizia, l’odio razziale, la contrapposizione politica che matura in violenza nelle strade, la pena di morte, il giudizio della legge che si ispira a quello di strada, l’odio dell’essere umano verso i suoi simili. L’emporio dove si svolge quasi tutto il film come gli Stati Uniti d’America, il grande stato padre e padrone, genitore della globalizzazione ed esempio imbarazzante del suo stesso fallimento.

Tarantino parla a noi e ci racconta cosa siamo diventati, nello specifico cosa è sempre stata l’America: culla di incomprensioni e di tutto quell’odio e violenze che avrebbe dovuto sedare con il suo sviluppo ma che essa stessa ne è il nido in cui queste non solo continuano a vivere ma si sviluppano sempre di più.

È la storia che parla.

Questo è il grande nuovo Tarantino. Certo la maturazione dei temi politici era iniziata nel 2008 con quella spettacolare rivisitazione storica che è Bastardi senza gloria ed aveva trovato un suo equilibrio in Django Unchained in cui si denuncia il passato di odio razziale degli USA con una bella strizzata d’occhio al presente. Oggi la crisalide è diventata farfalla, The Hateful Eight è probabilmente il punto più alto del cinema di Tarantino e, se come si diceva qualche tempo fa fosse davvero il suo ultimo film, la sua filmografia sarebbe una favola perfetta.

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La perfezione stilistica e tecnica è ben presente. La sceneggiatura si sviluppa intorno ad una vicenda molto semplice: un massacro in una locanda.  All’interno di due soli ambienti (l’interno di una carrozza e quello di un emporio) Tarantino inserisce i tratti fondamentali di almeno tre generi cinematografici: il più classico dei gialli (chi è l’assassino?), il più puro degli splatter (con un omaggio a Scanners di Cronenberg) e il western.

A tener su il livello altissimo della produzione un cast d’eccezione ispirato dalla stessa filmografia di Tarantino (come il titolo del film del resto) dove Samuel L. Jackson, Tim Roth, Kurt Russel, Walton Goggins, Bruce Dern, Lee Arthur Horsley, Dana Gourrier, Creig Stark, Zoe Bell e Michael Madsen si accompagnano ai nuovi Jennifer Jason Leigh, Demián Bichir e Channing Tatum.

La direzione è assolutamente perfetta, come in tutti i precedenti film di Tarantino. Mai vista una tale profondità di campo in uno spazio chiuso e ristretto come un emporio e la fotografia qui, fa la sua parte: cupa e fredda accompagna perfettamente sia i temi che le azioni sullo schermo risultando parte integrante del racconto.

E allo stesso modo la grande capacità di gestire otto personaggi in 60 metri quadri, il saper destreggiarsi con la camera tra di essi senza mai far perdere allo spettatore la disposizione del tutto rende soprattutto la seconda parte del film più che piacevole, più che scorrevole, risvegliando anche chi inavvertitamente si era un po’ distratto dopo la prima ora e mezzo in cui effettivamente succede ben poco, dove i dialoghi sono tutto e se non si ha la pazienza di ascoltare si rischia di perdersi…

Alla fine del film ci si accorge che anche quello che sembrava il più mero degli espedienti di marketing sia funzionale e abbia il suo perché: The Hateful Eight è girato in 70mm, poiché solo agendo sulla pellicola, come si faceva una volta, si possono creare certi effetti.. sta a voi però capire di cosa parlo.

Andrea Vannini

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Autore della rubrica Recensioni..in so many words per Breakoff.it // organizzatore di eventi // il cinema la sua più grande passione // pessimista galoppante // nel tempo libero alterna MMA, Brazilian Jujitsu e dormite

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