lunedì 1 Giugno 2020 - 04:05

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“Febbre” di Jonathan Bazzi – Recensione

Fahrenheit, trasmissione culto di Rai Radio3, ha deciso di premiarlo come “miglior libro dell’anno”, con una inedita strizzatina d’occhio alla piccola e media editoria. Il sito Wired.it lo ha menzionato tra i 10 migliori libri usciti nel 2019. A larghissima maggioranza al romanzo è stato attribuito anche il “Premio Bagutta Opera Prima”. Se n’è discusso nei blog, nei circoli letterari, fuori e dentro le piattaforme social. Quasi per effetto di ciò, è finito anche nella dozzina del premio letterario ritenuto più prestigioso d’Italia, lo “Strega” edizione 2020.

Stiamo parlando di Febbre, l’esordio letterario e biografico del 34enne di Rozzano Jonathan Bazzi, che a nemmeno un anno dalla sua pubblicazione ha già raccolto numerosi consensi sia per la pluralità delle tematiche rappresentate (siero-conversione, violenza domestica, precariato/disagio/ansia sociale) che per la scelta stilistica di creare un binarismo narrativo, passato e presente, prima e dopo avvitati attorno a un grande perno autoritario: la vita dell’autore, periferica, fuori portata, dissodata perché possa accoglierne un’altra nuova di zecca al suo interno, nonostante gli strappi della famiglia, i malumori a scuola, le rabbie della giovinezza e le sue infinite trasformazioni.

Bazzi nel suo libro compie un moto di rotazione e uno di rivoluzione attorno a se stesso prima e alla sua famiglia poi; a sua madre (innamorata, delusa), a suo padre (mai realmente padre, solo lontano satellite, figura), a quel microcosmo che è la periferia milanese, Rozzano (Rozzangeles); dei casermoni e delle case alveare, col tentativo di spiegarne l’orologio circadiano, i ritmi dei suoi abituanti; le aspettative, le vuote speranze, il complesso sistema interno che ne regola necessità e bisogno, disgrazie e fortune.

L’avvitamento su se stesso Bazzi lo compie quando parla della sua infanzia, del suo primo approccio alla sessualità, della sua personalità eccentrica, che lo contraddistingue per intelligenza – sempre il primo della classe –, per il modo di vestire, per i gusti invertiti; qualità utili a mascherare, a deviare l’attenzione da una fastidiosa balbuzie che diventerà col tempo la spinta di una raffinata inventiva. Il tempo presente è dominato invece interamente dall’accoglimento e l’accettazione di un nuova condizione, la sieropositività, attraverso un percorso di lenta analisi, rinascita e riscoperta di se stessi di cui la scrittura diventa l’unica didascalia, la rappresentazione affidabile, lo strumento da cui si parte e il punto al quale si giunge.

Febbre resta un memoir dalla voce acuta, sicuramente inedita, e dalla memoria forte, intatta nonostante il tempo rimaneggiato: Bazzi rifabbrica con dovizia il suo passato, mai lacunoso, senza l’ombra di un tentennamento, senza mancare di esibire il fianco in un dialogo a ritroso col bambino che è stato per capire il più possibile l’uomo che è diventato. E la sua onestà, la franchezza di mostrarsi vulnerabili e umanamente terreni, è stata premiata.

Luca Calò

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Luca Calò

Scrivo // Quando non scrivo, penso a cosa scrivere // Appassionato, sognatore e sperimentatore // Amo le short stories; non serve molto tempo per leggerle, giusto quello che si potrebbe utilizzare per portare fuori il cane o per cambiare colore ai capelli, eppure ti cambiano la vita.

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