venerdì 14 Agosto 2020 - 18:30

Select your Top Menu from wp menus

Fallen Angels – Bob Dylan – Recensione

dylan_fallen_angels

 

BOB DYLAN – FALLEN ANGELS

Eppure soffia

Il vento soffia ancora, cantava Pierangelo Berti; a volte porta storie nuove, a volte storie vecchie e mai dimenticate, a volte porta una voce conosciuta, invecchiata ma con la sua consueta identità, sgraziata e incantevole. Capita sovente che questa voce riporti alla luce storie remote, appartenute ad altre voci, storie più o meno note ma sempre attuali nel cuore di chi le strade della vita le ha percorse lasciando impronte di storia sull’asfalto.

Si è fatto un gran chiacchierare sul nuovo album di Bob Dylan, e se da un lato i fedelissimi sono pronti a buttarsi fiduciosi sull’ultima uscita, dall’altro i soliti scontenti sono pronti a imbastire una nuova polemica sull’inutilità di un album di cover, dopo che solo l’anno precedente ne era già uscito uno (per di più molto bello). È vero che il nostro con “Tempest”, ultimo album di inediti, aveva dimostrato di avere ancora oceani di ispirazione da elargire, ma è altrettanto vero che la discografia del cantastorie più celebre d’America è densa di album di cover più o meno integrati nel suo complesso percorso artistico. Ed è altrettanto vero che Bob Dylan nella sua vita non si è mai fatto trascinare dalle folle o dalla convenienza, scegliendo sempre di mettere in musica ciò che sentiva, senza curarsi minimamente dell’essere capito o frainteso.

Questa è la sua cifra stilistica e questa si riversa anche in questo lavoro che, dietro una delle copertine più azzeccate della sua discografia, offre 12 brani della tradizione americana, alcuni noti per le interpretazioni di grandi interpreti come Frank Sinatra e altre perle oscure riemerse dagli abissi della memoria o, citando il titolo, cadute dal cielo come angeli.

Il suono essenziale e il minimalismo degli strumenti e degli arrangiamenti ci dà immaginare il nostro seduto di fronte a noi, perso nella sua dimensione, suonare solo per noi. I brani si susseguono senza variazioni di sorta, tanto da apparire come un ruscello che attraversa placidamente una vallata; un’atmosfera raccolta che in meno di 40 minuti racconta storie del passato, come nell’azzeccata opener “Young At Heart”, fino alla poesia conclusiva di “Come Rain Or Come Shine”.

Proprio la staticità della proposta, e non la monotonia, non permette di parlare di singoli episodi, tutti piuttosto omogenei, eppure la sensazione che ti rimane addosso alla fine è quella di aver vissuto, per meno di un’ora, un pezzo di storia raccontato da chi, inutile dirlo, di quella stessa storia ha scritto diversi capitoli, e certamente tra i più belli e riusciti.

Enrico Spinelli

About The Author

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close