venerdì 30 Ottobre 2020 - 13:38

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Elena Ferrante e il brutto che diventa bello

Elena Ferrante descrive il brutto talmente bene che lo fa diventare bello, mi ha detto qualcuno qualche giorno fa.
Ci ho pensato rileggendo il punto in cui, ne La vita bugiarda degli adulti, il brutto esplode, potente e inarrestabile, senza lasciare scampo a nient’altro: succede quando la porta di un fatiscente appartamento nella zona industriale di Napoli si apre e Giovanna incontra Vittoria, sua zia, una donna “di una bellezza così insopportabile che considerarla brutta diventava una necessità”.
Zia Vittoria apre la porta di casa e niente è più come prima, la realtà crolla sotto il suo stesso peso, il mondo lindo e ordinato che Giovanna ha sempre conosciuto non esiste più.


“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta”, è il folgorante incipit con cui la scrittrice italiana contemporanea più famosa al mondo apre il suo nuovo romanzo, ritorno alla narrativa a cinque anni dall’ultimo volume de L’amica geniale. Bastano queste poche parole ad ancorare il lettore al flusso inarrestabile della sua scrittura, a farlo precipitare nel gorgo scuro dell’adolescenza della protagonista Giovanna, tredici anni, napoletana del Rione Alto, figlia unica di buona famiglia.

“Sta facendo la faccia di Vittoria”, aggiunge sommessamente il padre. Lei sta origliando, lo sente, resta sconvolta: Vittoria è la zia cancellata dalle foto, una figura conosciuta solo attraverso i discorsi dei suoi genitori, a tratti mitologica per la fenomenale bruttezza e cattiveria che in quei discorsi le hanno sempre attribuito.
Da quel momento l’ossessione per la zia si impadronisce di Giovanna, insieme alla frenesia di incontrarla, guardarne i gesti e ascoltarne la voce, cercare di capire se è nel suo destino trasformarsi in lei, diventare brutta e cattiva esattamente come lei (“brutta” e “cattiva”, proprio come viene descritta Lila nel primo libro de L’amica geniale).
Giovanna, per tutto il romanzo, non fa altro: cerca di capire. In un intricato meccanismo di opposti che si specchiano, si respingono o si fondono, la ragazzina si muove tra i suoi genitori e la zia, tra la faccia bella della famiglia e quella spaventosamente reale, la parte “alta” di Napoli e quella bassa, il Vomero e il Vasto, i primi degradanti approcci al sesso (vero topic della seconda parte del libro) e il primo innamoramento. Tra bello e brutto, senza mai riuscire a vedere con chiarezza la linea di confine.

Pochi come Elena Ferrante riescono a raccontare il momento in cui tutto inizia a sgretolarsi, in cui “tutto diventa friabile”. Vittoria frantuma con metodo le certezze della vita di Giovanna: per capire quanto tutto (i suoi genitori, i loro amici, le loro convinzioni, il loro politically correctness) sia finto, Giovanna non deve far altro che guardare, come le suggerisce ossessivamente la zia.
“Vittoria insistette molto su quella questione del guardare. Diceva che avevo i paraocchi come i cavalli, guardavo ma non vedevo tutto quello che mi poteva disturbare. Guarda, guarda, guarda, mi martellò.”
Ma se si inizia a guardare davvero, poi non si può più smettere. Come per un inarrestabile effetto domino a poco a poco viene giù tutto, e la roccia delle certezze di una bambina si trasforma nelle paludi fangose di un’adolescenza in cui, se si vuole tornare a essere se stessi, bisogna immergersi e scavare, rimestare, esplorare, guardare.
Giovanna ci prova, a fatica, procedendo a tentoni. Guarda, come le ha suggerito sua zia, osserva la realtà, con il rischio di deformarla, di non capirla, di interpretarla male, cercando a fatica un senso, un nesso, un compromesso. Perché che altro ci puoi fare, con la realtà?

Elena Ferrante, ancora una volta, ci travolge con le sue pagine soffocanti, dense, pochi fronzoli e tanto, tantissimo tra le righe. Il realismo crudo delle descrizioni si fonde ai dialoghi smilzi, le poche parole vengono scagliate come pugni in faccia, nel dialetto di Vittoria così come nell’italiano gelido dei genitori di Giovanna. Due mondi all’apparenza inconciliabili, ma che potrebbero avere in comune molto più di quanto Giovanna pensi (memorabile a tal proposito l’ultima, stanca apparizione di Vittoria).
Perché nel mondo degli adulti, a quanto pare, niente è come sembra, e il dubbio di Giovanna (degli adulti, alla fine, ci si può fidare?) diventa per forza di cose anche quello del lettore.
La risposta a questa domanda, quando si gira l’ultima pagina, sembrerebbe essere un netto no. Ma la vera domanda posta dal libro è un’altra: assodato che degli adulti non ci si può fidare, che succede quando gli adulti diventiamo noi?

Roberto Oliva.

About The Author

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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