venerdì 3 Aprile 2020 - 09:10

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Da Joker a Parasite: paradigmi di una società fluida

Protagonisti dell’ultima stagione cinematografica, conclusasi con l’assegnazione dei premi Oscar poche settimane fa, Joker e Parasite possono considerarsi pellicole tanto distanti quanto legate da un carattere antropologico analogo.

Amati e odiati, sotto o sovrastimati hanno prodotto opinioni e giudizi da parte di critica e pubblico che hanno indagato ogni scibile contenuto nelle due pellicole. Pellicole complesse, curate nei minimi particolari e con specifica attenzione posta ai messaggi consci e inconsci esposti tramite il racconto o stratagemmi tecnici tipici del cinema d’autore. Nonostante ambientazioni ed epoche lontane tra loro che mettono in agone gli anni ’80 con il presente e la cultura occidentale con quella orientale, la grammatica sociopolitica della narrazione delle due opere si raffronta vicendevolmente mettendo in risalto una lotta di classe di stampo contemporaneo.

Una lotta abbastanza lontana da quella pre-novecentesca teorizzata da Marx tra sfruttati e sfruttatori dove ruoli e posizioni sociali erano definiti in maniera chiara dalle posizioni lavorative, dai salari o dal livello di istruzione. Gli ultimi della classe si contrappongono ad una società neo capitalista che però non detiene un potere prettamente economico ma soprattutto sociale. L’apparenza, l’aspetto dell’immagine e la forza comunicativa del potere diventano molto più rilevanti rispetto all’essenza intrinseca di uno status abbiente. Aspetti che in Joker vengono mostrati tramite i desideri di gloria di Arthur Fleck, un signor nessuno che sogna di diventare qualcuno tramite la presenza artistica su un palco davanti ad un pubblico. Un piedistallo metaforico che per un reietto diventa il trono che lo parifica ai veri potenti della società. Le battaglie dei diritti, la difesa salariale, vengono messe in secondo piano da valori epidermici inconsistenti che sono però di più facile realizzazione per sorgere alla pari di chi ha molto di più.

Se in Joker Todd Philips utilizza Arthur Fleck come simbolo individuale di una scalata impervia verso un riconoscimento da parte della collettività, Bong Joon-ho sceglie di mostrare lo stesso percorso tramite la visione opportunistica e cinica della famiglia Kim, la quale, attraverso una serie di stratagemmi riesce, osmoticamente, ad introdursi in maniera parassitaria all’interno della bellissima villa della ricca famiglia Park divenendone gli alter ego dalle umili radici. Il regista sudcoreano gioca sull’ambiguità del concetto di parassitismo legato ad entrambe le classi sociali. I Kim vivono a spese di una singola agiata famiglia che nello stesso tempo si crogiola, senza troppa consapevolezza, dei propri averi insipiente di farlo a scapito della base piramidale di popolazione di cui fondamentalmente si nutre. Quello che ne scaturisce però non è la vera lotta di classe che tenta di riequilibrare una situazione dove pochi eletti vivono in un Olimpo dallo stile architettonico wrightiano in concorrenza a chi vive al di sotto dell’altezza degli scarichi del proprio water, ma si trasforma nella antica lotta tra poveri dove vige la “logica del gioco in cui la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”.

Un peso piuma non combatte contro un peso massimo. La disuguaglianza, quando eccessiva, elimina le regole del gioco e rende tutto più fluido. Valori ed ideali scompaiono eliminando prìncipi etici e morali che notoriamente si allineano ad archetipe ideologie.

Una disuguaglianza messa in mostra in entrambi i film da reali scalinate. In Parasite determinano l’orografia sociale insita nella costruzione urbanistica della città mentre in Joker evidenziano la metamorfosi psicologica del protagonista che, solo dopo il proprio cambiamento interiore, lo vedremo scendere a suon di Rock & Roll invece di salirle dolorosamente.

Joker e Parasite, ma potremmo anche aggiungerci Knives Out, mostrano il decadimento di storici valori che definivano e rappresentavano in maniera evidente specchi di società ormai esauriti. Una globalizzazione del pensiero che, molto più di quella del mercato, elimina le identità aumentando le differenze. Un contrasto quasi illogico ma che in realtà ben ritrae la situazione politica nella quale siamo immersi e le difficoltà di capire chi siano i veri villain del nostro tempo.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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