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Coldplay – A Head Full Of Dreams – Recensione

A Head Full Of Dreams

 

COLDPLAY A HEAD FULL OF DREAMS

Ovvero

 “L’insostenibile leggerezza di un genere”

FASE 1: CLINICA DELLA PERVERSIONE

Ciascuno di noi ha delle innocenti perversioni, deviazioni, cioè, di una passione -di per sé esule dalla ragione- verso lidi ancora più irrazionali. Nel caso mio, parlando di passione musicale, si tratta dell’incapacità di resistere al fascino di una copertina o di un titolo particolarmente suggestivo. Da questo deriva il famoso acquisto a scatola chiusa, con conseguenti soddisfazioni o clamorosi flop. E pazienza se il gruppo in questione mi è da sempre simpaticamente antipatico, come per l’appunto i Coldplay. Se avevo resistito con una certa riluttanza a buttarmi sul bel paio di ali su sfondo blu del precedente “Ghost Stories”, a questo giro proprio non ce l’ho fatta di fronte a un trionfo di colori e a un titolo che potrebbe benissimo essere una sorta di autoritratto. Insomma, cari Coldplay, c’è l’avete fatta a traviarmi.

FASE 2: ASCOLTO (e conseguente smarrimento)

Viaggio in treno, insensibile alle poche ore di sonno e alla prospettiva di lavoro, musica nelle orecchie e mente assorta. Le note del settimo album del gruppo scorrono nel mio orecchio per la prima ora del mio esodo. Finisco l’ascolto e la confusione si impossessa di me, come un velo di nebbia che cala sugli occhi. Decido di scuotermi e il primo disco che mi passa davanti è “Atom Heart Mother” (neanche dei miei preferiti). Più o meno stessa durata, quella sufficiente a diradare la nebbia e a schiarire le idee. Adesso ricordo perfettamente cos’è veramente il rock.

FASE 3: CATARSI

Devo premettere anzitempo di non essere esattamente un fan dei Coldplay, per quanto non nasconda di aver apprezzato alcune sfumature dei primi quattro album, soprattutto i primi due, e di averli trovati addirittura piacevoli. Qui immediatamente sento nella mia testa la voce del mio migliore amico,  unica persona al mondo capace di ascoltarmi parlare di musica con record certificato di minor numero di sbadigli, dirmi amorevolmente “Enro che ca**o dici???”.

Cercando di mettere in ordine i pensieri, mi sento di dire che, a fronte di un’originalità piuttosto latente, alla band vada reso il merito di aver portato avanti una proposta comunque dignitosa e con un approccio curioso (“Enro per favore…”).  Se però gli esordi trovavano qualche appiglio in una forma di rock più radiofonico (“si vabbè”), cosa troviamo in quest’ultimo lavoro (“Enro, non avevi bisogno di comprarlo, te lo dicevo io cosa trovavi”)?

Sicuramente tanto divertimento del gruppo e tanta voglia di spargere gioia ai quattro venti con suoni ariosi e ritornelli gioiosi, intervallati dalle classiche ballate da sempre marchio di fabbrica della band: questo in sé per sé non sarebbe affatto un male (“Enroooo….”) se non fosse che…il tutto appare nella più totale confusione e lontano anni luce da qualsivoglia sfumatura rock, anche quel poco che timidamente faceva capolino qua e là nel passato.

Brani come “Hymn for the week end”, “Adventure of a lifetime” (solo a me sembra una versione anche peggiore della già non indimenticabile “Get Lucky” dei Daft Punk?) e quasi tutto il resto appaiono canzoni pop sentite e risentite, forse divertenti per via di inserti pseudofolk ma prive di un minimo mordente.

Sembra a volte di sentire gli U2 più commerciali sviliti di quel po’ di rock rimasto attaccato, in un calderone di suoni che non sembra andare da nessuna parte, senza capo né coda.

Qualche momento piacevole c’è sicuramente (“Enro, per favore….”), la radiofonicissima title-track in apertura (anche lì, alzi la mano chi ha pensato come me all’intramontabile “Neverending Story”) o la conclusiva e quasi gospel “Up&Up” e qualcosina qua e là (il valzer di “Amazing Day”, per quanto sentito e risentito) ma in generale si sente che manca qualcosa.

Più che full of dreams mi sembra che sia full of chaos, e per dirsela tutta non so nemmeno quanta testa ci sia. Oppure il problema è un altro! Forse sono io ad essere sbagliato, forse le mie non sono le orecchie giuste per questo genere.

Si, ma di che genere stiamo parlando? Oggi infatti, quando non sappiamo come catalogare un gruppo, gli si appiccica la qualifica di “Alternative Rock”. Credo sia doveroso che qualcuno si prenda il disturbo di spiegarci cosa sia alternative e, soprattutto come si colloca in questo contesto. Se infatti partiamo dal presupposto che i Coldplay suonino un personalissimo pop, niente da eccepire, ma per favore lasciate in pace il rock che, almeno qui, è TOTALMENTE assente (“Ma guarda un po’, caro Enro”).

FASE 4: RIVELAZIONE

Così mi trovo a fare chiarezza nella mia mente, cercando di calmare la voce del mio amico che mi rimprovera. Le etichette, signori miei, non sono un optional o un capriccio. La vecchia storia dei confini angusti dei generi non regge più,  mi spiace, anche perché, amici miei, siamo proprio noi ad alimentare scegliendo anzitempo cosa ascoltare e cosa evitare. Non c’è l’ho personalmente con i Coldplay, ma il rock è qualcosa di troppo grande per affibbiato ad minchiam a chi ci pare solo per caricarlo di importanza. Tanto per i fan questo sarà l’ennesima grande conferma come per il sottoscritto una triste disillusione.

 (“Enro, c’è ancora speranza….e comunque cambia spacciatore”)

Enrico Spinelli

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