domenica 15 Dicembre 2019 - 06:36

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C’era una volta a… Hollywood – Recensione

Avete presente quella piacevole sensazione che si prova al mattino dopo essersi svegliati alla fine di un bel sogno? Con la memoria torni a cercare le immagini, cerchi di mettere a fuoco i volti di chi era presente e le azioni che hanno compiuto in quei pochi minuti che nella tua mente sono diventati ore. Difficilmente si riesce a definire in maniera dettagliata tutto quello che la psiche è riuscita a realizzare ma ti rimangono chiare le sensazioni, l’atmosfera nel quale l’ippocampo ti ha calato. C’era una volta a… Hollywood è un po’ questo. Non è il classico film con una trama. Non ci sono le unità aristoteliche né la struttura restaurativa in tre atti (introduzione dei personaggi; scontro e lotta; risoluzione della crisi) ma una carrellata di immagini che danzano al ritmo della colonna sonora con al loro interno i classici dialoghi sintomatici dello stile tarantiniano.

Il nono e, forse, penultimo film di Tarantino dialoga con lo spettatore tramite le emozioni e non con il racconto. Da questo punto di vista la sceneggiatura è molto sorrentiniana ma a differenza di ciò che fece il regista napoletano ne La Grande Bellezza con Roma, Tarantino non esalta Hollywood con quella oleografia patinata ai limiti dello sciovinismo estetico ma propone uno spaccato temporale nel tempo in cui il cuore del cinema statunitense batteva in maniera vigorosa. Nessuna ricostruzione storica dei fatti quindi ma una interpretazione semi-onirica che, anche se non strettamente veritiera, riesce a farti rivivere le sensazioni di un periodo fondamentale per la cinematografia.

Se in Pulp Fiction il regista di Knoxville utilizza una valigetta come motore virtuale e pretestuoso dell’intrigo narrativo, ovvero un MacGuffin, in C’era una volta a… Hollywood tutto quello che vediamo è un MacGuffin. I personaggi principali sono l’attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un vecchio mito in declino costretto ad accettare le parti di cattivo per produzioni televisive di scarso valore, e la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) che, oltre a prendersi cura di lui, lo sostiene anche psicologicamente quasi fosse il suo alter ego reale anche nella vita vera. Inoltre è presente Sharon Tate (Margot Robbie), compagna di Roman Polanski, rimasta alla storia, purtroppo, non tanto per le sue qualità attoriali ma per le tragiche vicende di Cielo Drive con protagonisti la Manson family.

“Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate” diceva Hitchcock. Tarantino per mostrare il dramma sceglie invece di enfatizzare queste parti dilatandole fino a renderle protagoniste della non-storia raccontata. Un narcisismo artistico che sfrutta la consapevolezza dei propri mezzi in un esercizio di stile di quasi tre ore che non è però solo puro edonismo filmico ma una sorta di catarsi creativa purificatoria. Non è importante, ad esempio, se Bruce Lee fosse davvero come descritto nella esilarante, e poco apprezzata dai discendenti, scena con Cliff. Tarantino ama Lee ma dimostra semplicemente come la libertà espressiva del cinema sia un’arma potentissima che può fare qualunque cosa.

In conclusione C’era una volta a… Hollywood si può considerare un altro tassello della eterogenea filmografia tarantiniana. Non mancano i classici riferimenti e citazioni, piedi in primo piano e dialoghi loquaci ma lo si può apprezzare soprattutto negli aspetti più sperimentali con i quali il regista gioca in una ormai elegante maturità. Un elogio al cinema che parte da un cast straordinario e finisce in una qualità degli aspetti tecnici eccezionali, se non per la loro perfezione, quanto per l’amore intriso nelle bobine dove scorrono analogiche pellicole che sprigionano pura essenza del fantastico.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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