Alessandro Alberghina – Breakoff https://www.breakoff.it Social Web Magazine Wed, 29 Apr 2020 12:21:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Il valore dell’abitazione ai tempi del Coronavirus https://www.breakoff.it/il-valore-dellabitazione-ai-tempi-del-coronavirus/ https://www.breakoff.it/il-valore-dellabitazione-ai-tempi-del-coronavirus/#respond Wed, 29 Apr 2020 12:21:49 +0000 https://www.breakoff.it/?p=15046

Quasi la totalità della popolazione mondiale è colpita dal lockdown di massa imposto dai governi per adeguarsi agli obblighi di distanziamento sociale richiesti per la salvaguardia della nostra salute e delle nostre vite. Un confinamento coatto che, se da una parte ci toglie alcune libertà che davamo per scontate, dall’altra ci porta a rivalutare l’importanza ...

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Quasi la totalità della popolazione mondiale è colpita dal lockdown di massa imposto dai governi per adeguarsi agli obblighi di distanziamento sociale richiesti per la salvaguardia della nostra salute e delle nostre vite. Un confinamento coatto che, se da una parte ci toglie alcune libertà che davamo per scontate, dall’altra ci porta a rivalutare l’importanza ed il significato di ciò che chiamiamo banalmente casa con l’accezione di “dimora”, ovvero un luogo stabile di accoglienza per uno o più soggetti, che in queste settimane si è mutuata nel più primitivo “rifugio”, ovvero un luogo di protezione contro un’insidia o un pericolo materiale e morale. Un rifugio artificiale, prodotto di un pensiero tendenzialmente moderno, che può diventare una prigione se non pensata adattandosi ai caratteri, alle esigenze ed alle sensibilità di chi la vive.

Le api del Castello di Bodiam, lasciate libere di produrre la propria casa, l’hanno creata a forma di cuore. 

La verità è che quei quattro muri che ci separano dal mondo esterno raccolgono in sé molto più di quei significati primordiali che cercano di assolvere ai bisogni elementari dell’uomo. In questo contesto stiamo infatti capendo come le nostre vite non siano fondate su elementi così semplici per quanto indispensabili.

Commessi dei supermercati, autotrasportatori, produttori di imballaggi, autisti di autobus, sanificatori, postini. Stiamo riscoprendo l’importanza di mestieri che si svolgono tutti i giorni davanti ai nostri occhi e che valutiamo spesso solo dal punto di vista qualitativo senza considerarne l’imprescindibilità. Sono ingranaggi, più o meno piccoli, che fanno funzionare una macchina complessa almeno quanto lo è il corpo umano. Allo stesso tempo nelle nostre case ci sono elementi e spazi che non credevamo fondanti per la produzione del nostro benessere quotidiano, che non abbiamo valorizzato né colto il loro pieno valore e di cui forse ancora non abbiamo piena percezione.

Le problematiche in molti casi nascono da lontano, da visioni urbanistiche superficiali che mettevano sul piedistallo logiche funzionali astratte lasciando in secondo piano quelle dell’individuo. Individuo inteso non come singolo ma come parte fondamentale di un gruppo che, come nella teoria paradossale del sorite, forma nella sua individualità la società stessa. Il lavoro, il trasporto, la concentrazione in zone omogenee di servizi e funzioni. Aspetti sociali asettici che hanno prevaricato quelli umanistici forzandone abitudini e pensieri. Senza diventare troppo generici e retorici il problema è che si è sempre data meno importanza al valore di un luogo che, oltre a contenerci, è anche l’estensione metaforica del grembo materno e che come tale deve prendersi cura di noi in età adulta anche quando siamo distratti dalla frenesia quotidiana dei nostri impegni.

Il contesto, qualunque esso sia, ci condiziona e trasforma, ci cambia l’umore e la sensibilità verso gli altri. La luce, lo spazio, il colore, il calore, il rumore. La vita è un’esperienza sensoriale ed emozionale continua. Un percorso in cui produciamo ricordi e lasciamo tracce. I luoghi dove viviamo diventano dunque fondamentali per la creazione di frangenti che ci appaghino e ci supportino. La casa non è solo un luogo dove si cucina e si dorme, dove ci laviamo e accumuliamo oggetti. Philippe Stark disse che il designer non produrrà più oggetti per assolvere i bisogni delle persone ma servizi. L’architetto, a mio parere, dovrà essere in grado di produrre situazioni piuttosto che layout armonici.

Leonardo da Vinci – Studio di un grembo materno

Un’idea, una torta, una risata, un bacio, un sogno, una barzelletta stupida, un’attesa, un pensiero, una lettera scritta, un gioco, un disegno su un block notes. Questo è quello che si può creare quando siamo felici o anche semplicemente consapevoli del proprio vivere, della propria personalità e della propria identità. Ed è questo che deve rappresentare la propria casa: una proiezione di sé stessi, del proprio carattere, dei propri sogni. Questo articolo non dà risposte architettoniche o di design perché non ne esistono univoche. Il feng shui, la bio-architettura, il color-design terapeutico, lo stile minimale o shabby chic, i mobili della nonna o di tendenza, sono tutte risposte validissime ma sempre in maniera relativa.

Curare e dare importanza a questi valori ci può aiutare anche a riconsiderare l’immagine che abbiamo di noi stessi. Viviamo in una società pesante e pressante che ci investe quotidianamente con la sua energia e nella quale non puoi mettere in pausa. Siamo granelli che formano il sorite di cui sopra ed abbiamo bisogno di proteggerci non solo dalle avversità ma anche da noi stessi e dall’attenzione fin troppo epidermica con cui tuteliamo la nostra essenza. In fin dei conti siamo fatti quasi al 70% d’acqua e l’acqua, come diceva Camilleri, ha la forma del suo contenitore. Sarebbe quindi illogico non dare importanza a ciò che ci dà forma ed educa la nostra percezione del mondo.

Speriamo quindi che il momento che stiamo vivendo, tra una torta fatta in casa e flessioni accanto al letto, ci permetta di guardare oltre la routine del pensiero sul quale viaggiamo come in un treno senza finestrini e di ricercare il valore di quegli spazi che condizionano le scelte della nostra vita.

Alessandro Alberghina

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Il Buco – Recensione https://www.breakoff.it/il-buco-recensione/ https://www.breakoff.it/il-buco-recensione/#respond Fri, 27 Mar 2020 14:22:18 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14849

Marzo 2020. Curiosamente, in un periodo in cui il mondo intero vive una forte situazione di disagio e preoccupazione, coattivamente costretti tra le quattro mura della propria casa, impossibilitati ad uscire se non per esigenze primarie ed essenziali, esce, in maniera quasi irrisoria, su Netflix Il Buco. Un horror spagnolo che si divide stilisticamente tra ...

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Marzo 2020. Curiosamente, in un periodo in cui il mondo intero vive una forte situazione di disagio e preoccupazione, coattivamente costretti tra le quattro mura della propria casa, impossibilitati ad uscire se non per esigenze primarie ed essenziali, esce, in maniera quasi irrisoria, su Netflix Il Buco.

Un horror spagnolo che si divide stilisticamente tra la critica sociopolitica alla Snowpiercer e l’atmosfera kafkiana del fanta-grottesco The Cube di Vincenzo Natali. Ispirazioni abbastanza plateali che ben traspongono nella fantasia della celluloide l’alienazione di questo breve periodo storico in cui stiamo vivendo.

Il “buco” altro non è che un carcere verticale composto da una sola cella per piano in cui sono presenti due prigionieri, un lavandino per lavarsi ed un solo wc. Le celle – che vanno dal piano 1, il più alto, ad un numero indefinito, verso il basso – sono gerarchizzate da una piattaforma mobile contenente il pasto giornaliero che scende in verticale attraverso questo vuoto. Sulla piattaforma c’è la pietanza preferita di ognuno delle centinaia di prigionieri, preparato al livello 0 ed impiattato su una “tavola” quasi aristocratica imbandita a festa che, nella sua discesa agli inferi, si ferma ad ogni livello per due minuti. Ovvia conseguenza di un’autogestione senza regole del razionamento del cibo è che ai primi livelli si ingozzino belluinamente lasciando ai livelli inferiori avanzi vomitevoli e poi il nulla.

La metafora sin da subito è abbastanza evidente, anzi fin troppo. Ma a differenza di quello che accade nel mondo dove queste gerarchie vengono scalate o discese faticosamente o comunque abbastanza lentamente, in questo carcere la situazione può completamente cambiare nell’arco di un mese quando i due prigionieri vengono spostati casualmente da un livello all’altro. Una democrazia fatalista che porta ogni prigioniero a poter vivere situazioni completamente antitetiche.

Urrutia non spiega dove e quando ci troviamo. Un non-luogo atemporale che potrebbe descrivere un presente ucronico, un futuro distopico o un universo parallelo. Il fatto è che quello che viene mostrato non è una vera e propria storia dell’orrore ma una metafora simbolica, sin troppo didascalica, sull’egoismo dell’uomo, della sua incapacità di guardare oltre i propri limiti visivi e capire che oltre al proprio raggio di azione c’è un mondo che vive situazioni complementari per quanto appartenenti alla stessa “architettura”. Sono interessanti, infatti, le inquadrature che mostrano le prospettive che dal buco puntano verso uno spazio infinito e lontano che invece infinito e lontano non è. E non è sufficiente il cambio di livello per capire “l’altro”. Non è la persona in sé che è buona o cattiva ma la posizione di potere nella quale è calata. Dall’alto si può letteralmente defecare in testa a quelli sotto mentre da sotto si può solo cercare di sopravvivere a scapito di un tuo simile.

Goreng, il protagonista che volontariamente ha deciso di affrontare la prigionia in questo strano universo munito solo del libro del Don Chisciotte della Mancia, si muoverà attraverso i vari livelli incontrando sempre nuovi personaggi, ognuno con la sua valenza simbolica ed in buona parte anche religiosa.

In conclusione, Il Buco è un horror ben fatto, con una fotografia fredda e brutalista che ben accoglie questa lunga metafora di un’ora e mezza e che, nonostante la ridondanza tipica dei one set location, riesce a mantenere sempre alta la tensione grazie ad una sceneggiatura ben costruita ed un ritmo ben dosato. Il messaggio è però molto retorico ed i rimandi simbolici sono talmente eccessivi che alle volte incontrano buchi di sceneggiatura ed incoerenze logiche che lasciano molti aspetti del film inconcludenti o troppo aperti alla spiegazione da parte dello spettatore.

Rimane comunque un prodotto interessante che, senza inventare nulla, sceglie una strada poco percorsa, nelle opere di questo genere, concedendo ad un popolo in quarantena molti spunti su cui riflettere anche nei confronti della società che stiamo costruendo.

Alessandro Alberghina

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Da Joker a Parasite: paradigmi di una società fluida https://www.breakoff.it/da-joker-a-parasite-paradigmi-di-una-societa-fluida/ https://www.breakoff.it/da-joker-a-parasite-paradigmi-di-una-societa-fluida/#respond Tue, 03 Mar 2020 15:28:51 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14807

Protagonisti dell’ultima stagione cinematografica, conclusasi con l’assegnazione dei premi Oscar poche settimane fa, Joker e Parasite possono considerarsi pellicole tanto distanti quanto legate da un carattere antropologico analogo. Amati e odiati, sotto o sovrastimati hanno prodotto opinioni e giudizi da parte di critica e pubblico che hanno indagato ogni scibile contenuto nelle due pellicole. Pellicole ...

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Protagonisti dell’ultima stagione cinematografica, conclusasi con l’assegnazione dei premi Oscar poche settimane fa, Joker e Parasite possono considerarsi pellicole tanto distanti quanto legate da un carattere antropologico analogo.

Amati e odiati, sotto o sovrastimati hanno prodotto opinioni e giudizi da parte di critica e pubblico che hanno indagato ogni scibile contenuto nelle due pellicole. Pellicole complesse, curate nei minimi particolari e con specifica attenzione posta ai messaggi consci e inconsci esposti tramite il racconto o stratagemmi tecnici tipici del cinema d’autore. Nonostante ambientazioni ed epoche lontane tra loro che mettono in agone gli anni ’80 con il presente e la cultura occidentale con quella orientale, la grammatica sociopolitica della narrazione delle due opere si raffronta vicendevolmente mettendo in risalto una lotta di classe di stampo contemporaneo.

Una lotta abbastanza lontana da quella pre-novecentesca teorizzata da Marx tra sfruttati e sfruttatori dove ruoli e posizioni sociali erano definiti in maniera chiara dalle posizioni lavorative, dai salari o dal livello di istruzione. Gli ultimi della classe si contrappongono ad una società neo capitalista che però non detiene un potere prettamente economico ma soprattutto sociale. L’apparenza, l’aspetto dell’immagine e la forza comunicativa del potere diventano molto più rilevanti rispetto all’essenza intrinseca di uno status abbiente. Aspetti che in Joker vengono mostrati tramite i desideri di gloria di Arthur Fleck, un signor nessuno che sogna di diventare qualcuno tramite la presenza artistica su un palco davanti ad un pubblico. Un piedistallo metaforico che per un reietto diventa il trono che lo parifica ai veri potenti della società. Le battaglie dei diritti, la difesa salariale, vengono messe in secondo piano da valori epidermici inconsistenti che sono però di più facile realizzazione per sorgere alla pari di chi ha molto di più.

Se in Joker Todd Philips utilizza Arthur Fleck come simbolo individuale di una scalata impervia verso un riconoscimento da parte della collettività, Bong Joon-ho sceglie di mostrare lo stesso percorso tramite la visione opportunistica e cinica della famiglia Kim, la quale, attraverso una serie di stratagemmi riesce, osmoticamente, ad introdursi in maniera parassitaria all’interno della bellissima villa della ricca famiglia Park divenendone gli alter ego dalle umili radici. Il regista sudcoreano gioca sull’ambiguità del concetto di parassitismo legato ad entrambe le classi sociali. I Kim vivono a spese di una singola agiata famiglia che nello stesso tempo si crogiola, senza troppa consapevolezza, dei propri averi insipiente di farlo a scapito della base piramidale di popolazione di cui fondamentalmente si nutre. Quello che ne scaturisce però non è la vera lotta di classe che tenta di riequilibrare una situazione dove pochi eletti vivono in un Olimpo dallo stile architettonico wrightiano in concorrenza a chi vive al di sotto dell’altezza degli scarichi del proprio water, ma si trasforma nella antica lotta tra poveri dove vige la “logica del gioco in cui la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili”.

Un peso piuma non combatte contro un peso massimo. La disuguaglianza, quando eccessiva, elimina le regole del gioco e rende tutto più fluido. Valori ed ideali scompaiono eliminando prìncipi etici e morali che notoriamente si allineano ad archetipe ideologie.

Una disuguaglianza messa in mostra in entrambi i film da reali scalinate. In Parasite determinano l’orografia sociale insita nella costruzione urbanistica della città mentre in Joker evidenziano la metamorfosi psicologica del protagonista che, solo dopo il proprio cambiamento interiore, lo vedremo scendere a suon di Rock & Roll invece di salirle dolorosamente.

Joker e Parasite, ma potremmo anche aggiungerci Knives Out, mostrano il decadimento di storici valori che definivano e rappresentavano in maniera evidente specchi di società ormai esauriti. Una globalizzazione del pensiero che, molto più di quella del mercato, elimina le identità aumentando le differenze. Un contrasto quasi illogico ma che in realtà ben ritrae la situazione politica nella quale siamo immersi e le difficoltà di capire chi siano i veri villain del nostro tempo.

Alessandro Alberghina

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Jojo Rabbit – Recensione https://www.breakoff.it/jojo-rabbit-recensione/ https://www.breakoff.it/jojo-rabbit-recensione/#respond Wed, 29 Jan 2020 17:27:58 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14717

Solitamente le favole raccontano un universo di fantasia in cui abbondano simbolismi e allegorie che mostrino agli occhi di un bambino, ma spesso anche in quelli di un adulto, il mondo reale sotto una forma cognitiva inconscia, per poter poi affermare una morale che sia di insegnamento nella vita quotidiana. Waititi capovolge questo significato trasportando ...

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Solitamente le favole raccontano un universo di fantasia in cui abbondano simbolismi e allegorie che mostrino agli occhi di un bambino, ma spesso anche in quelli di un adulto, il mondo reale sotto una forma cognitiva inconscia, per poter poi affermare una morale che sia di insegnamento nella vita quotidiana. Waititi capovolge questo significato trasportando vicende reali come il nazismo, la persecuzione ebraica, la guerra, in un’atmosfera favolesca ed utilizzando i personaggi della storia come simboli di sé stessi. Avvolge una cruda realtà del passato in una calda metafora intessuta di tenerezza e commozione.

jojo-rabbit-recensione

Un metodo narrativo innovativo che estrae fuori dall’evoluzione degli eventi il grottesco intrinseco di vicende nerissime del ‘900. Non è tanto la visione e la percezione infantile quello che ci vengono mostrati, quanto piuttosto l’infantilismo di situazioni assolutamente adulte oltre che mostruose. Se ne Il grande dittatore la figura tirannica del Führer veniva fatta oggetto di satira in chiave denigratoria, in Jojo Rabbit viene resa come una sorte di proiezione intima e cartoonesca di una mancanza personale. Una guida di speranza falsa ed illusoria. Esattamente come lo è stata nella realtà storica per milioni di tedeschi.

Jojo è un bambino di dieci anni che vive solo con la madre nella Germania nazista del 1945. I suoi unici amici sono il suo coetaneo Yorki ed un amico immaginario con le sembianze di Adolf Hitler. Jojo è nato sotto l’educazione propagandistica del regime divenendone uno dei seguaci più fanatici e fedeli. Iscritto alla Gioventù hitleriana, guidata dal decaduto capitano Klenzendorf (un meraviglioso Sam Rockwell), viene deriso dagli altri partecipanti e soprannominato Rabbit a causa della sua reticenza nell’uccidere un coniglio. Dopo un incidente con una granata viene rimandato a casa, ferito nel corpo e nell’orgoglio, dove scopre che sua madre nasconde una ragazza ebrea.

Jojo Rabbit è una commedia degli orrori dove situazioni realmente esistite diventano surreali rappresentazioni di un teatro dell’assurdo. La comicità, sobria e leggera, percorre narrativamente tutto l’arco temporale del film senza lasciare spazio al dramma in maniera netta. Nessun climax dell’odio e del dramma quindi ma, come in una qualunque favola, non mancheranno momenti molto forti emotivamente.

Waititi, che è anche l’attore che interpreta l’Hitler immaginario (non essendo riuscito a trovare attori che decidessero di lavorare in un ruolo così ambiguo e rischioso), realizza un’opera molto sofisticata tecnicamente. Figlio di madre ebrea, ha saputo dileggiare il nazismo con le sue stesse mani, tramite i suoi stessi paradossi. Mostra una cultura dell’odio che altro non fa che basarsi sull’ignoranza e la paura. Senza enfatizzarla artificialmente però. Una paura indotta il più delle volte, ma spesso, come nel caso di Jojo, anche insita nelle proprie insicurezze personali.

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In conclusione possiamo dire che Jojo Rabbit può, in maniera evidente, arrogarsi il diritto di far parte di quella piccola cerchia di opere cinematografiche che, senza vittimismo, riesce ad unire emozioni e valori contrapposti assimilando il tutto in un’atmosfera elegante. Un cast eccezionale, dal primo all’ultimo, che vede nei due piccoli protagonisti due perle di purezza e genuinità. Bellissimi e sorprendenti i ruoli femminili da cui scaturiscono una energia emotiva straordinaria senza il bisogno di scimmiottare una carica patriarcale, ormai stanca e illusoria, ma utilizzando solo il potere della propria essenza.

Un film con una morale semplice quanto potente, tanto scontata quanto difficile da introiettare ancora oggi nella nostra società contemporanea. Ma, per quanto difficile, bisogna continuare a lottare affinché “Though nothing will keep us together. We could steal time, just for one day. We can be Heroes, for ever and ever. What’d you say?”

Alessandro Alberghina

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Tolo Tolo – Recensione https://www.breakoff.it/tolo-tolo-recensione/ https://www.breakoff.it/tolo-tolo-recensione/#respond Thu, 09 Jan 2020 16:33:21 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14687

Dopo il grandissimo successo al botteghino delle sue precedenti opere, Checco Zalone torna al cinema per la prima volta in veste anche di regista. Una decisione rischiosa, e visti i risultati anche opinabile, dato che il feeling con Gennaro Nunziante migliorava di film in film andando a creare pellicole sempre più mature ed organiche a ...

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Dopo il grandissimo successo al botteghino delle sue precedenti opere, Checco Zalone torna al cinema per la prima volta in veste anche di regista. Una decisione rischiosa, e visti i risultati anche opinabile, dato che il feeling con Gennaro Nunziante migliorava di film in film andando a creare pellicole sempre più mature ed organiche a livello di trama e sceneggiatura e che lasciavano sempre più alle spalle i semplicismi tecnici di sketch prettamente pensati per la televisione.

Partita da un soggetto di Paolo Virzì, di cui purtroppo però non si sente alcun peso nella scrittura, la sceneggiatura rimane frastagliata ed incoerente con battute slapstick inserite in maniera forzata all’interno di una storia a cui mancano troppi elementi narrativi che vengono solamente brevemente accennati. Elementi che probabilmente non vengono trattati per l’eccessiva serietà alla base del racconto su cui Zalone vuole poggiare la sua classica comicità che, per quanto sociale, rimane prettamente superficiale ed abbastanza inconsistente.

Da sempre infatti Zalone è rimasto lontano dalla satira che, di fatto, è un chiaro punto di vista dell’autore sulla società, rimanendo ampiamente ambiguo nei precedenti lavori. Non è un caso infatti che il cantautore barese sia stato spesso oggetto di interventi di più parti politiche che lo eleggevano a simbolo di questo o quell’ideale. Questa leggerezza (un po’ paracula) si è però sempre ben armonizzata al suo umorismo nonostante lasciasse un messaggio molto aleatorio. Con Tolo Tolo Zalone vuole invece prendere una posizione più netta sul tema dell’immigrazione mostrando allo spettatore le peripezie e gli ostacoli che deve affrontare chi, per motivi al di sopra delle proprie volontà, ricerca nell’Italia (ma sarebbe meglio dire l’Europa ed il mondo occidentale in generale) un piccolo faro di speranza per il proprio futuro.

A causa della chiusura della propria improbabile attività di ristorazione nelle Murge pugliesi Checco è costretto a scappare in Africa per fuggire ai creditori, ritrovandosi a lavorare in un villaggio turistico in cui conosce Oumar, collega cameriere con la passione per la cultura italiana (al contrario dello stesso Checco), e l’affascinante Idjaba con suo figlio Doudou. L’improvviso scoppio di una guerra civile costringeranno però i protagonisti ad emigrare verso l’Italia attraversando il continente nord-africano. Da qui in poi inizia il classico road-movie comico che risulta tuttavia cinematograficamente troppo basilare per un personaggio con alle spalle quasi dieci anni di carriera sul grande schermo.

È apprezzabile e nobile la volontà di realizzare un film che avesse uno spessore emotivo di ben altro tenore rispetto ai precedenti ma purtroppo la maschera di Luca Medici raffigurante l’italiano medio tamarro e ignorante si fonde malamente coi toni drammatici che fanno da sfondo al racconto. Una ricetta agrodolce ha bisogno dei giusti ingredienti che, da Benigni a Chaplin, da Monicelli a Mihăileanu, spesso abbiamo potuto assaporare. Non che in Zalone si debba avere cotanta aspettativa ma semplicemente serve a spiegare il motivo per cui il suo classico ed apprezzato umorismo venga in qualche modo disinnescato da un contesto crudo, anche se molto annacquato, e da scelte stilistiche discutibili come quella di inserire le proprie canzoni in stile musical Disney piuttosto che rifarsi ai grotteschi videoclip che sfondavano la quarta parete come vedevamo nelle passate pellicole.

In conclusione Tolo Tolo rimane una brillante commedia con alcune (non troppe) battute molto esilaranti e che ha il coraggio di osare e prendere una posizione chiara riguardo un tema particolarmente divisivo nell’attuale società italiana. Non mancano elementi vagamente cerchiobottisti che guardino anche agli aspetti controversi di questo tema ed evidenzino una certa incoerenza ed ipocrisia della controparte ideologica a quella protagonista del film, ma rimane chiaro il messaggio, spesso eccessivamente didascalico, che ha voluto lanciare l’ex neomelodico made in Puglia.

Alessandro Alberghina

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Knives Out (Cena con Delitto) – Recensione https://www.breakoff.it/knives-out-cena-con-delitto-recensione/ https://www.breakoff.it/knives-out-cena-con-delitto-recensione/#respond Wed, 18 Dec 2019 12:39:46 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14630

Se nel quasi omonimo (per lo meno nella traduzione italiana) Invito a cena con delitto il commediografo statunitense Neil Simon parodiò il giallo classico alla Agatha Christie “vendicandosi” di investigatori e scrittori per la loro omertà informativa nei riguardi del lettore, Rian Johnson decide invece di utilizzare il giallo classico come parodia stessa della società ...

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Se nel quasi omonimo (per lo meno nella traduzione italiana) Invito a cena con delitto il commediografo statunitense Neil Simon parodiò il giallo classico alla Agatha Christie “vendicandosi” di investigatori e scrittori per la loro omertà informativa nei riguardi del lettore, Rian Johnson decide invece di utilizzare il giallo classico come parodia stessa della società statunitense contemporanea.

Ogni personaggio ha difatti un chiaro ruolo che riflette in maniera palese porzioni di collettività nordamericana ed in particolare quella dell’alta società tristemente inconscia di quale sia la vera genesi delle proprie fortune. Personaggi che vengono riuniti in un’unica grande famiglia dove, tra conflitti, comportamenti sleali od ipocriti, si perpetua in egual modo lo stesso ed unico fine egoista. Labile nemesi di questo gruppo disfunzionale c’è l’infermiera personale del ricco Harlan Thrombey, un romanziere di successo e capostipite carismatico della famiglia.

L’aspetto meta-narrativo della storia non inganni e stravolga però quello che di fatto è l’essenza di una trama brillante e sofisticata. Knives Out è un film con un sottotesto contemporaneo ma che si ispira e rievoca in maniera molto intelligente il classico romanzo deduttivo alla Agatha Christie e che, nonostante l’ambientazione moderna, è intriso del carattere primo novecentesco della scrittrice.

Harlan Thrombey viene ritrovato misteriosamente morto la mattina successiva al suo 85esimo compleanno. Quello che all’apparenza sembra un suicidio diventa invece oggetto di indagine da parte di uno dei più brillanti investigatori anglosassoni, Benoit Blanc (Daniel Craig), ingaggiato da un’anonima lettera. Tramite il lungo, forse eccessivamente, interrogatorio iniziale da parte della polizia locale vengono ripercorsi i fatti della festa, dove era presente la sua ampia famiglia, e dove si scoprirà che ognuno di loro avrebbe avuto un buon movente per assassinare l’abbiente patriarca.

Rian Johnson ha il merito di cercare di rinnovare generi che spesso si lasciano guidare da binari particolarmente usurati al fine di evitare di sconvolgere quella parte di pubblico che non cerca lo stupore ma conferme nostalgiche. Se in Star Wars: Gli ultimi Jedi ha ricevuto qualche critica per questi aspetti anti-tradizionali, in Cena con delitto riesce magistralmente a dosare ed amalgamare i dettami classici con gli aspetti sia tecnici che sociali odierni senza lasciare che si sovrastino l’un l’altro. Come in una fotografia di LaChapelle, senza gli aspetti kitsch-pop, quello che già conosciamo viene rinvigorito dalle ramificazioni narrative moderne che inspessiscono la trama senza però appesantirla.

Come nella migliore tradizione per questo genere di film c’è l’aspetto qualitativo del cast corale. Daniel Craig riassume gli aspetti logico deduttivi dei grandi del passato in un mix tra Poirot e Holmes a cui aggiunge una grinta che può ricordare il nostro Montalbano. Da Chris Evans a Micheal Shannon, da Jamie Lee Curtis alla giovane Katherine Langford, il resto della famiglia sostiene il film senza sbavature mantenendo costante la tensione narrativa ed emozionale. Ma su tutti spiccano la coppia Ana de Armas e Christopher Plummer. Lei, giovane protagonista che riesce a concentrare su sé stessa gli aspetti controversi di un ruolo ambiguo ma pieno di energia introspettiva. Lui, poche inquadrature sono sufficienti per mostrare tutto il carisma e fascino che un attore del suo calibro può esibire. Nonostante le poche scene sembra infatti costantemente presente in ogni inquadratura.  

In conclusione quest’ultima opera di Rian Johnson si può annoverare tra i film meglio riusciti del 2019. Manca un po’ di potenza espressionistica, da un punto di vista registico, lasciando alla sobrietà ed eleganza il carattere principale della pellicola. Il film diverte e rievoca in maniera non evidente (non alla Tarantino per intendersi) molte pellicole classiche ma anche alcune più moderne di fine anni ’90. L’umorismo è ben centellinato in modo da non risultare stucchevole anche se si rifà più a quello satirico di stile americano piuttosto che a quello di tipo sarcastico di scuola inglese. Un film che dà quello che doveva dare a cui manca forse solo un po’ di ambizione per diventare un nuovo cult del genere.

Alessandro Alberghina

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The Irishman – Recensione https://www.breakoff.it/the-irishman-recensione/ https://www.breakoff.it/the-irishman-recensione/#respond Wed, 04 Dec 2019 16:39:22 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14600

Frank Sheeran è un autista di camion irlandese che, sfruttando la sua indole di uomo affidabile ed ambizioso, riesce ad entrare nelle simpatie di Russell Bufalino, un boss della malavita serafico ma nel contempo molto temuto e rispettato. L’ascesa di Frank nei meandri dell’antipotere americano prosegue tramite la conoscenza di Jimmy Hoffa, capo del sindacato ...

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Frank Sheeran è un autista di camion irlandese che, sfruttando la sua indole di uomo affidabile ed ambizioso, riesce ad entrare nelle simpatie di Russell Bufalino, un boss della malavita serafico ma nel contempo molto temuto e rispettato. L’ascesa di Frank nei meandri dell’antipotere americano prosegue tramite la conoscenza di Jimmy Hoffa, capo del sindacato dei camionisti che, come Russel, lo prende a suo fianco in veste di guardaspalle e persona fidata. Una duplice amicizia che lo accompagnerà nel lungo percorso del dopoguerra americano attraverso i grandi momenti storici: dagli ultimi momenti di Kennedy, passando dalla Baia dei porci, fino alla lotta sindacale dove la malavita mafiosa, soprattutto di origine italiana (come meglio si percepisce nella versione originale non doppiata in cui gli attori citano brevi dialoghi in dialetto nostrano) ha tessuto strette correlazioni incidendo in maniera fondamentale nell’andamento socio politico statunitense.

Tratto dal libro di Charles Brandt, I Heard You Paint Houses, Scorsese decide di non raccontare semplicemente la storia biografica di un freddo sicario trapiantato dall’Irlanda a Philadelphia con la qualità di saper, meglio di altri, “dipingere le case” ma ne sfrutta la soggettiva per esporre quella parte di società tanto nascosta quanto simbiotica sia col potere che con la collettività civile. A differenza di altri suoi precedenti film non cerca di inserire una lente di ingrandimento sugli aspetti umani di persone tanto terribili quanto immorali né di comprenderle o buttargli sopra un velo di comprensione cristiana come un regista/Dio della sua statura potrebbe concedersi.

Scorsese semplicemente sceglie una narrazione imparziale degli eventi da cui le contraddizioni scaturiscono in maniera naturale nel dipanarsi del gomitolo espositivo ed evidenziate in particolar modo nelle dinamiche familiari. Non è un caso infatti che le sequenze delle numerose uccisioni siano riprese in campo largo, quasi in maniera statica, o addirittura non mostrate neppure lasciando l’onere ad immagini di repertorio prese da giornali dell’epoca. Non è il sangue a parlare, a mostrarti l’orrore culturale di un’epoca, perché ciò che si vede è già avvenuto, l’emotività ormai svanita nel passare delle stagioni e questo, il regista di origine palermitana, lo mette in chiaro sin dall’inizio quando mostra un anziano Sheeran all’interno di una casa di riposo nell’intento di spiegarti “come cazzo è iniziato tutto questo”.

Il film mostra circa 30 anni di storia americana senza mai fermarsi, sia dal punto di vista dei dialoghi che dei movimenti di macchina. Un ritmo sostenuto ma costante che, come un maratoneta, decide di dosare in ogni inquadratura la giusta energia artistica senza mai sovraesporsi in forzature tecniche o di trama.

The Irishman è un gangster movie intimista e malinconico che mette da parte la spettacolarizzazione insita nel DNA del genere per lasciare spazio a tre ore e mezza di puro cinema. Una malinconia rafforzata dalla bellezza recitativa di tre capisaldi della new Hollywood (quattro considerando anche Harvey Keitel) che a quasi 80 anni si ritrovano assieme travolgendo lo spettatore con la loro veemente personalità. De Niro che ritorna ai fasti dei suoi anni migliori, Al Pacino che riempie l’inquadratura lavorando in maniera enfatica e che viene perfettamente controbilanciato da uno straordinario Joe Pesci che invece opera per sottrazione.

In conclusione The Irishman si può considerare un compendio tecnico ed artistico di cinema contemporaneo. 209 minuti in cui non esiste un singolo frame che non sia stato pensato nei più piccoli dettagli. Ed è forse questo il suo più grande difetto. L’eccessiva attenzione ai dettagli ed una narrazione stratificata di significati che straripano all’interno di una trama dove molti fatti sono ancora oggi poco assimilati dalla cultura popolare. Un film quindi non costruito per il pubblico (a proposito della polemica coi film Marvel) ma proprio per questo da apprezzare di più. Scorsese non ci regala un prodotto ma piccole essenze dei suoi sogni come solo i più grandi del cinema ci hanno sempre dedicato.

 Alessandro Alberghina

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Terminator: Dark Fate – Recensione https://www.breakoff.it/terminator-dark-fate-recensione/ https://www.breakoff.it/terminator-dark-fate-recensione/#respond Wed, 13 Nov 2019 15:05:52 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14544

Sono passati quasi 30 anni da quando Sarah Connor sventò il giorno del giudizio salvando suo figlio John Connor, futuro capo della resistenza, dalle macchine che si ribelleranno agli umani in un possibile avvenire. Il tempo passa, nella saga cinematografica e nella realtà non impressa nella celluloide, e l’ignoto, che un tempo era lontanamente immaginabile, ...

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Sono passati quasi 30 anni da quando Sarah Connor sventò il giorno del giudizio salvando suo figlio John Connor, futuro capo della resistenza, dalle macchine che si ribelleranno agli umani in un possibile avvenire.

Il tempo passa, nella saga cinematografica e nella realtà non impressa nella celluloide, e l’ignoto, che un tempo era lontanamente immaginabile, si svela lentamente nel nostro quotidiano. Ovviamente non fronteggiamo ancora robot killer, che rimangono elemento allegorico della storia creata da Cameron nel 1984, ma la mera tecnologia. L’elemento terrorifico dei primi due film anni ‘80-‘90, ai quali la storia si ricollega non considerando i successivi tre episodi, non risiedeva tanto nella forza che un elemento meccanico con un un’intelligenza artificiale vuota di sentimenti potesse usare contro gli umani, quanto nella stessa incapacità che avrebbe avuto l’uomo nel gestire questa intelligenza da lui stesso creata e l’illusione che sarebbe riuscito a farlo, senza porsi quindi alcun limite etico.

Di fronte agli occhi abbiamo micro e macro esempi quotidiani di come tutto questo stia effettivamente accadendo nonostante la mancante (per fortuna) trascendenza in risvolti apocalittici. Assuefatti quindi alle capacità tecniche dell’attuale tecnologia e di come questa si stia sempre più “umanizzando” quello che rimane di questa saga è uno scontro action tra protagonisti che appartengono più coerentemente alla corrente dei cinecomic marvelliani o della DC che a quella thriller-fantascientifica dei primi Terminator.

La storia, ambientata ai giorni nostri, non si discosta particolarmente dai precedenti capitoli. Un terminator Rev-9, tecnologicamente avanzatissimo e praticamente imbattibile, arriva dal futuro per uccidere Dani Ramos, un’operaia messicana che avrà una forte influenza nel combattere le macchine. A proteggerla c’è Grace, una soldatessa proveniente dalla stessa epoca del Rev-9, geneticamente modificata, che assieme all’aiuto di Sarah Connor cercherà di salvarla componendo di fatto una trinità a genere femminile con lo scopo di cambiare il corso degli eventi e sovvertire la quasi inevitabile apocalisse a matrice meccanico-digitale.

Cameron torna alla produzione di una delle migliori saghe fantascientifiche di sempre aggiungendo risvolti contemporanei in campo politico, sociale e religioso quasi sentisse il bisogno di focalizzare l’attenzione dello spettatore su temi connessi alla condizione umana tralasciando quelli ormai ampiamente trattati dell’ambito distopico-temporale. Miller, dopo il successo con Deadpool, mantiene il film con un ottimo ritmo e scene d’azione con impeccabili coreografie ed una fotografia di guerra in uno stile grunge patinato ma, probabilmente condizionato dai toni del suo precedente lavoro, aggiunge un’inclinazione caustica alla storia che male si accompagna estetica steelpunkdell’originale.

In conclusione Terminator Dark Fate è un film che a causa del suo genere natale non riesce a collocarsi strutturalmente nell’epoca attuale. L’opera di Miller sa intrattenere, la storia di Cameron si arricchisce di una profondità che mancava ai seguiti “apocrifi” dei primi due storici episodi, ma parlano ad una società che non ha più timore di un certo tipo di futuro e dove la tecnologia non viene più iconizzata dai bracci meccanici antropomorfi presenti nelle catene di montaggio industriali (come viene evidenziato all’inizio del film) ma è invece concepita come un qualcosa di più incorporeo e che si mostra placidamente attraverso svariati tipi di interfacce digitali. Uno spettro più inconscio e meno materiale che mal si rapporta alla fisicità indistruttibile di cyborg futuristici.

Dopo i quattro tentativi di proseguire un franchising iniziato oltre 30 anni fa è forse giunto il momento che la produzione prenda atto che Terminator fu un film che funzionò perché si collocava in un contesto di esponenziale avanzamento tecnologico e che oggi questo concept può essere solo migliorato tecnicamente senza però ormai più riuscire a rendersi organico alla società per il quale verrebbe generato.

Alessandro Alberghina

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Ritorno al Futuro – Recensione https://www.breakoff.it/ritorno-al-futuro-recensione/ https://www.breakoff.it/ritorno-al-futuro-recensione/#respond Fri, 18 Oct 2019 11:33:41 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14404

Era il 18 Ottobre 1985 quando uscì il primo film della saga di Ritorno al Futuro, una delle icone cinematografiche più amate di sempre da critica e pubblico e che ha superato positivamente il giudizio di più generazioni. Come un riff dei Led Zeppelin o come il sapore della torta di mele della nonna, riesce ...

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Era il 18 Ottobre 1985 quando uscì il primo film della saga di Ritorno al Futuro, una delle icone cinematografiche più amate di sempre da critica e pubblico e che ha superato positivamente il giudizio di più generazioni. Come un riff dei Led Zeppelin o come il sapore della torta di mele della nonna, riesce a mantenere inalterata la propria capacità di sorprendere ed appagare il pubblico rimanendo anche tecnicamente molto giovane nonostante l’uso quasi primordiale degli effetti visivi. Rughe di celluloide che aumentano solo il fascino di un prodotto creato fuori da ogni schema commerciale-distributivo che libra nel tempo come solo la stessa DeLorean, protagonista del film, ha saputo fare.

Nonostante si basasse su un tema molto in voga negli sci-fi degli anni ’80, ovvero i viaggi temporali, lo si può considerare un film assolutamente anticonvenzionale. Non solo per l’unione dei toni da commedia brillante all’interno di un contesto fantascientifico, ma anche per l’utilizzo di argomenti molto forti come quelli dell’incesto, dell’omicidio del padre da parte di un despota di ispirazione “trumpiana”, del terrorismo libico, del bullismo. Senza contare che il tutto si basa sulla strana amicizia tra un teenager con aspirazioni da rockstar ed uno scienziato geniale e solitario influenzato dai racconti di Jules Verne. 

Pensata sin dall’inizio come una trilogia, la saga di Ritorno al Futuro attraversa lungo i tre episodi, tre periodi storici affascinanti ma nello stesso tempo simbolici. Gli anni ’50, considerati gli “happy days” di fonzarelliana memoria, dove il sogno americanoprosperava nella mentalità spensierata dei giovani americani ancora inconsapevoli di vivere alla vigilia della rovinosa guerra in Vietnam che successivamente lasciò ferite piuttosto profonde, a cui i giovani risposero con i moti del ’69 nel tentativo di ricostruire un futuro in cui però ogni leggerezza era ormai persa. Un futuro invece, quello del 2015, che mostrava la speranza e la fiducia nel raggiungimento del progresso tecnologico che stava nascendo negli albori degli anni in cui Marty combatteva con l’incapacità di suo padre di farsi rispettare dal suo capoufficio, con i problemi d’alcolismo e avvilimento di sua madre e l’incapacità di realizzarsi dei suoi due fratelli maggiori. Il riferimento al periodo western invece riportò in voga un genere che stava finendo nel dimenticatoio dopo l’esaltazione per il filone all’italiana dello “spaghetti” e che da sempre è il riferimento epico eroico della cultura statunitense.

Il concept del film nacque quando lo sceneggiatore Bob Gale, ritrovò in cantina l’annuario di suo padre scoprendo che era capoclasse. Si chiese quindi se avrebbe mai potuto essere un suo amico qualora fossero andati a scuola insieme. Questo input non fu solo la scintilla che detonò la storia di un ragazzo che torna casualmente indietro nel tempo rischiando di compromettere la propria esistenza sabotando l’innamoramento dei genitori, ma anche quella di un ragazzo che tenta di salvare sé stesso e la sua famiglia aiutando in primis suo padre in chiave anti-edipica e combattendo assieme a lui per sconfiggere quella insicurezza che 30 anni dopo lo avrebbe fatto soffrire generandogli rabbia e permalosità e che, nel secondo capitolo, lo porteranno a rischiare la vita e la carriera oltre che compromettere il benessere dei suoi figli in una catena distruttiva che non può essere più spezzata.

Ed è per questo motivo che Ritorno al Futuro è una saga che non smetteremmo mai di guardare. La possibilità di correggere gli errori del passato, guardare al futuro, cambiare un presente che non vorremmo vivere e che ci sentiamo impossibilitati a modificare. Il viaggio nel tempo non è solo un’avventura verso l’ignoto, è in qualche modo una possibilità di rinascere e vivere finalmente la vita che ci eravamo prestabiliti.

In conclusione la trilogia di Ritorno al Futuro si può ritenere una pellicola universale, che in una sola storia riesce a contenere tutti i rami fondamentali dell’umanità, dallo spazio al tempo, dalla vita alla morte, dall’amore alla scienza ma che ci ricorda che alla fine tutto è finzione e che gli unici artefici del proprio destino siamo noi stessi, perché non esiste altra verità che smentisca il fatto che “il nostro futuro non è ancora stato scritto”.

Alessandro Alberghina

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Joker – Recensione https://www.breakoff.it/joker-recensione/ https://www.breakoff.it/joker-recensione/#respond Wed, 09 Oct 2019 14:46:24 +0000 https://www.breakoff.it/?p=14383

Una musica dolce dal sapore antico sfuma mentre gli ultimi titoli di coda salgono lentamente. Si accendono le luci della sala e ti ritrovi disorientato dentro la tua condizione emotiva. Joker di Todd Philips, non è il classico cinecomic ma una sua trasposizione autorale dove personaggi immaginari bucano la copertina dei fumetti da cui sono ...

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Una musica dolce dal sapore antico sfuma mentre gli ultimi titoli di coda salgono lentamente. Si accendono le luci della sala e ti ritrovi disorientato dentro la tua condizione emotiva. Joker di Todd Philips, non è il classico cinecomic ma una sua trasposizione autorale dove personaggi immaginari bucano la copertina dei fumetti da cui sono derivati e si calano nel mondo reale affrontando la sofferenza intrisa nel nostro concreto quotidiano. Non ci sono più simboli e metafore allegoriche e le pallottole non sono effetti speciali ma trasmettono la percezione del piombo nel cuore di chi guarda.

Arthur Fleck è un individuo problematico che abita con la madre e lavora come clown di strada per tirare su qualche soldo per vivere, mentre sogna di diventare un cabarettista televisivo nella trasmissione del suo idolo Murray, una specie di Jay Leno dalla verve comica acida. Murray è interpretato da un Robert De Niro impeccabile e che passa dall’altra parte dello specchio dopo la sua prova in Taxi Driver nel quale era lui, in quel caso, a voler essere il nessuno che sogna di diventare qualcuno, l’uomo dimenticato e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo. Ed è un po’ questo l’obbiettivo di Arthur. Trovare il suo posto nel mondo, in un mondo dove viene deriso, picchiato, umiliato, colpevolizzato e messo ai margini di una società arrogante e classista, incarnata, appunto, dal feticcio di Scorsese.

Si nasce tutti pazzi ed alcuni lo restano” diceva Samuel Beckett, come a dimostrare che la follia altro non è che un’essenza istintuale del nostro essere. Arthur, infatti, ha la purezza di un bambino in un corpo adulto. Manca di consapevolezza non di intelligenza. Le frasi che raccoglie nel suo diario descrivono una personalità labile ma sono anche più vere e genuine di tanti pensieri corrotti da una società che disillude ed in cui vige la logica del branco.

Philips poggia ogni singola inquadratura sulle spalle di Arthur immergendoci nel suo mondo. Al di fuori invece vive una Gotham da tratti newyorkesi, degradata e fetida, dall’urbanistica alle istituzioni che la governano, ma non sappiamo se è la realtà o la percezione di Arthur che la vede così. Le musiche della colonna sonora sono quelle che risiedono nella sua testa e che ricordano vecchie canzoni televisive di quando era bambino. Un mondo fatto di colori spenti che diventano vividi quando inizia l’ascensione di violenza. Anche la figura di Thomas Wayne, solitamente rappresentato come un filantropo buono con a cuore i deboli di Gotham, viene tratteggiato a simbolo del male capitalista ed anche colpevole di mali più inconsci.

La storia sulla genesi di questo Joker non viene semplicemente raccontata come la rivincita vendicativa dell’emarginato, quanto viene posto l’accento sulla precarietà di ciò che un uomo può o meno diventare. Non porta a identificarsi con il villain come succede nei normali revenge movie né quindi a giustificarlo. Ma, come cantava Faber quando scrisse Il Pescatore, ci pone al suo fianco e ci porta a comprendere il male di cui siamo un po’ tutti padri e un po’ complici.

Phoenix riesce magistralmente a regalarci un’interpretazione dove quei “due occhi grandi da bambino ed enormi di paura” non riescono a smettere di ridere mentre piangono in una somma di dolore, fisica e morale, che solo i più grandi della storia hanno potuto rendere. Una commistione straordinaria che unisce l’ingenuità dello Charlot di Chaplin alla ferocia del Corvo di Brandon Lee.

In conclusione questa pellicola su Joker è la proiezione tecnica del Joker stesso. Imprevedibile ambivalente ed indecifrabile. Una commedia del male dai risvolti drammatici dove quello che vediamo è poesia baudelairiana rinforzata da (poche) pillole di comicità alla Benny Hill. La fotografia, le musiche, trame e sottotrame, la critica politica, gli omaggi e le citazioni sono tutti elementi ben dosati a supporto di un lavoro meticoloso ed intimista che ti estorce con furiosa follia la parola CAPOLAVORO.

Alessandro Alberghina

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C’era una volta a… Hollywood – Recensione https://www.breakoff.it/cera-una-volta-a-hollywood-recensione/ https://www.breakoff.it/cera-una-volta-a-hollywood-recensione/#respond Thu, 26 Sep 2019 11:56:37 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14282

Avete presente quella piacevole sensazione che si prova al mattino dopo essersi svegliati alla fine di un bel sogno? Con la memoria torni a cercare le immagini, cerchi di mettere a fuoco i volti di chi era presente e le azioni che hanno compiuto in quei pochi minuti che nella tua mente sono diventati ore. ...

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Avete presente quella piacevole sensazione che si prova al mattino dopo essersi svegliati alla fine di un bel sogno? Con la memoria torni a cercare le immagini, cerchi di mettere a fuoco i volti di chi era presente e le azioni che hanno compiuto in quei pochi minuti che nella tua mente sono diventati ore. Difficilmente si riesce a definire in maniera dettagliata tutto quello che la psiche è riuscita a realizzare ma ti rimangono chiare le sensazioni, l’atmosfera nel quale l’ippocampo ti ha calato. C’era una volta a… Hollywood è un po’ questo. Non è il classico film con una trama. Non ci sono le unità aristoteliche né la struttura restaurativa in tre atti (introduzione dei personaggi; scontro e lotta; risoluzione della crisi) ma una carrellata di immagini che danzano al ritmo della colonna sonora con al loro interno i classici dialoghi sintomatici dello stile tarantiniano.

Il nono e, forse, penultimo film di Tarantino dialoga con lo spettatore tramite le emozioni e non con il racconto. Da questo punto di vista la sceneggiatura è molto sorrentiniana ma a differenza di ciò che fece il regista napoletano ne La Grande Bellezza con Roma, Tarantino non esalta Hollywood con quella oleografia patinata ai limiti dello sciovinismo estetico ma propone uno spaccato temporale nel tempo in cui il cuore del cinema statunitense batteva in maniera vigorosa. Nessuna ricostruzione storica dei fatti quindi ma una interpretazione semi-onirica che, anche se non strettamente veritiera, riesce a farti rivivere le sensazioni di un periodo fondamentale per la cinematografia.

Se in Pulp Fiction il regista di Knoxville utilizza una valigetta come motore virtuale e pretestuoso dell’intrigo narrativo, ovvero un MacGuffin, in C’era una volta a… Hollywood tutto quello che vediamo è un MacGuffin. I personaggi principali sono l’attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un vecchio mito in declino costretto ad accettare le parti di cattivo per produzioni televisive di scarso valore, e la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) che, oltre a prendersi cura di lui, lo sostiene anche psicologicamente quasi fosse il suo alter ego reale anche nella vita vera. Inoltre è presente Sharon Tate (Margot Robbie), compagna di Roman Polanski, rimasta alla storia, purtroppo, non tanto per le sue qualità attoriali ma per le tragiche vicende di Cielo Drive con protagonisti la Manson family.

“Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate” diceva Hitchcock. Tarantino per mostrare il dramma sceglie invece di enfatizzare queste parti dilatandole fino a renderle protagoniste della non-storia raccontata. Un narcisismo artistico che sfrutta la consapevolezza dei propri mezzi in un esercizio di stile di quasi tre ore che non è però solo puro edonismo filmico ma una sorta di catarsi creativa purificatoria. Non è importante, ad esempio, se Bruce Lee fosse davvero come descritto nella esilarante, e poco apprezzata dai discendenti, scena con Cliff. Tarantino ama Lee ma dimostra semplicemente come la libertà espressiva del cinema sia un’arma potentissima che può fare qualunque cosa.

In conclusione C’era una volta a… Hollywood si può considerare un altro tassello della eterogenea filmografia tarantiniana. Non mancano i classici riferimenti e citazioni, piedi in primo piano e dialoghi loquaci ma lo si può apprezzare soprattutto negli aspetti più sperimentali con i quali il regista gioca in una ormai elegante maturità. Un elogio al cinema che parte da un cast straordinario e finisce in una qualità degli aspetti tecnici eccezionali, se non per la loro perfezione, quanto per l’amore intriso nelle bobine dove scorrono analogiche pellicole che sprigionano pura essenza del fantastico.

Alessandro Alberghina

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IT Capitolo Due – Recensione https://www.breakoff.it/it-capitolo-due-recensione/ https://www.breakoff.it/it-capitolo-due-recensione/#comments Wed, 11 Sep 2019 14:59:07 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14240

Sono passati 27 anni dagli avvenimenti del primo capitolo ed i protagonisti che uscirono vincitori dallo scontro con IT vivono ormai in grandi città, immersi negli stimoli metropolitani delle loro vite lavorativamente realizzate, ma anche affettivamente insoddisfatte a cui manca qualcosa a livello familiare. Una doppia maledizione che, da una parte, li ha portati a ...

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Sono passati 27 anni dagli avvenimenti del primo capitolo ed i protagonisti che uscirono vincitori dallo scontro con IT vivono ormai in grandi città, immersi negli stimoli metropolitani delle loro vite lavorativamente realizzate, ma anche affettivamente insoddisfatte a cui manca qualcosa a livello familiare. Una doppia maledizione che, da una parte, li ha portati a dimenticare gli avvenimenti traumatici della loro adolescenza e dall’altra, a non sentire un forte legame con il presente o con il futuro (la mancanza dei figli) e che li riporterà quindi nuovamente a dover affrontare un passato irrisolto per tenere fede alla promessa che sarebbero tornati nel momento in cui, nella vecchia città di Derry, Pennywise fosse riapparso fagocitando nuove vittime.

In questo nuovo capitolo la versione adulta del Losers si alterna narrativamente a quella preadolescenziale, tramite flashback, ricalcando più fedelmente la versione cartacea di King ed enfatizzando il legame delle profonde paure umane adulte con quelle giovanili. Paure che solo apparentemente vengono dimenticate ma che di fatto si abbarbicano nei meandri dell’inconscio. L’unico a non subire questo offuscamento è Mike, rimasto a Derry per prepararsi al ritorno di IT, che richiamerà i vecchi amici ad onorare il loro patto.

Premettiamo che la trasposizione cinematografica di questo particolare libro di Stephen King è probabilmente una delle cose più complesse e difficili da realizzare e che la versione adulta della storia, sia nel libro che nella miniserie degli anni ’90, perde quella poetica spielberghiana tipica dei Goonies o Stand by me, la quale, anche senza una specifica caratterizzazione dei personaggi, riesce a trasmettere allo spettatore una forte sensazione empatica tramite i richiami nostalgici alla propria gioventù. In mancanza di questa poetica l’aspetto di approfondimento psicologico diventa necessario nella definizione dei personaggi, soprattutto se protagonisti di una storia che fondamentalmente altro non è che metafora della naturale paura insita nell’uomo e che scava nei meandri dell’inconscio attraverso allegorie e situazioni simboliche. Malgrado le quasi tre ore di film però la sensazione è che manchi qualcosa. Che l’operazione di sintesi del montaggio sia stata realizzata con l’accetta senza nessuna sfumatura descrittiva che rende di fatto povere le, nonostante tutto, ottime interpretazioni dei protagonisti.

Le scene orrorifiche si susseguono in maniera meccanica senza soluzione di continuità distruggendo continuamente la tensione emotiva dello spettatore che viene quindi sottoposto al più comodo espediente del jumpscare. I nuovi mostri a cui vengono sottoposti i vari Bill, Bev, Ben, etc sono molto più grotteschi del precedente capitolo quasi a dimostrare che le paure ancestrali in età matura perdono del loro aspetto grandioso risultando quasi ridicole al cospetto di quelle reali. Sono infatti i problemi quotidiani, nelle loro insicurezze, nei rapporti sociali, nei valori morali ad essere le vere paure da affrontare. E sono ben descritte all’inizio del film, dove, in una forma incoercibile di coazione a ripetere, i protagonisti affrontano nelle loro vite le stesse situazioni dolorose del passato senza rendersi conto di averle attivamente determinate.

In attesa dell’uscita del supercut da 6 ore che potrebbe curare i problemi di questa seconda parte della storia, va evidenziata la qualità visionaria del film che utilizza ottimi espedienti grafici di alcune transizioni (una su tutte quella del puzzle) e quella fotografica con atmosfere orrorifiche di ottima fattura all’interno di ambienti forse un po’ troppo oleografici.

In conclusione IT – Capitolo due è un film ben fatto ma che non ha il coraggio di diventare un’opera autoriale, quale invece è il libro, decidendo di orientarsi su un carattere più commerciale caratteristico degli horror contemporanei. In fin dei conti la paura in IT non è al servizio degli aspetti adrenalinici del pubblico quanto una volontà di affrontarla nel tentativo di esplorarla ed esorcizzarla. Non è una storia dell’orrore ma riguarda ambiti come l’emarginazione, l’intolleranza, l’apatia che sono i veri mostri della nostra società ancora oggi ad oltre 30 anni di distanza da quando fu scritto il libro.

Alessandro Alberghina

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Il Re Leone – Recensione https://www.breakoff.it/il-re-leone-recensione/ https://www.breakoff.it/il-re-leone-recensione/#respond Wed, 04 Sep 2019 11:58:04 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14224

Negli anni ‘50-‘60 nei paesi anglosassoni nacque il movimento della pop-art come critica alla società consumistica moderna che utilizzava soggetti ispirati alla realtà quotidiana riconvertendoli in chiave satirica o citazionistica. L’”upgrade” di questo movimento fu l’iperrealismo, una rappresentazione creativa assolutamente precisa della riproduzione del dato reale percepita dall’occhio dell’artista. Questo movimento ebbe però vita breve ...

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Negli anni ‘50-‘60 nei paesi anglosassoni nacque il movimento della pop-art come critica alla società consumistica moderna che utilizzava soggetti ispirati alla realtà quotidiana riconvertendoli in chiave satirica o citazionistica. L’”upgrade” di questo movimento fu l’iperrealismo, una rappresentazione creativa assolutamente precisa della riproduzione del dato reale percepita dall’occhio dell’artista. Questo movimento ebbe però vita breve per la sua intrinseca impossibilità di evolversi e contestualizzarsi al periodo storico in atto. Un’arte prettamente tecnica che racconta al pubblico la qualità dell’artista che l’ha creata ma non la società di cui fa parte o la critica di un qualcosa invisibile alla sensibilità popolare e, soprattutto, non concede allo spettatore l’opportunità di stimolare l’aspetto immaginifico e fantasioso della propria mente.

Il nuovo remake Disney de Il Re Leone mantiene all’incirca le stesse lacune della corrente artistica statunitense rimanendo fondamentalmente un potenziamento grafico del precedente film teso ad un realismo impuro e troppo condizionato. È erroneamente considerato da molti un live-action del precedente film del 1994, ma nella realtà non esiste alcuna scena girata dal vivo ad esclusione dell’inquadratura di apertura sottolineato dal famosissimo incipit musicale “Nants ingonyama”. La qualità grafica dei milioni di pixel che si moltiplicano ai milioni di frame è impressionante rendendo praticamente impossibile stabilirne l’artificiosità visiva che però va completamente a collidere con la logica da animazione che rende gli animali esseri parlanti, cantanti e con moralità pressoché umane.

Ed è su questa incongruenza creativa che si disfano le fondamenta logiche con cui è stato prodotto questo (nonostante tutto) successo commerciale. Gli animali dei cartoni animati non sono rappresentazioni caricaturali del regno eucariota ma piuttosto delle raffigurazioni antropomorfe delle suddette specie. Si ispirano e citano personaggi ed elementi a noi conosciuti in un contesto metaforico. La mancanza espressiva dei personaggi di Jon Favreau e la mancanza di spunti comico-caricaturali come quello, ad esempio, di far ballare la Hula con un gonnellino ad un suricato, depotenziano il valore espressivo della pellicola. Se la volontà era quella di rimanere all’interno di un purismo realista in stile National Geographic sarebbe stato corretto non dimenticare che le lotte tra belve carnivore finiscono spesso con rilevanti quantità di sangue e che tendenzialmente in nessuna specie vengono evirati dell’apparato genitale. Valutazioni censorie che nel 2019 sono ormai prive di qualunque fondamento educativo.

Quello che rimane è un remake “scena per scena” che non aggiunge assolutamente nulla al precedente capolavoro al di fuori di un paio di battute particolarmente esilaranti. Inalterate le canzoni, eccenzion fatta per qualche taglio obbligato dall’impossibile riproposizione in chiave realistica, che sono ben eseguite dai doppiatori italiani Mengoni e, soprattutto, Elisa che rimangono però carenti nel parlato. Assolutamente perfetti i Timon e Pumba di Leo e Fresi che ravvivano la seconda parte del film mostrando la perfetta sintonia tra i due amici. Rimane, invece, fermo nel suo cliché di voce bella e tenebrosa Luca Ward, che sceglie un tono troppo impostato ed a cui manca quella tenerezza paterna e poetica che invece aveva saputo dare il magistrale Vittorio Gassman nell’originale.    

In conclusione questo nuovo Re Leone si può considerare un film concettualmente insensato ed artisticamente fine a sé stesso ma nello stesso tempo è un prodotto commerciale di altissimo livello che riesce a mantenere la piacevolezza del precedente film intrattenendo quasi due ore senza alcuna sbavatura. Dopo venticinque anni però, sarebbe stato giusto aspettarsi l’inserimento di qualche nuovo messaggio all’interno di una storia basata sul tema della crescita personale, sull’abbandono dell’infanzia per affrontare la realtà del mondo, sul ciclo della vita, l’armonia tra gli esseri viventi e la lotta per il bene dei propri simili oltre i classici valori di amore e amicizia.

Alessandro Alberghina

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Spiderman Far From Home – Recensione https://www.breakoff.it/spiderman-far-from-home-recensione/ https://www.breakoff.it/spiderman-far-from-home-recensione/#respond Thu, 18 Jul 2019 13:01:21 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14196

Pochi mesi dopo gli eventi di Avengers Endgame Peter Parker torna alla normale routine scolastica dove il suo primo, e forse unico, pensiero è quello di riuscire a dichiararsi alla sua amata MJ (che sta per Michelle Jones, una rivisitazione in chiave nerd post-emo della più solare Mary Jane) durante la gita scolastica in tour ...

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Pochi mesi dopo gli eventi di Avengers Endgame Peter Parker torna alla normale routine scolastica dove il suo primo, e forse unico, pensiero è quello di riuscire a dichiararsi alla sua amata MJ (che sta per Michelle Jones, una rivisitazione in chiave nerd post-emo della più solare Mary Jane) durante la gita scolastica in tour per l’Europa.

Orfano del suo mentore e padre putativo Tony Stark, rigetta le pressioni di Nick Fury, che persuaso dallo stesso Stark, cerca di imprimergli per farlo diventare un supereroe che vada oltre l’essere il semplice amichevole Spider-Man di quartiere. La prima tappa a Venezia lo vedrà subito protagonista contro uno dei quattro Elementali, ovvero giganteschi esseri facenti parti dei quattro elementi fondamentali della cosmogonia. In difficoltà, verrà aiutato da una figura misteriosa venuta da un altro pianeta con cui creerà subito una grande affinità e che apre teoricamente la strada al multiverso nella saga di Spider-Man.

Spider-Man da sempre è uno dei personaggi dei fumetti che mostra, più di altri, l’ambiguità umana nel riuscire a dividersi tra l’essere eroe e l’essere una persona normale che deve affrontare la vita di tutti i giorni dei comuni mortali. Ma se negli Spider-Man di Raimi (e successivi reboot) questa ambiguità era mostrata tramite la paura verso i nemici da affrontare e nella paura di perdere gli affetti più cari, ma sempre rimanendo fedele ad un’etica eroica e responsabile (“da grandi poteri nascono grandi responsabilità”), in questo nuovo Spider-Man la paura è più centrata simbolicamente nei confronti del perdere il fanciullino interiore, nell’egoistica volontà di mantenere i propri piccoli sogni adolescenziali, nella paura di affrontare, non dei villain, ma l’età adulta con i suoi obblighi morali, la cui volontà sarebbe una scelta dettata dal raziocinio, da una maturità che non può facilmente scaturire da un sedicenne nonostante i superpoteri. Watts ci mostra un Peter Parker ingenuo ma anche con tutta la sua verità che lo rende in grado di sentire in modo autentico ciò che lo circonda. Un aspetto perciò molto reale che quasi si contrappone all’estetica fantasy-barocca delle tonnellate di effetti speciali e visivi che si protrarranno lungo tutto il film.

Dal punto di vista narrativo è diviso fondamentalmente a metà, una prima parte più incentrata sulla figura di Peter Parker ed una seconda sul suo alter ego, un inizio dai toni da teen-movie ed un finale più esplosivo e divertente che richiama la tipica esposizione action dell’universo dei fumetti, senza però ricorrere alla classica epica combattiva ed eroica dei precedenti film sugli Avengers. Nessun Omero né Virgilio contemporaneo quindi, ma una poetica calviniana dove la leggerezza non deve essere concepita come superficialità ma come volontà di identificarsi nello spirito giovane che ancora pervade l’adolescente eroe.

Dal punto di vista tecnico è ineccepibile. Le coreografie, il montaggio sonoro, gli effetti visivi sono di livello molto alto ed arrivano all’apice in una scena simil onirica di metà film che si potrebbe considerare tra le più belle del mondo Marvel. Tom Holland e la bellissima Zendaya sono assolutamente credibili nei loro acerbi imbarazzi, mentre Jake Gyllenhaal, nei panni dell’enigmatico Mysterio, si rivela sempre più un attore eterogeneo nelle sue molteplici sfaccettature.

In conclusione, Spider-Man: Far from home si rivela un ottimo film estivo e che chiude degnamente la terza fase del Marvel Cinematic Universe cominciata con Captain America: Civil War nel 2016. A tratti la volontà di produrre un film con velleità umoristiche ha portato al suo interno personaggi alquanto insopportabili, se non per la infima qualità delle battute quanto per la loro opinabile caratterizzazione. Due su tutti, i professori che accompagneranno la classe durante il tour europeo tra Venezia, Praga, Berlino e Londra.  La fase quattro viene introdotta tramite le due scene post titoli di coda che oltre ad essere sconvolgenti nell’ambito delle trame future, presentano anche personaggi assolutamente inaspettati.

Alessandro Alberghina

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Toy Story 4 – Recensione https://www.breakoff.it/toy-story-4-recensione/ https://www.breakoff.it/toy-story-4-recensione/#respond Wed, 03 Jul 2019 14:03:35 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14170

Sono passati venti anni dall’uscita del primo Toy Story con protagonisti i dicotomici amici Woody e Buzz Lightyear. Fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione per il cinema di animazione, non solo perché fu il primo film ad essere realizzato completamente in computer grafica, togliendo di fatto l’aspetto più artigianale e di fatto umano ...

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Sono passati venti anni dall’uscita del primo Toy Story con protagonisti i dicotomici amici Woody e Buzz Lightyear. Fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione per il cinema di animazione, non solo perché fu il primo film ad essere realizzato completamente in computer grafica, togliendo di fatto l’aspetto più artigianale e di fatto umano di questo tipo di pellicole senza attori in carne ed ossa, ma anche perché, proprio per ovviare a questo aspetto che rischiava di rendere questo tipo di film impersonali come le macchine che ne realizzavano i render, i produttori si sono concentrati in maniera più scrupolosa sulla caratterizzazione ed attualizzazione dei personaggi che fondamentalmente in precedenza si basavano semplicemente sugli archetipi delle fiabe da cui erano tratti o ispirati.

In venti anni non solo è migliorata la tecnica e gli aspetti grafici-fotografici che ormai la Pixar sviluppa con il massimo della maestria, ma vengono inseriti sempre più livelli di lettura della storia tale per cui il film possa essere godibile sia dal bambino quanto dall’adolescente o dall’adulto. Anzi da vari tipi di adulto. Ed è su questa tessitura narrativa, intrecciata tra sottotesti, allegorie e metafore, che poggia l’aspetto importante di questo quarto episodio della serie. La profondità psicologica dei personaggi giocattolo viene resa più complessa esattamente come la qualità della CGI che in certi momenti diventa quasi indistinguibile dalle immagini reali. 

Il film si apre mostrando l’addio di Bo Peep, venduta ad un uomo nonostante i tentativi di salvarla da parte di Woody quando ancora erano nella casa di Andy circa nove anni prima dei fatti del terzo episodio. Tornando nel presente Woody, Buzz, Jessie e i loro compagni vivono nella loro nuova casa come giocattoli di Bonnie. Woody, nonostante non sia amato quanto lo era nella precedente vita con Andy, si considera quasi come un padre nei confronti della piccola bambina che decide di proteggere premurosamente quasi fosse questo un compito dei giocattoli. Soprattutto nel suo primo giorno d’asilo dove contribuisce alla creazione di Forky, un “giocattolo” fatto con una forchetta ed altri rifiuti, che però crede di essere solo spazzatura. Da qui in poi la meccanica del racconto ripropone gli schemi dei precedenti film anche se limitando gli aspetti action a favore di atmosfere più malinconiche e tendenti, per certi aspetti, al thriller.

Molti personaggi dei precedenti film vengono messi in disparte a favore di una ventata femminista, sempre più ricorrente nelle produzioni Disney, soprattutto a partire dalle vicende di Weinstein ed il successivo movimento Me Too. Nei precedenti capitoli era principalmente Jessie, relegata per lo più in un ruolo di spalla comica, a fare le veci di quella metà del cielo, mentre nell’ultimo capitolo, oltre alla coraggiosa e determinata pastorella Bo Peep, tanto delicata (essendo di ceramica) quanto eroina in stile Furiosa di Mad Max, c’è anche Gabby Gabby, la bambola villain che a causa di un difetto di fabbricazione non ha mai trovato una bambina che la volesse.

Ed è questo uno dei temi principali di questo capitolo. La perdita, il rifiuto, ma non solo nell’ambito passivo dei termini ma anche in una proposizione attiva. L’abbandono come rinascita per una nuova vita, la rinuncia alla comfort zone in favore di nuove realtà, che fanno paura magari, ma da cui si è costretti a passare soprattutto da bambini.

In conclusione, Toy Story 4 è un episodio complementare ai precedenti, meno dinamico ma più profondo e che sovverte l’aspetto concettuale dei sequel che tendono ad essere semplicemente più spettacolari, per venire incontro ai gusti del pubblico, ma svuotando spesso i principi basilari delle saghe di cui fanno parte. Un film emozionante, commovente, educativo e realizzato con una grandissima qualità e che lascia le porte aperte a nuove esplorazioni delle dinamiche umane di bambini e adulti che nonostante tutto, in modo differente, sono sempre le medesime.

Alessandro Alberghina

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Aladdin – Recensione https://www.breakoff.it/aladdin-recensione/ https://www.breakoff.it/aladdin-recensione/#respond Wed, 29 May 2019 12:17:37 +0000 http://www.breakoff.it/?p=14062

In attesa dell’uscita de Il Re Leone e dopo lo struggente Dumbo di Tim Burton, è al cinema Aladdin, il nuovo live action Disney a firma di Guy Ritchie, remake del film d’animazione del 1992. Problema di ogni remake in live action è la difficoltà del regista di scegliere che cosa fare artisticamente di un ...

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In attesa dell’uscita de Il Re Leone e dopo lo struggente Dumbo di Tim Burton, è al cinema Aladdin, il nuovo live action Disney a firma di Guy Ritchie, remake del film d’animazione del 1992.

Problema di ogni remake in live action è la difficoltà del regista di scegliere che cosa fare artisticamente di un prodotto già conosciuto e apprezzato dal grande pubblico e che decide di andare al cinema per riassaporare qualcosa che già conosce. Un po’ come un cuoco che deve scegliere se proporre un’antica pietanza perfettamente conforme alla tradizione o se rivisitarla in chiave contemporanea. E nel secondo caso quale è il giusto dosaggio di rivisitazione? Per quanto commercialmente convenienti questi tipi di film, alla fine, per forza di cose porteranno a scontentare buona parte dei fan. 

Guy Ritchie si limita a non estremizzare alcuna di queste scelte portando freschezza sia nello stile che nella sceneggiatura collocandole su una base che riprende in maniera quasi totalmente fedele l’originale. Manca però la sua cifra stilistica ad eccezione di alcune scene iper-dinamiche o con rallenty estremizzati ed i riferimenti glam-pop su cui gioca soprattutto grazie al Genio interpretato da Will Smith.

Ed è proprio Will Smith la più grande sorpresa in positivo. Criticato aspramente all’uscita del trailer si riscopre invece come uno dei personaggi più “intonati” della pellicola. Personaggio difficile da interpretare in quanto il precedente Genio non era semplicemente doppiato (nell’originale) dal vulcanico Robin Williams ma era basato esattamente sulle sue caratteristiche e sulla sua mimica. Eliminate quindi le sovrastrutture comiche di Williams, Smith espone la sua personalità attingendo dal suo repertorio giovane di quando recitava lo scanzonato e naif principe di Bel Air.

Un’interpretazione ottima ma che non va ad oscurare quella dei veri protagonisti della novella orientale tratta da Le mille e una notte. Aladdin e Jasmine, interpretati da Mena Massoud e Naomi Scott, vanno a comporre una delle coppie più famose ed amate della cinematografia Disney riuscendo ad emozionare non tanto come amanti quanto nelle loro individualità. Se Aladdin, uno scaltro e povero ladro di Agrabah, ti cattura con la sua insicurezza e generosità, qualità di chi non avendo nulla possiede in realtà tutto, Jasmine si fa apprezzare nella sua potenza femminista, forse un po’ retorica ma indubbiamente più contemporanea e sicuramente “educativa”, soprattutto durante l’esibizione da brividi della nuova Speechless.

A completare il poker dei personaggi principali c’è Jafar, che sicuramente è il personaggio che più si distacca visivamente dal cartone animato ed anche nella caratterizzazione. Difatti in questa versione del 2019 Jafar non è solo il classico villan assetato di potere e gloria con l’obbiettivo di conquistare il regno ma è di fatto alter ego malvagio di Aladdin con cui può condividere la genesi del proprio essere ma con opposti obbiettivi.

In conclusione si può considerare questo Aladdin una trasposizione in live action ben riuscita che riesce a amalgamare la leggerezza ed i colori tipici bollywoodiani con la musicalità ed il sentimentalismo di Broadway facendo divertire con un montaggio dinamico e coreografie, sia delle danze che delle scene action, realizzate in maniera spettacolare ma realistica senza fare un eccessivo ricorso ai trucchi della CGI. Peccato solo per l’adattamento del doppiaggio italiano nelle canzoni, sia quelle riarrangiate che aggiunte, dove nonostante la modifica di alcune parole per potersi coordinare col labiale degli attori rimangono per lo più fuori sincrono. Piccola chicca a riguardo: la voce di Proietti, già doppiatore del Genio nella versione animata, in questo turno si presta per quella del Sultano padre di Jasmine.

Le volontà rassicuranti della storia, coincidenti con la logica nostalgica del remake, non arenano il messaggio ottimista e rivoluzionario verso un futuro in cui, anche senza magia, è possibile coronare i sogni che culliamo a prescindere da dove si nasca, dal contesto culturale e dalle segrete, spesso mentali, in cui ci imprigioniamo.

Alessandro Alberghina

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Stanlio e Ollio – Recensione https://www.breakoff.it/stanlio-e-ollio-recensione/ https://www.breakoff.it/stanlio-e-ollio-recensione/#respond Wed, 08 May 2019 14:48:50 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13995

Los Angeles, 1937, attraverso un lunghissimo piano sequenza della scena di apertura veniamo immediatamente immersi dentro la magia di Hollywood all’interno degli studios dove hanno lavorato uno dei duo comici più importanti ed iconici dello scorso secolo, Stan Laurel e Oliver Hardy. Il film si apre nel periodo in cui erano all’apice della loro carriera ...

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Los Angeles, 1937, attraverso un lunghissimo piano sequenza della scena di apertura veniamo immediatamente immersi dentro la magia di Hollywood all’interno degli studios dove hanno lavorato uno dei duo comici più importanti ed iconici dello scorso secolo, Stan Laurel e Oliver Hardy.

Il film si apre nel periodo in cui erano all’apice della loro carriera durante la produzione del film “I fanciulli del West”. Problematiche di tipo contrattuale con la produzione, soprattutto da parte di Laurel, portano però ad una irrimediabile rottura con la stessa casa e di conseguenza uno strappo nel sodalizio artistico della coppia. Hardy, infatti, “tradisce” il proprio compagno continuando assieme ad un altro partner e rinnovando il contratto alle condizioni della 20th Century Fox.

Già dai primi minuti Baird riesce a ben spiegare come la complementarietà dei personaggi di Stanlio e Ollio si riproponesse anche nella vita reale ma con opposto carattere. Se nei film Stan Laurel era un ometto mingherlino e tontolone nella realtà era la mente autrice comica degli sketch e soprattutto dotato di grande personalità, mentre Oliver Hardy era il braccio, accondiscendente e pigro nonostante interpretasse la parte del burbero sagace.

Dopo il breve prologo introduttivo del loro successo, attraverso un salto temporale di sedici anni, veniamo trasportati nel periodo crepuscolare delle loro carriere costrette a riunirsi nei piccoli teatri europei, dove avevano ancora un po’ di successo, in attesa di essere ingaggiati e prodotti in un Robin Hood cinematografico sceneggiato dallo stesso Laurel. Invecchiati, malandati e con un rapporto reciproco sempre in bilico sul filo dei ricordi, la tournee continua verso un climax malinconico adornato della comicità surreale dei re indiscussi dello slapstick.

Stanlio e Ollio non è un semplice biopic di una famosa coppia comica degli anni ’30 dello scorso secolo ma racconta il dietro le quinte, privato e professionale, di una coppia di amici e colleghi e del continuo sovrapporsi di questi ambiti. Le difficoltà emotive e sentimentali nel riuscire a dosare e fondere situazioni reali e di finzione tra loro, le loro famiglie ed il pubblico. Mostra la genesi delle loro gag e di come siano riuscite ad entrare nel cuore di un America che stava facendo i conti con le conseguenze della crisi economica del ’29. Una risata infantile quanto genuina che rispondeva alle esigenze di una popolazione che aveva perso sicurezza e mostrava il bisogno di una serenità purificatoria.

Tratta dal libro “Laurel & Hardy – The British Tours”, la storia approfondisce anche gli aspetti introspettivi dell’attore comico che, diversamente da altri tipi di artisti dell’ambito teatrale e cinematografico, è spesso costretto a portare una maschera anche fuori dai set o dai palchi sentendosi costretto ad apparire un gioioso clown anche in pubblico, sopprimendo le proprie reali emozioni e nascondendo sentimenti e difficoltà. Un aspetto quasi eroico se si pensa al contesto storico in cui spesso si trovano ed all’empatia che in qualche modo sono costretti a provare.

In conclusione, Stanlio e Ollio è un film sobrio ma potente, realizzato con una tecnica minimale ed elegante.  Le prove di Steve Coogan (Laurel) e John C. Reilly (Hardy) sono eccezionali. Capaci di una perfetta riproposizione tecnica delle storiche gag senza apparire caricature scimmiottanti e riuscendo ad apporgli una personalità credibile seppur quasi sconosciuta ai più.

Un film leggero ma emotivamente pesante, come erano apparentemente anche loro. Dietro il loro umorismo fanciullesco si nascondevano storie umane di elevata complessità, di profonde ambizioni e volontà creative. Un dietro le quinte dello spettacolo e dell’animo umano di due uomini che, a modo loro, hanno protetto una società che aveva bisogno di lieve umanità.

Alessandro Alberghina

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Shazam! – Recensione https://www.breakoff.it/shazam-recensione/ https://www.breakoff.it/shazam-recensione/#respond Wed, 17 Apr 2019 12:50:41 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13924

Shazam!, nuovo film dell’universo DC Comics, si distacca stilisticamente e cinematograficamente dalle precedenti pellicole della casa editrice andando a collocarsi in una sorta di limbo tra quello che è sempre stata storicamente questa casa e la sua concorrente Marvel. Vengono infatti acquietati i toni dark e decadentisti a favore di uno stile più patinato e ...

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Shazam!, nuovo film dell’universo DC Comics, si distacca stilisticamente e cinematograficamente dalle precedenti pellicole della casa editrice andando a collocarsi in una sorta di limbo tra quello che è sempre stata storicamente questa casa e la sua concorrente Marvel.

Vengono infatti acquietati i toni dark e decadentisti a favore di uno stile più patinato e glam. Nonostante gli altalenanti risultati di pubblico dei film dell’universo DC, sembra abbastanza chiara negli ultimi tempi la volontà di seguire il filone stilistico della casa antagonista dalla quale è stata superata soprattutto sul piano dei film extended universe (ovvero quello con più personaggi uniti in un unico film). Shazam!, invece, essendo un film stand alone (ovvero con un unico carattere principale) funziona molto meglio. Questo probabilmente perché dà sempre i personaggi DC hanno una caratterizzazione dei protagonisti più profonda e complessa rispetto alla Marvel Comics (che punta invece maggiormente sulla spettacolarità e l’appeal dei personaggi), riuscendo a dettare allo spettatore un’empatia ed una capacità “immedesimativa” superiore. Qualità che vengono meno approfondite nelle trame dei multiuniverse. L’aspetto psicologico è, quindi, fondamentale all’interno di questo universo ed è quindi un peccato che il regista David Sandberg abbia deciso di puntare su una versione più estetica e commerciale mortificando di fatto questi valori.

Shazam è difatti l’alter ego di Billy Batson, un ragazzino orfano alla ricerca continua della propria madre, che viene scelto dal mago Shazam per la purezza del proprio cuore, come Campione del bene per sconfiggere il dottor Sivana e i Sette Peccati Capitali, ed a cui dona i propri poteri che gli permettono di trasformarsi in un supereroe adulto con variegate capacità ispirate agli eroi della mitologia greca.

Shazam si potrebbe definire un personaggio ibrido tra Batman e Superman a cui si aggiunge la logica della magia e quindi del sovrannaturale. Un’eroe adolescente all’interno di un corpo adulto e che ricorda vagamente il Renato Pozzetto di Da Grande per quanto riguarda gli aspetti comico grotteschi della storia, distanziandosi anni luce dall’umorismo dissacrante e volgare in stile Deadpoll. Inoltre, tra la presenza di altri bambini orfani, i luoghi studenteschi ed il periodo natalizio in cui è inserita la storia, l’atmosfera risulta tendenzialmente disneyana e buonista.

La storia è divertente e scorre piacevolmente lungo le oltre due ore di pellicola ma qualunque tematica inserita viene sempre toccata troppo marginalmente, lasciando quella sensazione di vuoto narrativo e di mancanza di introspezione dei personaggi che impoverisce la qualità della trama che viene sostenuta dalle buone coreografie dei combattimenti e dal dinamismo della sceneggiatura.

Il villain, interpretato da un ottimo Mark Strong, è l’unico a distaccarsi dall’atmosfera goliardica del film risultando però un elemento cacofonico all’interno dell’armonia leggera della storia. La sua genesi è la medesima del protagonista buono e sarebbe stato interessante approfondire come uguali eventi ed analoghi traumi infantili possano portare a strade diverse. Zachary Levi, invece, riesce a calarsi perfettamente nella parte dell’adulto con l’anima d’adolescente ma rimangono deboli alcune battute troppo indirizzate ad un pubblico tra i dieci ed i sedici anni.

In conclusione, Shazam! è un piacevole film di intrattenimento coi toni della classica commedia natalizia ma non riesce a dare una forte identità ad un eroe che avrebbe potuto essere portato sul grande schermo con maggiore qualità autoriale, come fece ai tempi Nolan, piuttosto che commerciale, ambito in cui la DC non riesce evidentemente ad imporsi. Nell’attesa dell’uscita del nuovo Joker con Joaquin Phoenix, che pare cercare strade alternative, si rimane per il momento con questa serie di supereroi DC che fanno del vorrei ma non posso la loro predominante caratteristica.

Alessandro Alberghina

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Ricordi? – Recensione del nuovo film di Valerio Mieli https://www.breakoff.it/ricordi-recensione-del-nuovo-film-di-valerio-mieli/ https://www.breakoff.it/ricordi-recensione-del-nuovo-film-di-valerio-mieli/#respond Wed, 27 Mar 2019 16:27:03 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13864

Ricordi?, è il secondo film di Valerio Mieli che esce a quasi dieci anni di distanza dal precedente Dieci inverni e che si può quasi considerare un trattato di fisica in ambito filosofico. Come nel precedente film il tempo resta grande protagonista della storia. L’assunto di base rimane comunque abbastanza semplice ovvero che non esiste ...

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Ricordi?, è il secondo film di Valerio Mieli che esce a quasi dieci anni di distanza dal precedente Dieci inverni e che si può quasi considerare un trattato di fisica in ambito filosofico.

Come nel precedente film il tempo resta grande protagonista della storia. L’assunto di base rimane comunque abbastanza semplice ovvero che non esiste un’unica realtà per l’uomo. Esiste una realtà percepita, falsata dai sentimenti provati in quell’istante o nell’istante in cui la si ricorda. La stessa realtà può variare durante il tempo ed il passare delle stagioni, anche a causa di nuovi accadimenti che possono corrompere il ricordo di un momento. Lo stato d’animo, infatti, filtra e modifica la percezione degli eventi e fa sì che quello che per una persona percepisce come bello possa divenire inconciliabilmente diverso per un’altra.

I due protagonisti sono una coppia giovane dove lui (Luca Marinelli) è un ragazzo triste e tormentato, ancorato ad un passato malinconico e che non riesce ad esprimere emozioni positive e leggere. Lei (Linda Caridi) fa invece dell’allegria la sua essenza vitale. Concentrata sul presente non aspetta l’aiuto della nostalgia per rendere belli i momenti vissuti ma riceve il piacere nel “qui ed ora” in piena consapevolezza. Legami emozionali archetepici come, passato – pesantezza – tristezza vs presente – leggerezza – contentezza avvolgono le linee narrative di questo film che si rappresenta in maniera complessa e caotica, esattamente come sono i pensieri ed i ricordi dei due innamorati e come quelli di qualunque altra coppia. Caratteri che si confronteranno e muteranno simbioticamente la personalità dei due protagonisti.

La trama non si poggia sui classici atti cinematografici o teatrali ma è come un gomitolo che si dipana lentamente sciogliendo il filo della narrazione in un finale che tende a dare delle “non risposte” in quanto il tutto si basa sulla soggettività.

Si può considerare Ricordi? un film sperimentale che tende a rappresentare più un concetto che una storia. Tra i ricordi, alle volte surreali, ed i continui flashback e flashforward che si alternano lungo la linea temporale del film, la storia d’amore gioca un ruolo fondamentale ma senza mai decollare a causa di questa alternanza di scene e di visioni.

Nonostante la diversità della trama e dei generi cinematografici Mieli si rifà moltissimo ad Eternal Sunshine of a Spotless Mind (non fatemelo scrivere col titolo italiano vi prego!) del regista visionario M. Gondry. Ne rimane però la poetica e l’aspetto lievemente angosciante determinato dagli aspetti simil-kafkiani degli argomenti trattati.

Marinelli si conferma uno dei giovani attori più camaleontici ed affascinanti del panorama italiano mentre Linda Caridi si scopre come una interessante promessa che ha dovuto affrontare un ruolo affatto semplice. Ogni ricordo, difatti, viene recitato due volte interpretando di volta in volta i due diversi stati d’animo. Il tutto in una recitazione non impostata che dà quasi l’idea di stare spiando persone reali senza andare però verso una caratterizzazione semi-amatoriale di tipo neorealista.

 

In conclusione, questo nuovo film italiano si può considerare un viaggio onirico e poetico all’interno dei meandri della mente atto ad indagare e scoprire che tutto ciò che custodiamo non è per forza qualcosa di immutevole e dogmatico. Ed è interessante notare come nonostante vengano rappresentate entrambe le visioni dei diversi caratteri dei personaggi il film si possa esprimere come tendenzialmente malinconico. La vitalità e la spensieratezza vengono spesso risucchiate nel vortice tormentato e depressivo degli stati emotivi tristi forse anche perché, come spiegato durante il primo incontro dei due ragazzi, la mancanza di ricordi negativi ti mostra come, apparentemente, una persona superficiale lasciandoti quasi un senso di colpa immotivato. Ma come diceva una vecchia canzone dei Bluvertigo, la gioia non è leggerezza (superficialità) ma semplicemente il desiderio di inventare (creare) qualcosa.

Alessandro Alberghina

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La paranza dei bambini – Recensione https://www.breakoff.it/la-paranza-dei-bambini-recensione/ https://www.breakoff.it/la-paranza-dei-bambini-recensione/#respond Wed, 13 Mar 2019 14:53:33 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13801

Ad undici anni di distanza dal Gomorra di Matteo Garrone, che sconvolse il pubblico e mise sotto i riflettori la complessità del sistema camorristico campano, esce La paranza dei bambini quale adattamento cinematografico del best sellers di Roberto Saviano. Dal brutalismo architettonico delle degradate vele di Scampia si passa ai quartieri popolari cinquecenteschi del centro ...

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Ad undici anni di distanza dal Gomorra di Matteo Garrone, che sconvolse il pubblico e mise sotto i riflettori la complessità del sistema camorristico campano, esce La paranza dei bambini quale adattamento cinematografico del best sellers di Roberto Saviano.

Dal brutalismo architettonico delle degradate vele di Scampia si passa ai quartieri popolari cinquecenteschi del centro di Napoli, in particolare all’interno dei Quartieri Spagnoli e del rione Sanità dove vivono un gruppo di ragazzi adolescenti alla ricerca della propria strada. Ma è proprio la strada ciò che viene loro proposto da una società che li divora e rigurgita senza soluzione di continuità. Una strada costellata di armi e droga, di decadimento etico e surrogati di felicità. Se Gomorra era un’indagine sui meccanismi di potere e sulle ramificazioni, anche extraterritoriali, della mafia napoletana, ne La paranza dei bambini il focus si proietta sulla psicologia emotiva dei ragazzi raccolti nella “paranza” dei clan camorristici.

Giovannesi gioca all’interno di un limbo emozionale in cui il bene ed il male si partoriscono vicendevolmente. La genuinità giovanile di Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ e Briatò si accompagna alla ferocia del contesto a cui appartengono. Mostra come i ragazzi della loro generazione oltre ad essere attratti dagli status di benessere che li può innalzare moralmente rispetto ai propri simili, sono anche richiamati dalla volontà di migliorare il loro quartiere, le vite delle loro famiglie e dei loro amici. Il protagonista del film, Nicola, infatti cercherà volontariamente di entrare a far parte della malavita locale in modo da far evitare il pizzo alla propria madre e alle altre persone del quartiere rendendogli migliore la vita anche se attraverso la violenza.

L’ingenuità bambinesca, attratta da vestiti, scarpe, motorini e privè delle discoteche, si unisce ad una innata maturità sociale che li muta nell’alternativa politica locale allo Stato. Una volontà che li porta ad essere i gestori del proprio territorio che, per quanto limitato, è il loro mondo. Nel film infatti non esiste un “fuori” ma solo ciò che è all’interno della loro dimensione. La prospettiva progettuale di un qualunque adolescente è limitata temporalmente, ma nel loro caso anche dimensionalmente. Non c’è una cultura alternativa da coltivare in quanto questi ragazzi vengono completamente investiti dalla fascinazione per defunti boss e soprattutto dalle armi che accarezzano quasi eroticamente, come un qualcosa da curare e dare affetto.

Le riprese in soggettiva scelte da Giovannesi sono perfette per immedesimarsi in questa visione ovattata del mondo nel quale Saviano ci ha immersi tramite i suoi racconti. Non c’è un giudizio nei confronti di questi ragazzi. Non c’è nemmeno la volontà di comprenderli in quanto le loro scelte sono, per certi versi, libere. Semplicemente quei ragazzi potrebbero essere chiunque di noi. La loro realtà è una sorta di universo parallelo dove le cose funzionano in un determinato modo. Il carcere o la morte fanno parte del loro percorso come per gli altri ragazzi lo sono l’università e la pensione.

In conclusione, questa seconda pellicola tratta dai romanzi di Saviano, è una sinfonia dolce amara, parafrasando Richard Ashcroft, in cui la cinematografia di genere si rinnova attraverso un cast di bravissimi principianti al loro primo film. Una storia in cui vengono condensati molteplici aspetti dello scibile umano e dove il gioco dei contrasti tra amore e violenza, innocenza e spietatezza si armonizza all’interno di un’atmosfera sobria senza gli elementi pulp tipici dei Gomorra cinematografici e televisivi.

Alessandro Alberghina

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Il Corriere, The Mule – Recensione https://www.breakoff.it/il-corriere-the-mule-recensione/ https://www.breakoff.it/il-corriere-the-mule-recensione/#respond Wed, 27 Feb 2019 13:26:55 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13743

Alla soglia dei 90 anni Clint Eastwood torna nelle vesti di attore in quello che sarà, probabilmente, il suo lascito in questo ambito, sempre che non decida di ripensarci come fece dopo Gran Torino. Un Clint po’ più rallentato e lievemente ingobbito ma a cui rimane il suo solito sarcastico ghigno e quell’aria di chi ...

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Alla soglia dei 90 anni Clint Eastwood torna nelle vesti di attore in quello che sarà, probabilmente, il suo lascito in questo ambito, sempre che non decida di ripensarci come fece dopo Gran Torino. Un Clint po’ più rallentato e lievemente ingobbito ma a cui rimane il suo solito sarcastico ghigno e quell’aria di chi ha alle sue spalle quasi un secolo di storia americana vissuta a muso duro senza mai abbassare lo sguardo.

Un’America che Eastwood ha deciso di descrivere in questo film secondo la soggettiva di Earl Stone, un floricultore che ha dato la vita intera per il suo lavoro lasciando però in secondo piano i doveri familiari. Un uomo buono che non ha saputo però gestire il tempo della sua vita. Ed il tempo infatti è un grande protagonista di questo film. Il tempo passato a coltivare fiori che dopo un solo giorno appassiranno, il tempo non dedicato ai propri cari, il tempo che rimane da vivere ma che per quanto misero può essere sufficiente a risollevare le sorti del proprio spirito.

Tratto da un fatto veramente compiuto, la storia inizia mostrando Earl impegnato a ricevere un premio per il proprio lavoro ad una convention cittadina che però lo distrae facendoli dimenticare il matrimonio della figlia Iris. Evento che scardinerà le basi del suo rapporto con la moglie e con la famiglia intera e che lo porterà quindici anni più tardi a ritrovarsi escluso dall’ambito parentale. Inoltre, la deindustrializzazione del Midwest comporterà una crisi economica tale da determinare la chiusura del vivaio e lo costringerà a vendere la propria casa. Rimasto solo col suo vecchio Ford F-100, un pick-up col quale ha attraversato quasi tutti gli Stati Uniti senza mai commettere un’infrazione, viene invitato da uno sconosciuto a diventare il corriere di un cartello di narcotrafficanti messicani. La sua indole rassicurante e socievole assieme al numero di primavere che si mostrano sulle rughe del suo volto lo rendono un insospettabile “mulo” difficile da rintracciare dal dipartimento antidroga.

Il film è un’apologia, talvolta retorica, della semplicità. Una semplicità che si mostra nell’atteggiamento di Earl, sia nell’accettare l’incarico senza troppe domande sia nel suo modo di porsi alla vita. In perenne conflitto con la modernità ed i valori sani che si vanno via via perdendo nei giovani. Una semplicità che sfocia, per sua natura, nella superficialità attirando quindi le inevitabili conseguenze ma che ci viene mostrata senza la presunzione tipica dell’ignorante, quanto della persona che senza troppi filtri dice quello che pensa e pensa quello che dice. Una genuinità dissacrante, di chi parla alle lesbiche come fossero uomini, ai messicani come mangia fagioli e ai negri senza la maschera del politicamente corretto.

Una semplicità che ricalca fedelmente l’animo del film anche nella sceneggiatura. Una sceneggiatura perfettamente lineare, come le strade da percorrere col sottofondo di vecchie canzoni country e che, a differenza di Gran Torino, non ricerca trame che spettacolarizzino l’essenza genuina tramite emotivi pugni allo stomaco.

In conclusione, Il corriere è un film che indaga gli aspetti del mondo di oggi nelle sue contraddizioni e dicotomici valori, a cui siamo, machiavellicamente, costretti a trovare un equilibrio per perseguire i propri obbiettivi. I sogni personali ed i doveri sociali giocano il doppio ruolo di zavorra e carota (nella metafora dell’asino) l’uno per l’altro. Riuscire a mediare è talvolta impossibile e di conseguenza il fallimento, soprattutto per l’ideale americano, è inevitabile.

Clint Eastwood è riuscito a riproporre una storia incredibile instillandoci il suo classico tono repubblicano ma dai valori etici liberali. Manca l’enfasi politica ed eroica dei suoi precedenti film da protagonista ma probabilmente ad una certa età si capisce che l’eroismo non è affrontare effimere avventure lunghe il tempo di un giaggiolo, quanto riuscire a scontrarsi con ciò che la vita ti pone davanti ogni giorno per tutti giorni della propria vita senza mai perdere la propria essenza.

Alessandro Alberghina

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Creed II – Recensione https://www.breakoff.it/creed-ii-recensione/ https://www.breakoff.it/creed-ii-recensione/#respond Wed, 06 Feb 2019 13:50:08 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13669

Ottavo capitolo della saga su Rocky Balboa e secondo riguardante lo spin off su Creed, questo nuovo film si proietta pesantemente su binari dagli ambiti drammatici piuttosto che sportivi. Un lieve cambio di rotta che però ha eluso il fortissimo rischio di produrre un fan service senza alcuno spessore e che si cullasse delle riproposizioni ...

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Ottavo capitolo della saga su Rocky Balboa e secondo riguardante lo spin off su Creed, questo nuovo film si proietta pesantemente su binari dagli ambiti drammatici piuttosto che sportivi. Un lieve cambio di rotta che però ha eluso il fortissimo rischio di produrre un fan service senza alcuno spessore e che si cullasse delle riproposizioni tematiche e narrative dei precedenti film.

Creed II infatti non lo si può annoverare come puro intrattenimento a tema sportivo. Non lo erano neanche i primi Rocky ma, a differenza di questi, lo spazio lasciato agli aspetti introspettivi personali dei protagonisti è molto più ampio. Questo ha portato il film ad una lunghezza forse eccessiva, con tratti centrali leggermente lenti e stucchevoli, ma ha anche dato una maggior profondità ai personaggi con i quali è possibile immedesimarsi maggiormente e non vivere la storia come semplici spettatori.

Questa seconda puntata di Creed si lega direttamente alle vicende di Rocky IV, nel quale avvenne lo scontro tra Rocky ed Ivan Drago, un pugile russo dalla forza sovrumana, che aveva ucciso in un precedente incontro l’amico Apollo. Probabilmente il film più iconico e tra i più amati della saga ma allo stesso tempo anche tra i più retorici e sciovinisti, influenzato dall’atmosfera da guerra fredda tra Stati Uniti e URSS e dai valori prettamente reaganiani dell’allora presidente repubblicano.

Adonis Creed viene sfidato da Viktor Drago, figlio di colui che uccise suo padre e che venne poi sconfitto da Rocky perdendo la rispettabilità di tutto il suo paese. Viktor infatti non è solo una montagna di muscoli ma è anche cresciuto nell’odio e nel rancore. Non è più il prodotto di un paese tecnologicamente all’avanguardia ma figlio della sete di vendetta di un padre che deve cercare di riprendersi tutto quello che aveva perso dopo l’incontro con Balboa.

Viktor è un villain fuori dagli schemi, simbolo di come il male non nasca dentro ciascuno di noi ma viene instillato dall’egoismo di una società miope e improntata al profitto economico e di potere. Non da meno è la situazione di Adonis, che appena conquistata la cintura di campione del Mondo dei pesi massimi, si sentirà costretto a dimostrare, ad una società che fagocita anche l’anima, di non essere soltanto il figlio di un celebrato campione o il pupillo di Rocky, ma anche un pugile, un campione, un uomo che la sua storia personale se l’è costruita quotidianamente coi propri sforzi ed il proprio orgoglio.

La sceneggiatura, che torna ad essere scritta da Stallone, scorre fluida ad eccezione di qualche rallentamento nella parte centrale. Stallone è ormai completamente immedesimato nel personaggio a cui evita le sue classiche frasi ad effetto (“Se io posso cambiare, e voi potete cambiare…”), dimostrando un’evidente maturità di scrittura e personale. La colonna sonora è perfettamente bilanciata tra la parte contemporanea in stile hip hop e quella originale della saga ma che nel combattimento finale e negli allenamenti avrebbe potuto essere più “carica”.

 

In conclusione, Creed II è una pellicola che riesce ad amalgamare nuovi ed antichi aspetti in una storia con una grande profondità emotiva. Il plot delle vicende è, più o meno, sempre lo stesso e d’altronde le variabili del gioco sono limitate ed in sette film praticamente tutte già espresse, ma il fatto è che quello che conta non è il risultato finale, vincere o perdere, ma come vinci e come perdi e soprattutto come ci arrivi. E non è un discorso prettamente di titoli e medaglie. Il film mostra infatti come tutti abbiano le proprie battaglie da affrontare, le proprie paure da sconfiggere, i propri demoni da neutralizzare.

Perché in fondo questo è lo sport. Quando guardi un incontro di box, una partita di calcio, od una gara di formula 1, quello che vedi non è solo uno spettacolo sportivo, ma una proiezione di te stesso in un viaggio onirico dove poterti immedesimare con quello che è semplicemente la catarsi di una sfida. E che altro non è che la metafora della vita stessa.

Alessandro Alberghina

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Adrian: cosa è andato storto? https://www.breakoff.it/adrian-cosa-e-andato-storto/ https://www.breakoff.it/adrian-cosa-e-andato-storto/#respond Mon, 28 Jan 2019 15:49:44 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13630

Il 21 gennaio 2019 esce in Italia “Adrian” la serie evento che, numerosi spot pubblicitari, sparati ad un livello di decibel utili a non far sentire il bisogno di un otorino a vostra nonna, hanno più volte diffuso nell’ultimo mese di programmazione televisiva. Una serie animata voluta, creata e realizzata dallo stesso Adriano Celentano ed ...

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Il 21 gennaio 2019 esce in Italia “Adrian” la serie evento che, numerosi spot pubblicitari, sparati ad un livello di decibel utili a non far sentire il bisogno di un otorino a vostra nonna, hanno più volte diffuso nell’ultimo mese di programmazione televisiva.

Una serie animata voluta, creata e realizzata dallo stesso Adriano Celentano ed a cui ci lavora da oltre dieci anni. Un ritardo di uscita dovuto a numerosi problemi di tipo tecnico, economico e commerciale.

Questa è la breve premessa per i pochi che non sanno di cosa si stia parlando essendo probabilmente riusciti a schivare sia gli spot pubblicitari televisivi che l’ondata di meme realizzatisi immediatamente dopo i primi due episodi, e che hanno letteralmente inondato i social. Nonostante il successo di ascolti, infatti, la serie ha ricevuto la sua ondata di ritorno composta quasi esclusivamente da critiche. Critiche per molti aspetti giustificate per il prodotto finale realizzato.

Ma perché, nei fatti, non lo si può superficialmente inserire in un ambito prettamente cringe/trash come molti hanno già fatto? Molti lo hanno addirittura paragonato alla web serie “The Lady” di Lory del Santo che altro non era che un coacervo di debuttanti allo sbaraglio con l’indole al cattivo gusto.

Adrian è stato invece realizzato dai migliori artisti del panorama italiano. Milo Manara per i disegni, Cerami ai testi, Piovani alle musiche, doppiatori di alto livello ed ovviamente Celentano alle canzoni. L’idea inoltre era bella ed innovativa. Far sposare un’estetica cyberpunk con quella fumettistico-erotica di Manara. Una poetica artigianale-ecologista con quella distopico-fantascientifica caratteristica dei manga tipo Akira. Una sceneggiatura surreal grottesca, tipico celentaniana, basata sui suoi non-sense e frasi assurde che si alterna ad una più strutturata ma cartoonesca.

Cosa non ha funzionato perciò? Il fatto è che per poter amalgamare questa sequela di dicotomie stilistiche ci sarebbe voluta una persona con un’esperienza ed una sensibilità artistica in questo campo non indifferente. Invece ha preso tutto in mano lo stesso Celentano che, da sempre, appena fuoriesce dai ranghi di musicista, dimostra come la sua produzione artistica diventa irrimediabilmente naif. Ma il fatto è che lui è sempre stato così. I suoi show televisivi sono fatti di battute dimenticate e pause lunghissime. I suoi film sono commedie grottesco-demenziali con elementi irrazionali che non hanno né capo né coda. Ma sono sempre piaciuti perché piaceva la sua personalità intrinseca, che era la cosa più importante che avevano. E non era poco. Anzi…

Buchi di sceneggiatura, montaggi disarmonici, concept di immagini inseriti casualmente (vedi alla voce casetta in stile Paint), cadute di stile anche particolarmente offensive (il grattacielo napoletano chiamato Mafia International o le donne quasi stuprate colpevolizzate d’aver bevuto), il frame rate incostante (scene 3D fluide alternate a quelle animate scattose) e quant’altro, fa tutto parte del metodo Celentano di far le cose un po’ così, come dicono al MIT di Cambridge, alla cazzo.

Il cantautore milanese pensava di aver realizzato un supereroe che fosse una sintesi tra Zorro, Batman e V per Vendetta ed invece è più un Deadpool, ovvero un amabile cazzaro che sovrasta le leggi fisiche e narrative e che mescola sesso e stile gore. Un problema perciò è anche la lontananza tra obbiettivi e risultati.

Inutile discernere dentro la storia nelle sue visioni romantico ecologiste, vecchie ed ampiamente superate da modelli realmente sostenibili, o pacifiste che hanno il sapore di un eterno deja vu. Sono le sue battaglie di una vita che nemmeno Gaber, negli anni ’60, con la sua “Risposta al ragazzo della via gluck”, riuscì a mostrargli quanto i valori ottocenteschi di cui si nutriva fossero superati.

La morale della favola è quindi questa: è apprezzabile che un ottantunenne abbia ancora la voglia di esplorare nuove strade artistiche, di essere ancora l’”anti” per eccellenza, di imporre la sua personalità ed il suo ego in un progetto difficile ed avventuroso. Ma per fare questo serve anche una cosa fondamentale. La cultura. La cultura non è solo un aspetto nozionistico. Non è solo un modo per avere una risposta ad una determinata domanda. La cultura serve ad avere una visione d’insieme delle cose. Serve a capire qual è il proprio livello, a superare logiche arcaiche e concezioni anacronistiche. La cultura è un segno distintivo del presente dove si amalgamano i continui input che si ricevono per modellarli secondo la propria sensibilità in un qualche tipo di prodotto, fisico od intellettuale.

In questo senso quindi Celentano, il re degli ignoranti, è rimasto ancora quel ragazzo che ha lasciato “quella casa in mezzo al verde ormai” e che probabilmente sta ancora cercando disorientato dall’odore di questo cemento.

Alessandro Alberghina

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Suspiria – Recensione https://www.breakoff.it/suspiria-recensione/ https://www.breakoff.it/suspiria-recensione/#respond Wed, 16 Jan 2019 15:20:21 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13561

Dopo il grande successo di “Chiamami col tuo nome”, Luca Guadagnino si cimenta nella ri-trasposizione cinematografica del Suspiria di Dario Argento del 1977, primo film della sua trilogia sulle Tre Madri. Definito dallo stesso regista più un omaggio che un remake, è difatti difficilmente connotabile nei classici ranghi cinematografici di remake/reboot/sequel. Non è considerabile come ...

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Dopo il grande successo di “Chiamami col tuo nome”, Luca Guadagnino si cimenta nella ri-trasposizione cinematografica del Suspiria di Dario Argento del 1977, primo film della sua trilogia sulle Tre Madri. Definito dallo stesso regista più un omaggio che un remake, è difatti difficilmente connotabile nei classici ranghi cinematografici di remake/reboot/sequel. Non è considerabile come remake perché non è un banale rifacimento. Sarebbe più corretto considerarlo, prendendo in prestito il termine dal lessico musicale, una cover. Ovvero una reinterpretazione personale di una vecchia traccia eseguita secondo la propria sensibilità artistica. Poche, infatti, sono le citazioni al precedente film, nessun effetto nostalgico e soprattutto c’è una chiara volontà di aggiungere contenuti che possano dare nuovi spunti al tema delle Tre Madri senza deturpare o denigrare i valori e la memoria dell’originale.

 

La fiaba gotica di Argento, con i suoi colori vivi simil cartooneschi e l’incalzante colonna sonora dei Goblin, si tramuta in un claustrofobico documento storico dall’atmosfera ovattata e depressa. Le paure ancestrali ed istintive del primo film diventano di natura sociale e psicologica. La precedente estetica narrativa precorritrice e tipica dell’horror moderno, dove il racconto lineare si sospende negli attimi orrorifici sino al climax finale risolutore, si arricchisce di simbolismi, temi, trame, riferimenti storici e tramutazioni di genere, a tal punto da diventare una veste barocco-eclettica in cui avvolgere la storia, di per sé, abbastanza essenziale.

Guadagnino crea un horror atipico. Gioca con l’angoscia dello spettatore e sulle sensazioni piuttosto che con le emozioni. Niente jumpscare moderni ma una frustrante e continuativa sensazione di disagio che ricorda moltissimo la percezione nauseante del film The Lobster del regista greco Lanthimos.

Mentre Argento scelse di dare una logica atemporale alla storia, nonostante descrivesse comunque il presente, il regista siciliano ha deciso di trasportarla, in una sorta di tributo, esattamente nell’anno d’uscita del suo predecessore e non a Friburgo (dove in teoria si locavano le streghe) ma in una decadente Berlino ancora divisa dal muro, sotto l’influenza sovietica da una parte e statunitense dall’altra. Sovietica come Olga, ballerina che la protagonista di origine americane Susie andrà a sostituire come prima interprete del Volk. Susie, interpretata da una sorprendente Dakota Johnson, ripudiata dalla madre, si trasferisce a Berlino per far parte della prestigiosa compagnia di ballo amministrata da Helena Markos, da poco orfana di una delle allieve. Il film si apre infatti con quest’ultima che svela ad uno psichiatra tedesco che la scuola altro non è che un covo di streghe.

Il gioco delle divisioni/opposti si ribadisce all’interno della scuola che, come Berlino, è divisa tra le fazioni Markos e Blanc e nelle dicotomie di potere storiche ed umane. Il ruolo della donna, madre/figlia, vittima/carnefice, è assolutamente centrale nel film tanto da non esserci nemmeno un attore uomo principale (dato che anche lo psichiatra è in realtà sempre interpretato da una magistrale Tilda Swinton). L’armonia distruttiva della danza, sinuosa ma potente come carrarmati tedeschi, viene mostrata da Guadagnino con una sensualità coreografica tanto attraente quanto simbiotica col potere del male.

Il tema della stregoneria non si limita infatti all’esoterismo spicciolo, assimilabile ad un inconsueto club di cucito in cui si producono riti come passatempo, ma si pone obbiettivi rilevanti, intervenendo direttamente sulla storia della civiltà mondiale, accumulando ricchezze e poteri e seminando morte al loro passaggio. Il regista inserisce, infatti, un legame tra la scuola di danza ed il Terzo Reich, in cui si ripropone un nuovo contrasto tra i morti ed i sopravvissuti alla guerra e dove quest’ultimi sono rimasti incatenati ad un senso di colpa che li imprigiona nello spirito e di cui si nutrono le incantatrici del male.

In conclusione, il Suspiria di Guadagnino si può considerare un piccolo gioiello cinematografico che dimostra che si può riportare in auge opere d’arte amate dal pubblico senza obbligatoriamente sfruttarne la scia del successo ed aggiungendo contributi che portino una nuova esperienza allo spettatore. Un film, per certi aspetti, pretenzioso che rievoca l’intellettualismo di Lars Von Trier tramite rimandi e citazioni visivo-oniriche complesse e che comporta perciò una non facile comprensione ed un eccesso di pesantezza, ma che merita di essere assaporato per la qualità artistica degli aspetti tecnici, la profondità degli interpreti e per il pensiero anticonvenzionale ed anticommerciale con il quale è stato realizzato.

 

Alessandro Alberghina

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Il Ritorno di Mary Poppins – Recensione https://www.breakoff.it/il-ritorno-di-mary-poppins-recensione/ https://www.breakoff.it/il-ritorno-di-mary-poppins-recensione/#respond Thu, 27 Dec 2018 15:04:03 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13469

Partiamo da un presupposto non troppo scontato. Il vecchio Mary Poppins del ’64 non è stato un semplice film Disney per bambini e famiglie. Ebbe 13 candidature agli Oscar e ne vinse 5, divenendo uno dei film più importanti della storia cinematografica americana. Fu all’avanguardia della tecnica per come risolse tecnicamente effetti visivi e speciali ...

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Partiamo da un presupposto non troppo scontato. Il vecchio Mary Poppins del ’64 non è stato un semplice film Disney per bambini e famiglie. Ebbe 13 candidature agli Oscar e ne vinse 5, divenendo uno dei film più importanti della storia cinematografica americana. Fu all’avanguardia della tecnica per come risolse tecnicamente effetti visivi e speciali tramite un uso semi perfetto, per l’epoca, dello stop-motion e della commistione delle scene live-action con quelle d’animazione.

 

Altro presupposto di cui va tenuto conto è che anche il secondo romanzo di P. L. Travers, da cui è tratto questo nuovo film, ebbe molto meno successo del precedente. Detto questo, il film di Rob Marshall, con protagonista la tata più amata dai bambini di almeno due generazioni, si può considerare un ottimo prodotto commerciale a cui manca però un po’ di anima. Coerentemente a ciò che succede nel mondo della produzione cinematografica attuale, la volontà preponderante del film è quella di andare a toccare gli animi nostalgici degli spettatori tramite continui rimandi alla vecchia pellicola di cui sembra più un remake che un sequel. Le varie scene che hanno reso iconico il primo film sono riproposte in chiave moderna lievemente modificata. Il riordino della stanza diventa un bagno per lavarsi, il viaggio nel disegno di Bert diventa un viaggio in un altro tipo di arte figurativa e non mancano gli alter-ego visivi delle scene coi balli con gli spazzacamini o il tè sul soffitto.

Manca invece la parte struggente e malinconica, quella che tante lacrime ha fatto scorrere, della signora coi piccioni. In questo caso neanche una corta rivisitazione, a meno di non considerare una breve canzone che Mary Poppins canta ai bambini per rassicurarli di una importante mancanza. Ed è soprattutto in questo che perde di spessore con l’originale. I film Disney, buonisti per antonomasia, hanno sempre avuto anche la parte estremamente cupa e drammatica, proprio per poi enfatizzare maggiormente l’aspetto vittorioso dei buoni sentimenti.

La storia è ambientata nella Londra della Grande depressione. Michael Banks è ormai un uomo adulto che vive coi suoi tre figli, aiutato da una domestica e dalla sorella attivista. Colpiti anche loro dalla grande crisi subiscono il pignoramento della casa fino all’arrivo della donna “praticamente perfetta sotto ogni aspetto”.

Questo Mary Poppins non è un brutto film di per sé, ma mettendosi costantemente in confronto con l’originale, perde continuamente, apparendo quindi peggiore di quanto non sia. Anche sotto l’aspetto tecnico, come ad esempio, nella scena con attori e cartoni insieme. Ovviamente non ci sarebbe paragone (sono passati 50 anni di avanzamenti tecnologici), ma non essendoci nulla di innovativo sembra semplicemente la stessa cosa più patinata, in un passaggio da analogico a digitale che toglie calore ed emozione. Un po’ come vedere la Cappella Sistina dal vivo o il suo ologramma tridimensionale con colori e luci perfette. Quello che manca quindi è l’aspetto romantico, manca la visione personale d’artista. Una soluzione sicuramente migliore, anche se più rischiosa, sarebbe stata quella di discostarsi dallo stile del film del ’64 andando a cercare proposte alternative alla Wes Anderson (Grand Budapest Hotel) o alla Baz Luhrmann (Rome + Juliet, The Great Gatsby).

In conclusione, Il ritorno di Mary Poppins è un film che ti lascia uno strano sapore in bocca. Un buon film, con bravi attori ed una Emily Blunt in un ruolo rischioso ma che ha assolto con eleganza nonostante il fatto che, essendo un sequel, non poteva apportare eccessivi personalismi al suo carattere. Una fotografia che si muove tra i “teal and orange” degli ambiti oscuri ed i colori acidi degli ambiti luminosi. Una ricerca dei costumi attenta ed originale con commistioni contemporanee di alto livello. Ma a livello di storia manca “quel poco di zucchero” per far scendere la pillola dei ricordi del vecchio film.

Un elemento interessante, e che si lega anche alla situazione della nostra società attuale, è la differenza di personalità dei capifamiglia. Austero e preciso il vecchio George Banks, che si mette sulle spalle la famiglia tenendo dentro di sé le frustrazioni ed i problemi che la vita ed il lavoro comportano, sacrificando quelli che, per un uomo del genere, possono sembrare solo futili sogni e desideri. Il figlio Michael invece è un artista, gentile e premuroso ma che non riesce a reggere la pressione che i doveri del capofamiglia implicano. Uomini differenti per società differenti ma che in tutti e due i casi sono alla ricerca del proprio equilibrio emozionale.

Alessandro Alberghina

 

 

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Bohemian Rhapsody – Recensione https://www.breakoff.it/bohemian-rhapsody-recensione/ https://www.breakoff.it/bohemian-rhapsody-recensione/#respond Wed, 05 Dec 2018 16:16:34 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13374

Rapsodia: composizione strumentale nella quale più temi, quasi sempre di origine popolare, vengono svolti in varie interpretazioni succedentisi in forma libera, investiti di significati epici o destinate a valorizzare un qualche virtuosismo strumentale. Una rapsodia libera ed anticonformista, ovvero bohemien. Il titolo scelto per questo film rappresenta Freddie Mercury e ne sprigiona tutte le sue ...

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Rapsodia: composizione strumentale nella quale più temi, quasi sempre di origine popolare, vengono svolti in varie interpretazioni succedentisi in forma libera, investiti di significati epici o destinate a valorizzare un qualche virtuosismo strumentale.

Una rapsodia libera ed anticonformista, ovvero bohemien. Il titolo scelto per questo film rappresenta Freddie Mercury e ne sprigiona tutte le sue caratteristiche, espresse lungo la sua troppo breve vita. Non a caso anche la canzone, dal testo enigmatico e dalla struttura irregolare, rappresenta in maniera molto introspettiva la vita di Freddie.

Prodotto, tra gli altri, da May e Taylor, Bohemian Rhapsody narra la storia dei Queen dalla loro nascita nel 1970 al Live Aid del 1985. Quindici anni dove però il vero protagonista è stato sempre e solo uno, ovvero uno dei performer più estrosi del secolo scorso.

La storia attraversa tutti i momenti più importanti del gruppo, non senza qualche forzatura narrativa ed incongruenza temporale, mostrando ogni correlazione tra il dietro ed il davanti le quinte di ciò che ha reso i Queen uno dei gruppi più amati del rock contemporaneo. Non c’era solo la volontà di essere rock, di essere un mattoncino dell’industria discografica britannica, ma anche precursori artistici e sperimentali di nuovi generi. Un periodo in cui non si rincorrevano i gusti del pubblico ma si tentava di osare qualcosa di mai sentito.

Ovviamente non viene messa in secondo piano la vita privata del musicista di Zanzibar, tra festini con nani e cocaina e della sua precedente relazione con Mary Austin fatta di un amore anch’esso bohemien, ma probabilmente più puro di tante normali storie. Una vita privata inserita non per il gusto del torbido, o per accontentare chi aveva paura di una versione simil-disneyana, ma per mostrare come le opere create fossero sempre in qualche modo legate anche alla sua vita dissoluta.

Tecnicamente apprezzabile, con una fotografia glam, come il rock dei Queen, dove si alternano movimenti di macchina dinamici e basse profondità di campo, che viene accompagnata dalla meravigliosa colonna sonora di Ottman con un mixaggio perfetto, riuscendo a mescolare canzoni d’accompagnamento a quelle di performance senza soluzione di continuità, evitando l’effetto videoclip. Purtroppo scadente invece la CGI durante il concerto del Live Aid che mostra tutti i limiti di budget con cui Singer ha dovuto lavorare.

Bravissimi gli attori, in particolare May e Taylor (interpretati da Gwilym Lee e Ben Hardy), somiglianti e bravissimi nel caratterizzare i costitutori della band. Nota a parte invece per Malek/Mercury. Una prova attoriale memorabile, bravissimo nell’andare a cercare di riproporre Freddie anche nei più piccoli dettagli, ma tra i dentoni, la mascella di gomma, parrucche varie e senza la giusta personalità rock, l’effetto assume quello di un’imitazione in stile Tale e quale show di Raiuno. Era anche il ruolo più difficile ma probabilmente Sacha Baron Cohen, scelto inizialmente, avrebbe saputo aggiungere quella dose di egocentrismo eccentrico che ne avrebbe riproposto l’essenza, ma che è stato anche causa della sua rinuncia ad interpretare il leader dei Queen.

In conclusione, Bohemian Rhapsody è un film che non si annovererà tra i capolavori del cinema, troppo mite, troppo basico ma sicuramente piacevole e buona sintesi rappresentativa di quel che era, sia l’uomo che il musicista Mercury. May, Taylor e Deacon rimangono infatti a cornice della vera “regina” del film rendendolo di fatto un vero e proprio tributo. Una scelta poco sperimentale ma che probabilmente incontrerà il gusto della maggior parte degli spettatori e dei fan. Forse come primo film sul tema può avere una sua logica anche se tradisce i valori e la vera sostanza dei Queen.

 

Alessandro Alberghina

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Notti Magiche – Recensione https://www.breakoff.it/notti-magiche-recensione/ https://www.breakoff.it/notti-magiche-recensione/#respond Wed, 21 Nov 2018 12:51:02 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13295

Siamo nel luglio del 1990 durante l’esecuzione finale dei rigori di Italia-Argentina, semifinale del mondiale di Italia ‘90. Donadoni prima e Aldo Serena poi sbagliano i rigori decisivi, lasciando la finale alla squadra di Maradona. “Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare” afferma Pizzul, mentre una Jaguar con a bordo un noto produttore cinematografico ...

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Siamo nel luglio del 1990 durante l’esecuzione finale dei rigori di Italia-Argentina, semifinale del mondiale di Italia ‘90. Donadoni prima e Aldo Serena poi sbagliano i rigori decisivi, lasciando la finale alla squadra di Maradona. “Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare” afferma Pizzul, mentre una Jaguar con a bordo un noto produttore cinematografico cade da un ponte uccidendolo. Nella sua tasca viene ritrovata una polaroid in cui è assieme a tre giovani e ad una ragazza Coccodè, che sono anche i primi sospettati del possibile omicidio. In questa scena dei titoli di testa si racchiude gran parte del film in una metafora malinconica del nostro paese. In quell’auto ed in quei rigori finiscono le speranze di un’epoca esaltante ma allo stesso tempo senza grande visione del futuro. Finisce la stagione del grande cinema e dei grandi sceneggiatori, intellettuali tendenzialmente radical chic, ma con un talento straordinario. Ma è anche la fine della prima repubblica, con l’avvento di mani pulite, che spazza via un’era corrotta ma anche molto produttiva per certi versi.

Virzì ci riporta all’atmosfera di quel periodo, delle notti magiche, in una Roma ancora capace di sognare e mostrare il suo volto più genuino. Uno strascico, un po’ malandato di bella vita ma piacevolmente stimolante. Non una versione “ovosodizzata” de La grande bellezza, ma una città dove gli italiani, dal nord al sud, riponevano sogni e speranze.

Dopo l’incidente i tre ragazzi vengono portati in commissariato per essere interrogati e da qui, tramite flashback, vengono ripercorsi gli ultimi giorni passati nella capitale. I tre giovani sono i finalisti del premio Solinas, un premio per giovani sceneggiatori, che si incontrano per la prima volta in occasione della cerimonia di premiazione. Antonino, Luciano ed Eugenia hanno storie e caratteri completamente diversi ed in qualche modo sono la proiezione dei veri sceneggiatori del film (Virzi, Piccolo e Archibugi).

La storia del film è secondaria ed è difficile dire cosa racconti veramente. L’obbiettivo di Virzì è raccontare un’atmosfera, in un gioco di sensazioni adrenaliniche sviluppate da personaggi iper-caratterizzati ed affascinanti. Gioca coi riferimenti, alle volte reali alle volte inventati, e gioca con la sceneggiatura spiegando sé stessa allo spettatore attraverso i propri personaggi. Ma per chi non ha vissuto quell’epoca è difficile riuscire a trarne le sfumature ed i messaggi seminascosti presenti.

In conclusione Notti magiche è una critica semiseria nei confronti di un mondo del cinema che non ha saputo guardare al futuro tradendo le nuove generazioni. Un film atipico dove la vera storia si nasconde sempre sullo sfondo di quel che accade in primo piano. Il giallo si mescola con la commedia, il dramma con la comicità, eliminando di fatto, ogni connotazione di genere. Una fotografia vintage dove scorre una sceneggiatura veloce con un cast di giovani sconosciuti in contrasto ai vecchi grandi nomi come Giannini, Muti, Roncato.

Tanto bella era la nazionale di Azeglio Vicini, quanto dolorosa è stata la sconfitta contro l’Argentina. Le notti magiche di Virzi sono le notti dei sogni infranti, delle amare disillusioni nascoste dal velo del grottesco e della sagace comicità degli eventi. Ma raccontano anche della potenza dell’entusiasmo creativo giovanile, della qualità intellettuale di chi crede nei propri sogni senza la paura che gli vengano spezzati, della gioia di chi, lavorando con la fantasia, guarda avanti verso la propria strada senza la tossicità di chi quelle strade non sa più trovale.

Alessandro Alberghina

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Marina Abramovic: The Cleaner – la mostra a Firenze https://www.breakoff.it/marina-abramovic-report-event/ https://www.breakoff.it/marina-abramovic-report-event/#respond Thu, 15 Nov 2018 17:29:16 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13252

Conoscerete sicuramente l’aforisma per cui si definisce artista colui che è in grado di lavorare con le mani, la testa e il cuore. Attribuito, forse erroneamente, a San Francesco, attesta la visione dell’artista, secondo canoni classici basati sulla dimostrazione del talento, nel produrre un oggetto fisico in cui simbioticamente introdurci le qualità della propria sensibilità. ...

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Conoscerete sicuramente l’aforisma per cui si definisce artista colui che è in grado di lavorare con le mani, la testa e il cuore. Attribuito, forse erroneamente, a San Francesco, attesta la visione dell’artista, secondo canoni classici basati sulla dimostrazione del talento, nel produrre un oggetto fisico in cui simbioticamente introdurci le qualità della propria sensibilità. L’arte contemporanea ormai veicola messaggi ed emozioni in maniera completamente diversa. Inutile dilungarsi tra l’orinatoio di Duchamps e la merda di Piero Manzoni, tra le installazioni territoriali di Christo e la scatola da scarpe di Orozco. L’arte contemporanea deve continuamente affrontare la critica del “Questa potevo farla anch’io” o del “Ma l’arte deve essere innanzitutto bella”. Questione di linguaggio e di capacità dello spettatore di avere gli strumenti sintattici per tradurla.

Nel caso di Marina Abramovic l’arte non vive solo nelle sue performance ma nell’azione biunivoca delle sensazioni tra artista e spettatore. Quest’ultimo difatti non è mero co-protagonista passivo ma interagisce tramite le sue emozioni. Si è, di volta in volta, oggetto o soggetto in base alle situazioni, in una alternanza di ruoli intensa quanto frastornante.

Da testa, cuore e mani si passa a testa, cuore e genitali, come evidenzia la sua Black Dragon della serie “Transitory Objects”. Tre pietre con particolare carica energetica alle quali lo spettatore deve appoggiarsi esattamente con quelle tre parti del corpo.

Freeing The Voice

È un’arte innanzitutto corporea, oltre che concettuale, quella dell’artista di Belgrado. Il corpo è strumento per avviare emozioni e sensazioni e di trasmissione delle stesse. Lo sollecita per sprigionarne le energie internamente anestetizzate, come nella serie “Rhythm” o “Freeing The Voice” dove la si vede urlare incessantemente per 3 ore. Un rito purificatorio contro gli accadimenti della sua terra, verso sua madre, verso i propri blocchi e frustrazioni personali.

Il titolo della mostra, THE CLEANER, come spiegato dalla stessa Abramovic, è un invito a fare pulizia del proprio passato eliminando il superfluo e di conseguenza il proprio destino. L’elemento tempo prende categorizzazioni alternative. Esiste solo un presente talmente dilatato da identificarsi con la vita stessa. Il qui ed ora non è un tempo definito dalla lancetta dei secondi ma da quella dei calendari. Lo spazio non viene calcolato da unità di misura metriche ma dal tempo della durata di una percezione emotiva.

Si prenda ad esempio “The Lovers”, l’opera in cui Marina e Ulay, suo ex compagno, percorrono la Muraglia cinese partendo dagli antipodi per poi incontrarsi a metà percorso e dirsi addio definitivamente concludendo la loro storia d’amore. Spazio e tempo sono scanditi dai cambiamenti che hanno attraversato lungo il percorso e non dagli oltre duemila km attraversati nei 3 mesi che li separavano. Un atto simbolico ma allo stesso tempo concreto. Energie del corpo e della mente che si sono caricate e scaricate durante l’esecuzione dell’opera che di fatto non è altro che trasposizione fisica di una metafora di un amore. Un modo per non subire il sentire personale ma sfogarlo in uno spazio meditativo.

The Lovers

La poetica dell’Abramovic si regge su labili equilibri sempre ben condotti nella sua visione del mondo e dell’arte. Nell’equilibrio tra corpo e mente, tra l’ego d’artista e la personale spiritualità. Elementi dicotomici ma sfruttati per produrre un’idea forte. L’aspetto introspettivo spirituale diviene al servizio di un’arte che si rapporta alla collettività e con cui interagisce in maniera anche diretta. Come in “Imponderabilia” dove gli spettatori sono accolti da un uomo ed una donna completamente nudi, posti ai lati di un portale, ad una distanza tale da costringere lo spettatore che vuole passare a rivolgere il proprio corpo ad uno o all’altro. La nudità sconvolge e trasferisce l’imbarazzo della prova da colui che è nudo a chi subisce tale azione. Pone lo spettatore davanti ad una scelta (rivolgersi verso l’uomo o la donna) mostrando la volontà umana di dirigersi verso la scelta che pone l’imbarazzo minore.

Imponderabilia

In “Luminosity”, invece, la nudità serve a mostrare la vulnerabilità dell’essere umano posto davanti al giudizio degli altri. È una prova di forza per l’artista che deve elevarsi spiritualmente per non soccombere e, se abbastanza forte, da vittima può diventare simbolo. Rende consapevoli della potenza espressiva del corpo. Sono prove interattive e mutevoli, di rottura nei confronti dei filtri sociali e delle convenzioni etiche in cui siamo avvolti togliendoci la nitidezza necessaria per vedere oltre. Per vedere l’altro. Perché non portiamo solo maschere ma anche lenti che deformano la realtà. La “nonna della performance art, come si è autodefinita, utilizza queste prove per scagliarci lampi di verità.

Ma non si arriva alla verità senza sofferenza. Tante sono le prove al limite della sopportazione. Anche la meditazione, l’attesa, il vuoto, sono sofferenza. O come in “Death Self” dove Marina ed Ulay unirono le labbra e respirarono l’aria espulsa dall’altro fino a terminare l’ossigeno a disposizione. Caddero a terra privi di sensi dopo 17 minuti e mostrarono la capacità dell’individuo di assorbire, cambiare e distruggere la vita altrui.

L’arte è creazione ma cosa crea Marina Abramovic? Cosa crea quando pone due persone davanti ad un tavolo a guardarsi negli occhi? Una delle azioni più comuni dell’essere umano. E che di fatti fa compiere a qualunque spettatore che ne abbia interesse. Siamo quindi tutti artisti? Dov’è il valore di “The artist is present”? Il valore sta nella produzione di emozioni a cui non siamo abituati e nel loro fluire casuale come un quadro di Kandinskij. Guardarsi negli occhi, senza dire niente, senza pretendere niente, assume un valore dissacrante e anticonformista, che in una società nella quale siamo sempre più abituati a guardare l’altro attraverso il filtro di un display diviene di fatto una delle visioni più provocatorie dell’arte contemporanea.

In definitiva THE CLEANER è una mostra che mette al centro lo spettatore che diventa, una volta finita, la vera opera d’arte dell’Abramovic. Tornito come un vaso di creta nelle sue mani, asciugato dai pensieri corrotti della società, i suoi veri pennelli sono la capacità esplorativa del comunicare, col corpo e con la mente. Non c’è nulla da ammirare, ma solo da scoprire, con meraviglia, le differenze nella propria mutevolezza. Ed in fin dei conti non è male imparare quanto siamo speciali.

Alessandro Alberghina

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Halloween – Recensione https://www.breakoff.it/halloween-recensione/ https://www.breakoff.it/halloween-recensione/#respond Wed, 07 Nov 2018 14:06:38 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13201

Avete presente alcune automobili uscite negli ultimi anni tipo la nuova Fiat 500 o la nuova Mini? Versioni muscolose e vitaminizzate che rievocano in maniera evidente i modelli degli anni ‘50 in chiave nostalgica nascondendosi dietro l’ottica del richiamo vintage, che ormai più che una moda è un bisogno sociale. Ecco, l’Halloween del 2018 diretto ...

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Avete presente alcune automobili uscite negli ultimi anni tipo la nuova Fiat 500 o la nuova Mini? Versioni muscolose e vitaminizzate che rievocano in maniera evidente i modelli degli anni ‘50 in chiave nostalgica nascondendosi dietro l’ottica del richiamo vintage, che ormai più che una moda è un bisogno sociale.

Ecco, l’Halloween del 2018 diretto da David Gordon Green è un po’ questo. Non un brutto film, come non sono spiacevoli le auto sopracitate, ma è un prodotto creato più per convenienza che per aggiungere qualcosa ad una delle saghe horror più amate dal pubblico dei millennials, ripercorrendo gli stessi meccanismi senza allontanarsi dalla classica trama.

Apprezzabile, per certi versi, le scelte cinematografiche degli ultimi tempi in cui si tende a cancellare sequel di dubbio gusto e spesso poco rispettosi delle versioni originali, non considerandone gli avvenimenti accaduti e ricollegandosi direttamente all’originale. Come succederà infatti per saghe come Terminator o Robocop, per esempio, anche quest’ultimo Halloween si lega direttamente all’originale del ’78 cancellando di fatto i vari sequel/remake/reebot più o meno apocrifi degli ultimi quarant’anni. Se da una parte però c’è la creazione di un prodotto più “carpenteriano” e qualitativamente discreto, dall’altra manca il coraggio di indagare l’attualità o di sperimentare nuove vie. Citando il precedente esempio, tra le varie Fiat succedute, siamo passati da modelli quali la Panda degli anni ’80-’90, non certo memorabile per design e qualità, ma quantomeno identità della sua epoca che è riuscita a divenire oltretutto un oggetto di culto nella memoria collettiva.

Nonostante gli avvenimenti si svolgano esattamente a quarant’anni dal precedente episodio non sembra quasi di essere nel 2018. Pochissimi riferimenti contemporanei (un cellulare che finisce nella maionese) ed un’atmosfera ed una scenografia che richiamano continuamente gli anni ’80. Molteplici citazioni che strizzano l’occhio ai fan e poche idee nuove. È carpenteriano ma non è Carpenter. L’Halloween del ’78 era una critica alla middle class americana post Vietnam, al male nascosto sotto il falso perbenismo che si nasconde dietro placide villette e vialetti d’erba finta e Michael Myers è un mostro che uccide secondo una logica catartica del tutto personale ed indecifrabile.

In questa nuova versione non viene approfondito nulla di tutto questo. Myers rimane indecifrabile e la teoria dell’”uomo nero” rimane oscura. In alcuni casi sembra che si voglia affrontare il film approfondendo i caratteri dei vari personaggi, come con i giornalisti che indagano sulla vicenda o il dottor Sartain, medico che si occupa di Michael, che però da possibili elementi caratterizzanti diventano meri personaggi secondari utili a intessere trame superficiali all’interno della storia.

Brava, come sempre, Jamie Lee Curtis, che rappresenta una donna che ha vissuto tutta la vita nella paura, ossessionata da Myers e dalla volontà protettiva verso la figlia e la nipote. Questo aspetto fieramente “girl power” della pellicola risulta interessante mostrando in maniera più evidente la dicotomia tra bene e male, tra forza e volontà, tra morte e nascita.

In conclusione Halloween è un buon film ma senza grandi velleità se non quella di appagare i vecchi ammiratori della serie. Un film conservatore ma tecnicamente ben fatto. Una fotografia realistica ed inquietante, un thriller sobrio che non ricerca facili sobbalzi sulla poltrona ma mantiene la giusta tensione lungo i 104 minuti della sua durata grazie anche alla magnifica colonna sonora di Carpenter.  Con più coraggio e con più introspezione sulla nostra società contemporanea si poteva ottenere un’ottima rinascita della serie. Ma per far questo dovremmo in prima cosa noi, come società, ritrovare la nostra identità attuale senza per forza legarsi a stilemi passati.

 

Alessandro Alberghina

 

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A Star is Born – Recensione https://www.breakoff.it/a-star-is-born-recensione/ https://www.breakoff.it/a-star-is-born-recensione/#respond Wed, 17 Oct 2018 13:43:07 +0000 http://www.breakoff.it/?p=13055

A Star is Born, è il terzo remake del film originale del 1937 dopo quelli del 1954 e 1976 con protagoniste femminili, rispettivamente, Judy Garland e Barbra Streisand. Ad evidenziare come la passione per i rifacimenti non sia semplice cosa recente ma una modalità quasi assiomatica e che proseguirà inevitabilmente negli anni futuri. Aspettiamoci quindi ...

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A Star is Born, è il terzo remake del film originale del 1937 dopo quelli del 1954 e 1976 con protagoniste femminili, rispettivamente, Judy Garland e Barbra Streisand. Ad evidenziare come la passione per i rifacimenti non sia semplice cosa recente ma una modalità quasi assiomatica e che proseguirà inevitabilmente negli anni futuri. Aspettiamoci quindi intorno al 2050 il quarto remake con la nuova stella in travaglio in queste ore.

Dopo alcune problematiche produttive venne scelto Bradley Cooper a dirigere, sceneggiare e recitare in questo grande classico della cinematografia e bisogna dire che, nonostante l’esordio nelle prime due competenze, se l’è cavata egregiamente. Anzi, forse addirittura meglio della sua prova attoriale, leggermente sopra le righe, dove ha calcato troppo la mano sullo stereotipo del personaggio ma che riesce a lasciare la giusta luce alla stella al suo fianco quale è la sorprendente Lady Gaga. Sorprendente lei nel recitare quanto lui nel cantare, in uno scambio di ruoli che ha reso più credibile e meno favolistico una classica sceneggiatura basata sull’ideale del sogno americano.

La storia prende subito forma con l’incontro tra Jackson Maine, cantante rock (vagamente ispirato ad Eddie Vedder) in decadenza con problemi di alcolismo e affetto da acufene, e Ally, una ragazza povera e frustrata sul lavoro, che sfoga la sua passione per la musica ed il canto in un night club a tema drag. I due si innamoreranno e lui troverà modo di darle la forza di salire su un vero palco a mostrare tutto il suo talento. Il decadimento di lui, in concomitanza all’ascesa di lei, trascineranno la loro storia verso un climax sempre più disperato dove l’amore prenderà forme sempre più importanti nel sostentamento del loro rapporto.

L’insicurezza recitativa, o per meglio dire, non impostata, della Germanotta la rende plausibile nel ruolo della ragazza acqua e sapone catapultata in uno star system nel quale invece dovrà solo essere sé stessa. Una delle poche maschere in cui ancora non l’avevamo vista, con la sua bellezza fuori dai classici canoni estetici (un po’ come fu anche per Barbra Streisand) ma che cattura l’attenzione ed esalta l’esplosività vocale ed artistica di un’immagine apparentemente insicura.

Cooper riempie la scena, alle volte eccessivamente, ma riesce a mantenere il film in un equilibrio tra i due protagonisti in maniera quasi perfetta. La sceneggiatura scorre fluida e le battute degli attori, le scene di riempimento o le immagini più dolorose vengono avvolte da un assordante silenzio in attesa dei momenti musicali del film a cui viene data la massima enfasi emotiva, sia nelle scene sul palco che nei vari provini. La musica è solo recitata, è solo “dal vivo” e non drammatica cornice a contorno dei due protagonisti.

In conclusione A Star is Born è un film meno banale di quello che si possa pensare. Se in Titanic la storia d’amore tra Jack e Rose, un po’ ovvia e stereotipata, serviva come fil rouge narrativo ed emotivo della vera storia protagonista quale era lo storico affondamento della nave più grande mai costruita, nel film di Cooper la logica si ribalta. Le vicissitudini artistico-lavorative sono il filo conduttore della vera storia in primo piano, ovvero l’amore tormentato tra problemi di dipendenze e gelosie professionali, tra ascese e discese, tra arte e dolore.

Un film emozionante e struggente, con una colonna sonora (scritta da Gaga e Cooper) di alto livello dove la bellissima Shallow insieme ad una magnifica sorpresa finale, fanno da protagoniste. Un film che vi porterà a riflettere sui rapporti, sui contrasti relazionali che possono sembrare insuperabili e su quanto l’amore possa essere motore delle cose migliori e risposta a tante domande che ci poniamo e a cui non crediamo di poter dare risposta.

 

Alessandro Alberghina

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Blackkklansman – Recensione https://www.breakoff.it/blackkklansman-recensione/ https://www.breakoff.it/blackkklansman-recensione/#respond Wed, 03 Oct 2018 15:30:37 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12970

Spike Lee torna al cinema con una commedia di grande impatto politico. Anzi, l’uso dei toni leggeri evidenzia le tematiche gravi riguardanti gli anni dei conflitti per i diritti civili degli anni ‘60 dove i movimenti black urbani (Black Panthers) si scontravano coi movimenti suprematisti razzisti. I temi politici si scontrano con elementi farseschi in ...

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Spike Lee torna al cinema con una commedia di grande impatto politico. Anzi, l’uso dei toni leggeri evidenzia le tematiche gravi riguardanti gli anni dei conflitti per i diritti civili degli anni ‘60 dove i movimenti black urbani (Black Panthers) si scontravano coi movimenti suprematisti razzisti. I temi politici si scontrano con elementi farseschi in un contrasto che toglie la classica magniloquenza del tema “razzismo” ricorrente ed, anzi, letteralmente abusato da Lee di cui forse si è sentito troppo unico e genuino portatore al cinema. Famoso è il suo diverbio con Tarantino con cui ne scaturì una polemica tendenzialmente grottesca.

Con la vera storia del detective Ron Stallworth (un bravissimo John David Washington), Lee gioca con la cinepresa con grande maturità ed un’estetica graffiante. Non manca il suo classico movimento fluido con gli attori posizionati su un carrello o le scene di inizio e fine film nella sua classica fotografia che ne fa dei piccoli corti.

Blakkklansman racconta la vicenda di Ron Stallworth, un ragazzo afroamericano con lo stile e la passione per blaxploitation, che aspira a diventare un detective e riuscirà ad entrare nella polizia di Colorado Springs diventandone il primo agente di colore. Osteggiato da alcuni colleghi verrà comunque sfruttato per infiltrarsi tra i Black Panthers locali prima e nel Ku Klux Klan poi. Ovviamente nel secondo caso solo come mente prendendo in prestito il corpo del suo collega ebreo Flip Zimmerman che andrà materialmente alle riunioni nella diffidenza degli odiatori presenti. Lee, nonostante la raffigurazione parodistica dei membri del KKK, sfottendoli ampiamente nella loro ignoranza, mantiene una tensione da thriller, in stile The Departed di Scorsese, che dimostra quanto i contrasti di caratteri e sentimenti di certi uomini possano provocare risultati devastanti. Mostra come il razzismo non sia solo odio e cattiveria ma inconsapevolezza e non conoscenza di ciò che odi per pregiudizio.

È uno Spike Lee come l’abbiamo sempre conosciuto ma per certi versi più efficace. Usa le parole quanto le immagini per trasmettere il messaggio che c’è ancora molto da lavorare per estirpare certe radici culturali intrise nella mentalità americana e che ora, con la nuova presidenza Trump, sono state rivitalizzate (ma sarebbe proprio più corretto dire concimate). Lee cita Via col vento e Nascita di una Nazione, film che sono stati considerati contributori di stereotipi razzisti o che promuovevano la creazione di gruppi di bianchi antineri, ed inserisce immagini di manifestanti della supremazia bianca riuniti a Charlottesville il 12 agosto del 2017 che coi loro slogan e il loro odio hanno ucciso Heather Heyer, la giovane contromanifestante, a cui il film è dedicato. Ieri come oggi il fuoco dell’intolleranza è di facile propagazione e non può essere abbassata la guardia.

Giocando sulle contrapposizioni Lee inserisce alcuni fotogrammi di pura poesia. Al comizio di Kwame Ture, primo ministro dei Black Panthers, inquadra gli spettatori, rapiti dalle sue parole, su uno sfondo nero eleggendoli a manifesto ed icone di sé stessi ed evidenziandone l’orgoglio della loro bellezza. Coinvolgente è invece la rappresentazione parallela delle due riunioni, quella dei KKK presieduta da David Duke (ritornato ora in auge col governo Trump) assieme a quella del sindacato degli studenti black, in cui un leader nero, interpretato da Harry Belafonte, racconta il linciaggio di Jesse Washington nel 1916.

In conclusione Blakkklansman è un film più potente dei toni leggeri con cui Spike Lee ha deciso di raccontare questa storia. Lee non ha perso la sua rabbia nei confronti di un tema che non smette di essere attuale e lo riesce a fare alleggerendone la retorica che ne può diventare principale disinnesco. Una scelta intelligente in un’epoca dove chi combatte certe battaglie viene considerato élite. Dove la paura è benzina dell’intolleranza e che non puoi combattere con la sola logica di una bella sceneggiatura ma anche attraverso l’emotività di un racconto che sappia anche essere apparentemente disimpegnato.

Alessandro Alberghina

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La prima notte del giudizio – Recensione https://www.breakoff.it/la-prima-notte-del-giudizio-recensione/ https://www.breakoff.it/la-prima-notte-del-giudizio-recensione/#respond Tue, 17 Jul 2018 13:06:11 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12732

La Prima notte del giudizio, quarto episodio del franchising horror-fantascientifico creato da James DeMonaco nel 2013, è il prequel in versione blaxploitation (film realizzati avendo, tendenzialmente, come pubblico di riferimento gli afroamericani) della saga, ed il primo non diretto dal suo autore. La rottura stilistica e narrativa risulta infatti abbastanza evidente con risultati fondamentalmente negativi. ...

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La Prima notte del giudizio, quarto episodio del franchising horror-fantascientifico creato da James DeMonaco nel 2013, è il prequel in versione blaxploitation (film realizzati avendo, tendenzialmente, come pubblico di riferimento gli afroamericani) della saga, ed il primo non diretto dal suo autore.

La rottura stilistica e narrativa risulta infatti abbastanza evidente con risultati fondamentalmente negativi. Un inizio molto lento ed approssimativo esplode improvvisamente in un gangster movie che lascia pochissimo spazio alla tensione tipica del thriller-horror, genere del quale dovrebbe far parte il film.

I primi tre capitoli mostravano situazioni e dinamiche tra loro differenti che di volta in volta aggiungevano ulteriori informazioni a ciò che si celava dietro la scelta di istituire il giorno di sfogo annuale apparentemente motivato dalla volontà di diminuire criminalità e disoccupazione. Il tutto lasciando però sempre un aspetto di mistero su ciò che ha scaturito questa grottesca scelta e sulla nascita del regime totalitario organizzato dai cosiddetti “Nuovi Padri Fondatori d’America”.

Un prequel dovrebbe servire a capire meglio come tutto ebbe inizio, ad approfondire aspetti, alle volte surreali, dati per scontati nelle trame precedenti e che fino ad ora venivano spiegati con la semplice logica del futuro distopico che in qualche modo giustifica sempre tutto lasciando carta bianca alla sceneggiatura. Ma qui ciò non avviene ad eccezione per alcuni piccoli e marginali frangenti.

La storia racconta del primo sfogo istituito dai Padri Fondatori, sulla base delle ricette sociopsicologiche della dottoressa May Updale, circoscritto alla comunità di Staten Island: una notte dove ogni crimine, compreso l’omicidio, sarà considerato legale per 12 ore. Il tutto incentivato dal governo che premierà economicamente, in un contesto povero e ad alto tasso di criminalità, chi ne parteciperà attivamente. Due fratelli, Nya e Isaiah, si vorrebbero opporre a tale follia nascondendosi o addirittura aiutando la comunità che si vuole salvare, ma determinate situazioni li catapulteranno all’interno di un inferno artificiale divenendone i protagonisti.

La caratterizzazione dei personaggi è superficiale ed a tratti ridicola, comprendente una sequela infinita di cliché sulla comunità nera americana, ma anche dei tipici personaggi borderline dei film horror: buoni che diventano cattivi e cattivi che diventano buoni senza alcuna logica, personaggi che appaiono sembrando l’elemento chiave del film per poi scomparire due minuti dopo. Per non parlare del personaggio della psicologa, autrice dell’esperimento sociale, dato ad un’attrice del calibro di Marisa Tomei e messo in disparte per quasi tutto il film.

In conclusione La prima notte del giudizio non aggiunge quasi nulla ai capitoli precedenti se non mostrare come è iniziato “burocraticamente” questa annuale ricorrenza e ribadire i motivi speculatori per cui è nata.

Questa saga horror, iniziata con un pretesto molto interessante e portata ad un successo forse insperato, avrebbe potuto avere giusta conclusione con un prequel che sarebbe dovuto essere il più politico degli episodi, quello che dimostrava la logica catartica dello sfogo, che più degli altri analizzava gli aspetti socio-economici che influenzano paure ed insicurezze dei ricchi e dei poveri, invece è semplicemente la riproposizione ricontestualizzata degli episodi precedenti. Un po’ come quando ne I Griffin venne creato lo spin-off The Cleveland Show con protagonista l’amico nero di Peter.

Un’occasione persa per una delle saghe horror più interessanti degli ultimi anni, capace di uscire dalla moda dei film paranormali tendenti a sfruttare solo elementi visivi e d’angoscia (con un non moderato aiuto del jumpscare), improntando la paura sugli aspetti sociali delle persone, sulle incognite quotidiane, sui lati oscuri di individui che non sai mai quanto puoi veramente conoscere.

Alessandro Alberghina

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Jurassic World: il Regno Distrutto – Recensione https://www.breakoff.it/jurassic-world-il-regno-distrutto-recensione/ https://www.breakoff.it/jurassic-world-il-regno-distrutto-recensione/#respond Tue, 03 Jul 2018 13:01:48 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12683

Jurassic World – Il Regno Distrutto è il quinto capitolo della saga cinematografica basata sui romanzi di Michael Crichton, e seguito del film del 2015, che si può considerare a 14 anni dalla trilogia iniziale, la nuova ripartenza del franchising con tema i dinosauri. A tre anni dai fatti che portarono alla distruzione del parco ...

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Jurassic World – Il Regno Distrutto è il quinto capitolo della saga cinematografica basata sui romanzi di Michael Crichton, e seguito del film del 2015, che si può considerare a 14 anni dalla trilogia iniziale, la nuova ripartenza del franchising con tema i dinosauri.

A tre anni dai fatti che portarono alla distruzione del parco giurassico gestito da Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) il senato degli Stati Uniti discute sulla possibilità di salvare i dinosauri rimasti sull’isola di Isla Nublar dall’imminente eruzione vulcanica che porterebbe alla loro secondo estinzione dalla faccia della Terra. Verranno però sconsigliati dal Dr. Ian Malcolm (Jeff Goldblum) che raccomanda di lasciarli al proprio destino. Un ex socio di Hammond, progenitore del parco, organizza una missione di salvataggio alternativa chiedendo l’aiuto di Claire e Owen (Chris Pratt), esperto dei velociraptor, per portare in salvo le pericolose creature preistoriche.  La missione si rivelerà meno altruista ed “animalista” di quel che doveva essere con tutte le conseguenze del caso.

Il meccanismo di questa saga negli anni non è mai cambiato. Una situazione potenzialmente idilliaca con volontà filantropiche e positive, si tramuta in una reale catastrofe dettata dall’egoismo e dall’avidità dell’uomo, se non anche dal suo complesso di onnipotenza come animale (teoricamente) dominante sulla Terra.

Perso lo spessore registico dei primi film di Spielberg (che rimane comunque il produttore esecutivo), i nuovi episodi sono costruiti come i dinosauri ibridi da laboratorio protagonisti delle ultime due puntate. Ed anche con lo stesso intento, ovvero quello di creare un prodotto il più possibile vendibile. Questo non è né un merito né un demerito ma un semplice dato di fatto. Bayona costruisce un buon prodotto cinematografico dove divertimento, tensione e azione sono costruite con fare meticoloso ed originale ma di cui si percepisce l’artificiosità tipica del sorriso del venditore di materassi mentre ti mostra il suo prodotto ad offerta limitata fino ai suoi successivi cinquemila rinnovi.

È una trama fatta per compiacere, grandi e bambini, e ci riesce discretamente bene nonostante alcune scene per fanatici al limite della parodia grottesca bollywoodiana. Nei film di fantascienza si tende a tollerare discrasie tecniche, buchi di sceneggiatura e scelte opinabili dei protagonisti ma in alcuni casi la scrittura di Trevorrow, regista del precedente film, si è fatta prendere la mano rischiando di far sprofondare un blockbuster commerciale a quello che Fantozzi pensava de La Corazzata Kotiomkin.

Il cast, oltre al piacevole cameo di Goldblum, è di tutto rispetto, soprattutto con la conferma di Chris Pratt nel ruolo di duro un po’ scanzonato, tipico del repertorio di Harrison Ford, di cui potrebbe essere presto l’erede come prosecutore delle prossime puntate di Indiana Jones.

In conclusione Il regno distrutto è un ottimo film di intrattenimento, tecnicamente ben fatto, con una fotografia che valorizza ogni scena d’azione e che dà allo spettatore medio quello che un film sui dinosauri deve dare. Le carenze sono piuttosto a livello di trama, nonostante alcuni risvolti sorprendenti, che potrebbero portare i futuri sequel ad un ultimo bivio prima del poco auspicabile ritorno a remake o reboot. Infatti, o riusciranno a dare nuova linfa ad un soggetto ormai abbastanza consumato dagli anni e dalle sceneggiature, o finiranno nella trashata definitiva da mettere in libreria tra Alex l’ariete e Pecore assassine.

Alessandro Alberghina

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Deadpool 2 – Recensione https://www.breakoff.it/deadpool-2-recensione/ https://www.breakoff.it/deadpool-2-recensione/#respond Tue, 12 Jun 2018 12:40:30 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12539

Difficilmente nelle saghe cinematografiche il sequel riesce a superare il film originale, sia per qualità che per profondità della trama, ma in questo caso abbiamo un’eccezione. La regia di Leitch (Atomica bionda e John Wick) è più matura di quella di Miller e la raffica di battute, geniali e politicamente scorrette, sono di un livello ...

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Difficilmente nelle saghe cinematografiche il sequel riesce a superare il film originale, sia per qualità che per profondità della trama, ma in questo caso abbiamo un’eccezione. La regia di Leitch (Atomica bionda e John Wick) è più matura di quella di Miller e la raffica di battute, geniali e politicamente scorrette, sono di un livello più alto oltre ad essere presenti senza soluzione di continuità.

Una comicità volgare e irriverente che si rifà più alla qualità della stand up comedy americana piuttosto che a quella di film come American Pie o delle più recenti parodie demenziali stile 3ciento, ovviamente con riferimenti meno politici di quella dei vari Hick, Carlin o Rock ma con la stessa durezza e imprevedibilità. Una comicità che a tratti sovrasta la storia che diventa una debole struttura (soprattutto nella parte finale) sulla quale inserire una battuta dopo l’altra. In questo senso, l’inserimento dei Ryan Reynolds tra gli sceneggiatori, ha dato un contributo importante rispetto al primo film che aveva anche l’onere obbligato di spiegare la nascita del mercenario chiacchierone.

Sfondamenti della quarta parete (il protagonista parla direttamente con lo spettatore), riferimenti agli universi Dc e Marvel, titoli di testa assurdi, giudizi sul film in atto, fanno di Deadpool una pellicola senza alcuna regola, senza una sintassi di riferimento, dove quindi qualunque tipo ci critica perde ogni valore in quanto già criticata dallo stesso protagonista con un’autoironia sorprendente che ha il suo punto più alto nelle due scene dopo i titoli di coda. Anche aspetti tecnici come la colonna sonora si adeguano allo stile sfacciato del film (il cd in vendita è etichettato come non adatto ai minori) alla quale vengono alternate canzoni pop che diventano parte intrinseca della storia, enfatizzando lo sketch o facendone direttamente parte, sfondando essa stessa la quarta parete ma stavolta al contrario.

La storia, nonostante alcune velleità apprezzabili di darle anche uno spessore morale, è abbastanza in linea con le tipiche dinamiche dei film di supereroi; viste le volontà suicide di Deadpool a causa di un forte dolore, viene arruolato da Colosso, nel tentativo di aiutarlo, tra gli X-Men. Si ritroverà a dover aiutare il giovane mutante cicciottello Firefist che vuole vendicarsi contro il cinico direttore dell’orfanotrofio per mutanti dove ha vissuto. Deadpool non sa il perché ma sa che dovrà aiutarlo per evitare che in futuro possa accadere qualcosa di ancora più terribile. Metterà insieme l’X-Force tramite provini (probabilmente una delle scene più epiche del film) con la quale combatterà il nemico finale dopo una serie di scontri mozzafiato sia per l’adrenalina che per le risate.

Tra commedia e avventura, tra demenziale ed elementi gore, tra sentimentale e fantascienza, Deadpool 2 è fondamentalmente la parodia di se stesso. Il suo superpotere, oltre all’immortalità, è l’essere un meraviglioso cazzaro. L’essere cazzaro ti permette di fare un po’ tutto e il contrario di tutto, diversamente da altri eroi per i quali vigono regole morali o di minimo rispetto della fisica e della scienza sulla quale è improntato il fumetto. Deadpool fa invece un po’ quel che cavolo gli pare lasciando lo spettatore interdetto, abituato al meccanismo delle altre rappresentazioni dei supereroi al cinema, rompendo ogni schema.

In conclusione, il secondo film sull’antieroe buono dei fumetti, è uno spettacolo di adrenalina e risate. Un po’ Kick-ass, un po’ Robin Hood – Un uomo in calzamaglia, in alcuni momenti riesce a tirare fuori elementi sentimentali antiretorici interessanti. Il percorso del protagonista, nella sua esasperazione, è quello di ognuno di noi con le nostre paure e i momenti in cui si vorrebbe buttare tutto via. La volontà di reagire, di espiare le proprie colpe, di trovare le forze per accettare un presente che diamo troppo per scontato. Trame e sottotrame che si intessano sempre senza mai scendere nel buonismo artificioso e stucchevole tipico di alcune commedie americane. Insomma c’è un po’ di tutto, come quando si chiede il “kebab completo”, ma il motivo principale per andare a vedere Deadpool 2 rimarrà quello di uscire dalla sala con le lacrime agli occhi per un divertimento con battute di un livello ormai raro.

Alessandro Alberghina

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Loro 2 – Recensione https://www.breakoff.it/loro-2-recensione/ https://www.breakoff.it/loro-2-recensione/#comments Tue, 29 May 2018 12:47:37 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12500

La storia di Berlusconi la conosciamo bene. Anzi una storia. Quella che ha raccontato lui stesso e che ci è stata mostrata tramite i vari media, berlusconiani o meno che fossero. Qual è questa storia? Ne “La guerra civile fredda” di Daniele Luttazzi ci viene data un’ipotesi di come nasce la favola del cavaliere di ...

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La storia di Berlusconi la conosciamo bene. Anzi una storia. Quella che ha raccontato lui stesso e che ci è stata mostrata tramite i vari media, berlusconiani o meno che fossero. Qual è questa storia? Ne “La guerra civile fredda” di Daniele Luttazzi ci viene data un’ipotesi di come nasce la favola del cavaliere di Arcore: gli strateghi politici americani capirono che l’elettorato non votava in modo razionale ma in base a suggestioni emotive. Vinci le elezioni se sei in grado di creare con l’elettore un legame emotivo. Si costruisce perciò un personaggio che abbia degli elementi fondamentali. Ostacoli da superare (toghe rosse, stampa comunista), debolezze (vanità, falsità, guasconate), un obbiettivo da raggiungere a tutti i costi (risollevare il paese e proteggerlo dal pericolo comunista oppure evitare la galera, dipende dai punti di vista!). Il una storia ben raccontata è sempre stato il vero potere di Berlusconi.

Di questa storia Sorrentino ci mostra il backstage, il making of, il dietro le quinte del personaggio Berlusconi che si scinde mostrando la sua struttura fragile. Non più le debolezze di prima, che in qualche modo rispecchiano quelle di molti italiani, ma le debolezze che un uomo del suo calibro non può permettersi di avere. L’umanità, alle volte disumana, di Berlusconi viene mostrata rompendo la catena, che egli stesso aveva creato, per produrre quel legame emotivo col suo elettorato. Loro 2 è infatti molto più incentrato su LUI rispetto alla prima parte del film incentrata invece sul personaggio di Scamarcio.

La scelta di dividere il film in due parti è abbastanza opinabile. Per certi aspetti il primo fa da zavorra al secondo, più interessante, dove però non si chiudono molte storie della prima parte lasciando quindi un senso di insoddisfazione. La seconda parte conferma inoltre lo stile pop e naif della pellicola dove i classici riferimenti felliniani vengono offuscati a favore di scelte registiche alla Tarantino o alla Coen brothers. Uno su tutti l’esilarante fake trailer sulle vicende di Lady D., “Congo Diana”, per raccontare il modus operandi fatto di favori atti a comprare questo o quell’altro personaggio, che ricorda i falsi trailer in Grindhouse.

Uno sberleffo dei tanti che in questa seconda parte si mostrano con molta più convinzione della prima. I senatori comprati, le cene eleganti, le promesse mai mantenute, la provenienza dei soldi con cui ha iniziato la sua ascesa imprenditoriale e politica. Sberleffi alle volte troppo espliciti che hanno volgarizzato un film che poteva dire tutto questo senza mostrare. Come nella scena dove un fantastico Servillo-Berlusconi telefona ad un casuale numero per vendere un appartamento ad una signora. Sorrentino invece decide di scendere, in alcuni casi, dai non detti, dalle metafore e dalle allegorie per dire in faccia al vero Berlusconi ciò che probabilmente molti avrebbero voluto dirgli o gli hanno detto veramente senza mezzi termini. Un aspetto tendenzialmente disarmonico dal contesto ma che probabilmente ha dato anche concretezza ad un film altrimenti troppo basato su ipotesi di sceneggiatura più o meno veritiere.

In conclusione Loro è un film che usa i sentimenti per dire la verità. O per lo meno una parte. Le maschere pirandelliane possono cadere solo sotto i colpi di sentimenti ed emozioni e Sorrentino usa queste “armi” per mostrare le sfaccettature più nascoste di uno dei personaggi più in mostra degli ultimi 20 anni. Non si può definire un film a favore o contro Berlusconi. Proprio per i motivi spiegati inizialmente. I suoi nemici e le accuse verso di lui sono la sua forza così come il mostrare i suoi aspetti più fragili ed emotivi possono invece apparire come elementi deturpanti della sua figura “unta dal Signore”.

Ad ogni modo un film fuori dagli schemi, con un cast eccezionale, tecnicamente solido e divertente con un finale emozionante dove finalmente si vedono “anche” LORO. Un film da vedere.

Alessandro Alberghina

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Loro 1 – Recensione https://www.breakoff.it/loro-1-recensione/ https://www.breakoff.it/loro-1-recensione/#respond Tue, 08 May 2018 14:37:09 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12344

Dopo aver ricevuto l’Oscar come miglior film straniero nel 2014 Sorrentino ringraziò, tra gli altri, anche Maradona per essergli stato di ispirazione. Se ne La grande Bellezza lo ispirò per il senso dello spettacolo che sapeva regalare durante gli allenamenti, in Loro 1 si potrebbe dire che dal fantasista argentino è riuscito ad assorbire le ...

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Dopo aver ricevuto l’Oscar come miglior film straniero nel 2014 Sorrentino ringraziò, tra gli altri, anche Maradona per essergli stato di ispirazione. Se ne La grande Bellezza lo ispirò per il senso dello spettacolo che sapeva regalare durante gli allenamenti, in Loro 1 si potrebbe dire che dal fantasista argentino è riuscito ad assorbire le capacità “dribblatore”. Come Maradona ti faceva credere di andare a sinistra mentre ti dribblava a destra, così Sorrentino riesce a spiazzare lo spettatore in un film su Berlusconi quasi senza Berlusconi. O meglio, senza il Berlusconi che conosciamo noi.

Assuefatti ai salotti politici televisivi degli ultimi 20 anni, siamo abituati a pensare al cavaliere di Arcore in modalità dicotomiche, come succede spesso nella finzione cinematografica, fumettistica o letteraria, tra eroi e villain, tra sacro e profano, tra pornografia e sentimento. Ma qui non si parla solo del personaggio, si parla dell’uomo. Non si parla di politica ma di potere. Non si parla degli italiani ma di “Loro”.

E chi sono loro? Gaber, all’inizio dell’ascesa politica e televisiva di Berlusconi dichiarò: “Non temo il Berlusconi in sé, temo il Berlusconi che è in me”. Loro sono coloro che hanno assorbito Berlusconi nei modi, nella logica imprenditoriale e che lo hanno introiettato senza nemmeno accorgersene. Chi si aspettava un film critico con una sceneggiatura giudicante alla Travaglio o Sabina Guzzanti rimarrà deluso. Quell’aspetto, ormai stra-conosciuto, viene meno, a favore di una visione più profonda e personale collocata in un’estetica tipicamente “sorrentiniana”.

 

Dopo la strenua ricerca di film senza trama, il regista napoletano decodifica anche il genere del film senza creare commistioni ma optando per un qualcosa che semplicemente non è. Troppo lontano dal biopic per essere definito tale, difficilmente si riesce a collocare in altri ambiti. Frasi e storie reali si intrecciano con situazioni stravaganti ed assurde. Personaggi inventati si alternano a quelli veri con nomi alle volte corretti, alle volte modificati. Come Tarantino, che utilizzando trame e generi da b-movie riesce ad elevarli per produrre film tecnicamente e narrativamente raffinati, in Loro Sorrentino eleva alcuni aspetti grotteschi tipici del cinepanettone portandoli in una realtà politica critica. E questo è, per certi versi, la metafora stessa del berlusconismo: un italiano medio tutto donne, auto e pallone che aspira ad elevarsi ad ambiti di potere e rispetto che, per quanto fittizi, sono l’unica cosa che conta nella società dell’apparenza e della comunicazione.

In attesa di Loro 2 questa prima parte è a sua volta divisa in due tempi dove nel primo si parla di loro tramite soprattutto il personaggio arrivista interpretato da Scamarcio e dove la figura di Berlusconi viene citata unicamente tramite la parola LUI. Parola di tre lettere come Dio e tale è la sacralità che usano i personaggi quando ne parlano. Lui che appare solo nella seconda parte collocato nella sua villa privata in Sardegna durante le difficoltà coniugali con Veronica Lario. Un Lui pasoliniamente laicizzato. Non uno sguardo indulgente dunque ma, al contrario, ironicamente blasfemo. Uno sguardo che svela il trucco (non quello composto da molto fard come sappiamo) di un uomo a cui tutti gli italiani, che lo abbiano votato o meno, che lo abbiano amato o meno, hanno creduto.

Difficile dare una valutazione conclusiva ad una prima parte di un film che non è definibile in maniera a sé stante. Tutto si potrebbe ribaltare ed il messaggio, sempre ce ne sia uno, potrebbe avere sapori completamente diversi.

Fare un film su Berlusconi e su questi temi ancora da metabolizzare nella storia del nostro paese è una scelta coraggiosa e che va premiata per il rischio corso. Un racconto tra immagini dure e metafore, tra visioni oniriche felliniane e gag da bagaglino. Un racconto dell’Italia nelle sue contraddizioni, nel suo svilimento e degrado. Una lente di ingrandimento di un graffito sulla Venere del Botticelli, di un ananas nella pizza, della parola apericena nel nostro dizionario.

Alessandro Alberghina

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Molly’s game – Recensione https://www.breakoff.it/mollys-game-recensione/ https://www.breakoff.it/mollys-game-recensione/#respond Tue, 24 Apr 2018 13:18:25 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12258

Se chiedessimo ad un fabbro di realizzarci una libreria probabilmente punterebbe su una composizione fatta per lo più di montanti e mensole d’acciaio. Un falegname punterebbe sulla qualità strutturale del legno e l’estetica delle sue venature. Un pittore invece giocherebbe con le armonie di colori, sui pieni ed i vuoti. Fa parte del loro background ...

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Se chiedessimo ad un fabbro di realizzarci una libreria probabilmente punterebbe su una composizione fatta per lo più di montanti e mensole d’acciaio. Un falegname punterebbe sulla qualità strutturale del legno e l’estetica delle sue venature. Un pittore invece giocherebbe con le armonie di colori, sui pieni ed i vuoti. Fa parte del loro background culturale ed esperienziale. E così Sorkin, tra i migliori sceneggiatori di Hollywood e premio Oscar per The Social Network, alla sua prima prova da regista punta tutto su una sceneggiatura incalzante fatta di dialoghi pungenti e sagaci che prendono spazio nel film come le esplosioni in quelli di Michel Bay o gli inseguimenti in Fast and Furious.

Una psichedelia di parole che rendono il film veloce e piacevole ma poco armonico nella sua globalità. A differenza del lavoro con Fincher, per esempio, dove i dialoghi si amalgamavano ad una fotografia raffinata ed ad un montaggio sonoro che distingueva ed esaltava i vari momenti del film su Zuckemberg dettandone i ritmi, Sorkin ha reso tutto più piatto dando comunque forza alla storia biografica su Molly Bloom.

Il film si basa infatti sul libro scritto proprio dalla stessa protagonista, interpretata dalla bravissima Jessica Chastain, in cui narra la storia che l’ha portata ad essere arrestata dall’FBI come organizzatrice di bische di poker per i personaggi più abbienti della società.

Molly nasce come una potenziale campionessa di sci malgrado una malattia congenita alla schiena, allenata da un padre inflessibile e pretenzioso, e che dovrà rinunciare a propri sogni di gloria a causa di un brutto incidente durante le selezioni olimpioniche. Si reinventerà tramite piccoli lavoretti che la porteranno, attraverso una serie di circostanze, a divenire segretaria e poi organizzatrice di una rete di personaggi interessati al mondo del gioco d’azzardo (anzi di abilità come precisa la protagonista) dove si mescolano affari e giochi di potere. Un po’ femme fatale, un po’ “l’anti-moglie”, un po’ psicologa, Molly si rapporta coi propri giocatori in maniera ambivalente fino a che la cosa non diventa un po’ troppo grande per una persona che vuole mantenersi sul limbo dell’etica e della legge.

Spettacolari sono le “sparatorie” tra lei ed il suo avvocato (Idris Elba), così come quelle con suo padre (Kevin Costner) in un crescendo costante che a tratti ti fanno rimpiangere le pause di Celentano ma di cui non si può non rimanere affascinati. La gestione di questo ritmo è resa però instabile e confusionaria dai continui spostamenti temporali della storia dove, tramite flashback, vengono ripercorse le vicende che da piccolo talento dello sci l’hanno portata ad essere il punto di riferimento di rockstar, attori e mafia russa sino al presente dove è costretta a difendersi con il suo avvocato da pesanti accuse.

Sorkin trova, al contrario degli aspetti tecnici, un ottimo equilibrio nella scrittura della trama tra gli aspetti torbidi della storia e le qualità psicologiche e morali della protagonista nonostante aleggi in maniera un po’ troppo eclatante un certo buonismo pro self-made woman, tipico della cultura yankee americana, dove si enfatizza la capacità di partire dal nulla, arrivare al massimo per poi cadere nuovamente senza evidenziarne la malizia machiavellica o comunque mettendola nettamente in secondo piano.

In conclusione Molly’s game è un gran bel film nonostante gli manchi lo spessore che forse registi più maturi avrebbero saputo dargli ma che si fa apprezzare per una storia vera che sembra un film.

Su quest’ultimo aspetto viene in mente Hitchcock che una volta disse: “Il cinema è la vita senza tempi morti”. Dopo la visione di questa pellicola verrebbe però da pensare che forse nella nostra epoca il concetto si è ribaltato ed è la vita che imita il cinema disdegnando i tempi morti che però per quanto annoino la caratterizzano e la rendono vera. E non un bluff come nel poker.

 

Alessandro Alberghina

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Ready Player One – Recensione https://www.breakoff.it/ready-player-one-recensione/ https://www.breakoff.it/ready-player-one-recensione/#respond Tue, 10 Apr 2018 15:49:54 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12186

Dopo il successo di The Post, Steven Spielberg torna al cinema con qualcosa di completamente diverso dimostrandosi ancora una volta uno dei registi più eterogenei della cinematografia mondiale. Ready Player One è un adeguamento del romanzo di Ernest Cline, il quale ha collaborato con Zak Penn (Last action hero) alla scrittura della sceneggiatura adattandola al ...

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Dopo il successo di The Post, Steven Spielberg torna al cinema con qualcosa di completamente diverso dimostrandosi ancora una volta uno dei registi più eterogenei della cinematografia mondiale.

Ready Player One è un adeguamento del romanzo di Ernest Cline, il quale ha collaborato con Zak Penn (Last action hero) alla scrittura della sceneggiatura adattandola al contesto visivo senza snaturare l’essenza del romanzo nonostante i vistosi cambiamenti.

Il soggetto è molto semplice. Siamo nell’anno 2045, in uno scenario semi-distopico, dove la Terra, trascurata, è stata lasciata andare nel suo lento ed inesorabile declino rendendola praticamente invivibile. Le persone si rifugiano perciò in OASIS, una realtà virtuale da vivere tramite piattaforme per la realtà aumentata dove ognuno può essere ciò che vuole, creata da una specie di guru a metà tra Jobs e Casaleggio, che alla sua morte ha deciso di donare il gioco e tutti i suoi averi a chi sarà in grado di superare alcune prove all’interno dello stesso gioco.

Per coloro che, molto superficialmente, in film quali La forma dell’acqua hanno visto analogie con Splash – Una sirena a Manhattan o la versione ittica de La bella e la bestia, la trama di questo film risulterà un evidente plagio a Tutti gli uomini del deficiente della Gialappa’s con Crozza e De Luigi. Fortunatamente nelle trame dell’arte cinematografica esistono sottotesti costruiti su forti strutture narrative che distinguono pur divertenti ciofeche da capolavori. Ready Player One non raggiungerà forse queste vette ma sicuramente diventerà un film iconico nel suo genere.

Iconico quanto le miriadi di citazioni inserite a secchiate una dopo l’altra per la gioia di nerd e millenials che entrano nel gioco in una sorta di caccia all’”easter eggs” che è anche l’obbiettivo degli stessi protagonisti del film. Easter eggs (per chi non lo sapesse sono contenuti nascosti, in informatica o nei film, da trovare tramite stratagemmi) non semplicemente visivi ma anche coreografici, scenografici, citazionistici o inserite nelle musiche meravigliose di Alan Silvestri che si autocita numerose volte strizzando continuamente l’occhio agli appassionati dei sui lavori.

Il film intrattiene su più livelli di assunzione, giocando con il pubblico ma allo stesso tempo lavorando su molti aspetti sociali e psicologici della nostra realtà attuale. Con un po’ di retorica Spielberg ci mostra un mondo dove reale e virtuale si equivalgono e le emozioni surrogate vengono messe sullo stesso piano di quelle reali. Un virtuale che non si ferma solo nella logica di una vita senza interazioni sociali reali ma dove l’estrema libertà creativa, dove l’unico limite è la fantasia che ognuno possiede, è di per sé una gabbia mentale in cui l’uomo si rifugia per non affrontare le proprie emozioni. Per certi aspetti è un Matrix consapevole e volontario.

Tecnicamente il film è ineccepibile nonostante forse l’eccessiva psichedelia delle scene action all’interno di OASIS che però avvolgono completamente lo spettatore togliendogli secondi di fiato. Bravi sia i giovani attori, che Spielberg riesce sempre ad esaltare, che Mendelsohn e Mark Rylance nonostante caratterizzazioni un po’ superficiali ma per certi aspetti secondari all’interno di un film visivamente barocco che ha puntato soprattutto all’aspetto intrattenitivo e che ha dovuto condensare tantissima storia all’interno di poco più di due ore. Ed anche per questo gli si perdona l’eccessivo uso della voce fuori campo.

In conclusione Ready Player One è un film veramente divertente, che viaggia con il ritmo incalzante di una canzone rap e che, come in quest’ultime, si riesce a far apprezzare anche non capendo tutti gli slang e riferimenti presenti. Un film quindi non solo per chi riuscirà a riconoscere la moltitudine di citazioni, ma anche per chi vorrà godersi una storia moderna sullo sfondo di una realtà cruda e malinconica ma con la leggerezza, genuinità e voglia di avventura in stile Goonies di cui, non casualmente, Spielberg era produttore ed inventore.

Alessandro Alberghina

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Il giustiziere della notte – Recensione https://www.breakoff.it/il-giustiziere-della-notte-recensione/ https://www.breakoff.it/il-giustiziere-della-notte-recensione/#respond Tue, 27 Mar 2018 17:35:43 +0000 http://www.breakoff.it/?p=12135

Remake del celebre ed iconico film del 1974, con Charles Bronson protagonista, Il Giustiziere della Notte di Eli Roth ricalca il genere “revenge” in chiave politicamente soft. Al contrario dell’originale, il tema della giustizia personale, della sfiducia nelle istituzioni, del facile uso delle armi da parte di dilettanti cittadini viene toccato marginalmente, anche se costantemente, ...

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Remake del celebre ed iconico film del 1974, con Charles Bronson protagonista, Il Giustiziere della Notte di Eli Roth ricalca il genere “revenge” in chiave politicamente soft. Al contrario dell’originale, il tema della giustizia personale, della sfiducia nelle istituzioni, del facile uso delle armi da parte di dilettanti cittadini viene toccato marginalmente, anche se costantemente, senza però essere incisivo in alcuna maniera.

La storia, un po’ Die Hard un po’ Io vi troverò, segue i moderni stilemi di questo tipo di film senza uscirne fuori, ad eccezione di alcune scene splatter, che forse sono servite a Roth (Hostel, Green Inferno, Cabin fever) per dare una piccola connotazione personale a quella che è, di fatto, la sua prima pellicola di cui non firma la sceneggiatura. Il risultato da questo punto di vista ne risente. Roth è un autore a cui è stato dato in pasto un film fuori dal suo genere ed a cui manca totalmente la sua visione trash e vagamente naif che lo hanno fatto apprezzare od odiare, ma comunque con una forte identità, nelle sue opere passate. Il giustiziere del 2018 invece non ha carattere nonostante sia apprezzabile l’uso della macchina da presa di cui però c’è molto mestiere e poca sostanza narrativa.

 

 

La storia tratta di Paul Kersey (Bruce Willis), un chirurgo abbiente che vive con una bella moglie ed una figlia disciplinata e studiosa in una classica villetta bianca contornata da alberi e pratini all’inglese ed illuminata da giornate di radioso sole. Il classico incipit di una vita oleografica che serve a rendere più rude il contrasto con l’aspetto violento e degenerante che andrà a susseguirsi. Moglie e figlia vengono aggredite nella loro casa in sua assenza e la polizia è inerme di fronte alla moltitudine di piccoli casi a cui non riescono a dare giustizia. Ed è proprio sull’idea di ottenere giustizia che il protagonista deciderà di divenire eroe/antieroe per riportare l’equilibrio in città e nella sua vita. Un chirurgo che di giorno salva vite estraendo i proiettili dai malcapitati e che di notte si trasforma nel Tristo Mietitore che i proiettili invece li spara su criminali e assassini.

Viviamo in un’epoca di remake, reboot e similari dove le idee nuove ormai fanno fatica a concepirsi e l’effetto nostalgico/rassicurante del già sentito o già visto agevola sicuramente il fascino di pellicole che per loro natura aggiungono poco a quanto già creato. Non è sbagliato riportare in auge trame e protagonisti che dopo 40 anni difficilmente possono avere ancora attrattiva nelle nuove generazioni. Sarebbe però giusto pretendere che venissero almeno attualizzati andando anche a migliorare aspetti tecnici forse impossibili ai tempi dell’originale. E non basta citare social, youtube, cellulari e aspetti superficiali del nostro essere contemporaneo. Molto più interessante poteva essere puntare sulle dinamiche delle paure ed insicurezze sociali attuali, dove il concetto di giustizia si ribalta secondo visioni politiche spesso diametralmente opposte.

In conclusione Il giustiziere della notte – Death Wish è un film piacevole che ti intrattiene poco più di un’ora e mezza con una storia che già conosci, anche se non hai visto l’originale, e che vivi nell’attesa di qualche plot twist che purtroppo non arriverà. Una sceneggiatura debole, nata in maniera travagliata nel 2006 con il ruolo di protagonista affidato a Stallone prima e a Liam Neeson poi, che alla fine è nata forzatamente più per motivi di volontà produttive che artistiche. Willis, D’Onofrio e Norris reggono bene e con personalità la scena nonostante una caratterizzazione dei personaggi molto superficiale e poco coerente all’interno della storia.

In pratica un’occasione persa di attualizzare un film che avrebbe avuto molto da dire anche in chiave contemporanea ma per cui non c’è stato sufficiente coraggio, dando priorità a logiche economico-pubblicitarie piuttosto che a valutazioni di ordine creativo-sociologico, che forse avrebbero fruttato meno spettatori nell’immediato ma avrebbe ricompensato il cinema di un film che aveva almeno una cosa in più da dire a 40 anni da quello che fu uno spartiacque del suo genere.

Alessandro Alberghina

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La forma dell’acqua (The shape of water) – Recensione https://www.breakoff.it/la-forma-dellacqua-the-shape-of-water-recensione/ https://www.breakoff.it/la-forma-dellacqua-the-shape-of-water-recensione/#respond Tue, 27 Feb 2018 17:11:44 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11927

Togliamoci subito il pensiero, The Shape of Water, decimo film di Guillermo del Toro, non è la versione pulp de La Bella e la Bestia. Non è Amelie che, nel suo favoloso mondo, si innamora del mostro della laguna nera. Non è solo una fiaba e non è un semplice film al limite tra fantasy ...

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Togliamoci subito il pensiero, The Shape of Water, decimo film di Guillermo del Toro, non è la versione pulp de La Bella e la Bestia. Non è Amelie che, nel suo favoloso mondo, si innamora del mostro della laguna nera. Non è solo una fiaba e non è un semplice film al limite tra fantasy e fantascienza. O meglio, è un po’ di tutto questo ma la cui somma crea qualcosa di assolutamente diverso, coadiuvato da una poetica e una libertà onirica delle immagini senza precedenti. La struttura della trama di base, precisiamo, è delle più classiche e poggia su logiche narrative antiche, dal modello aristotelico alla favolistica nera dei fratelli Grimm. Ma su questa struttura del Toro costruisce un prodotto che indaga lo scibile umano in tutti i suoi molteplici aspetti.

La storia tratta di Elisa (Sally Hawkins), un’addetta alle pulizie, muta, di una base governativa statunitense durante gli anni della guerra fredda tra USA e URSS. Essa si affeziona ad una creatura anfibia portata lì dall’Amazzonia, dove era considerata un Dio, per essere studiata e ottenere informazioni utili nella disputa scientifica con i sovietici.  I suoi unici amici sono la compagna di lavoro, di colore, Zelda (Octavia Spencer) e il suo coinquilino omosessuale Giles (Richard Jenkins), insieme ai quali dovrà lottare per salvare la creatura dal malvagio colonnello Strickland (Michael Shannon).

Evidenti sono i risvolti morali di questa fiaba gotica: dal tema della voglia di rivalsa degli emarginati della società americana, della paura del diverso, fino a quello sulla violenza verso un Dio, o simile, solo perché non sufficientemente ad immagine e somiglianza di quel che crediamo dovrebbe essere. Una società americana impersonificata magnificamente dal villain Strickland che in superficie conduce la classica vita patinata della middle class statunitense con moglie servizievole e figli da spot delle merendine, in una tipica casa da sitcom e che proietta nei propri beni economici il benessere e la superiorità nei confronti del resto della società. Un cattivo (una società) violento e razzista, denigratorio verso i più deboli e che vede nella propria autoaffermazione l’unico scopo di vita.

 

Ma i temi, le citazioni e i simbolismi in questo film si sprecano. Il tema degli opposti e dei contrasti, sangue e poesia, ricchezza e miseria, fragilità e onnipotenza, amore e violenza, bellezza e orrore che si inseguono rivalutandosi e mettendosi continuamente e reciprocamente in discussione.

Bellissima è la descrizione del rapporto tra Elisa e il cinema. Citando Caparezza “La vita è un cinema tanto che taci”, per Elisa quindi la vita è già un cinema che vive quotidianamente con la stessa forza immaginifica con cui gli altri guardano uno schermo.  O la ricorrenza dell’uovo, simbolo di fertilità, ciclicità, rinascita e considerato il contenitore più perfetto in natura. Contenitore di vita, di amore. Per non parlare ovviamente dell’acqua in cui del Toro ci ha sommersi sin dal primo minuto trasportandoci in questo sogno in apnea tramite riprese che fluttuano con una incredibile leggerezza. Questo anche grazie ad una fotografia eccezionale in cui ogni inquadratura è un’opera d’arte che ti trasmette esattamente la sensazione di vivere in un luogo limbo tra vita e sogno.

Tecnicamente poi il film ha una grammatica perfetta. Talmente armonico da risultare quasi un musical senza esserlo. Una sceneggiatura veloce accompagnata da una colonna sonora che scandisce la narrazione con la stessa sinuosità con cui la creatura nuota nell’acqua. Sullo spartito di del Toro infatti ogni elemento (strumento) cinematografico, come il suono della sveglia, le gocce dell’acqua, il timbro del cartellino, svolgono un ruolo fondamentale nel dettare i tempi armonici della pellicola.

La forma dell’acqua è un film che parla di molte più cose di cui una sintetica sinossi può descrivere. Elisa non è una semplice emarginata ma simbolo della vita nel suo infinito ciclo. La creatura, un po’ magica un po’ bestiale, appare in realtà più come un’allegoria dei nostri aspetti che odiamo e che crediamo orribili quando invece puoi scegliere di amarli e renderli divini. Perché il loro valore dipende solo dal contenitore che li contiene. Ed è proprio questa la forma dell’acqua. L’acqua ha la forma del suo contenitore e quella forma gliela diamo noi, siamo noi, con la nostra sensibilità e con la nostra cultura.

In conclusione La forma dell’acqua è un film che davvero ti trasmette il senso del piacere del cinema. Che dà il motivo per cui è nata la settima arte. Ogni senso appagato, ogni emozione suscitata, in endecasillabi di celluloide che danno il loro meglio dentro quelle quattro mura di pannelli fonoassorbenti. In pratica, se non si fosse capito, il film è estremamente consigliato.

 

Alessandro Alberghina

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The Post – Recensione https://www.breakoff.it/the-post-recensione/ https://www.breakoff.it/the-post-recensione/#respond Tue, 13 Feb 2018 15:41:49 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11824

Il nuovo film di Steven Spielberg narra la vera storia della pubblicazione dei documenti del Pentagono (i Pentagon Papers) riguardanti i segreti e le bugie sulla guerra in Vietnam nascosti per anni dalle varie presidenze USA. I documenti, copiati dall’analista militare Ellsberg, furono inviati inizialmente al New York Times nel 1971 con la guerra ancora ...

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Il nuovo film di Steven Spielberg narra la vera storia della pubblicazione dei documenti del Pentagono (i Pentagon Papers) riguardanti i segreti e le bugie sulla guerra in Vietnam nascosti per anni dalle varie presidenze USA. I documenti, copiati dall’analista militare Ellsberg, furono inviati inizialmente al New York Times nel 1971 con la guerra ancora in corso, e la loro pubblicazione scandalizzò la nazione creando moti di protesta vivissimi e l’ingiunzione di sospenderne immediatamente la pubblicazione.

Su questa base Spielberg costruisce però una trama differente non andando ad indagare nel profondo uno scandalo già di per sé molto conosciuto in America ed ormai approfondito in notevoli film. Il regista ci racconta altre due storie che viaggiano sullo stesso binario senza intrecciarsi o sovrapponendosi.

La prima riguarda il rapporto tra il potere e la stampa, sul ruolo del giornalista e del limbo deontologico sul quale questo mestiere deve correre dovendosi confrontare direttamente con il potere e mescolando i valori dei rapporti umani a quelli della propria professione. La seconda storia è invece quella di Katharine Graham, interpretata con grande sobrietà e forza da Meryl Streep, la prima donna editrice di un grande giornale.

Katharine Graham prese il controllo del Washington Post dopo il suicidio del marito che a sua volta era succeduto al padre della Graham per una sorta di logica patrimoniale secondo cui devono essere gli uomini a capo dei luoghi di potere. Tramite pochi passaggi ci viene mostrato infatti il ruolo in cui era inserita la donna di quegli anni, come ad esempio nella scena dove, finita la cena, uomini e donne si dividono fisicamente ed intellettualmente separandosi in posti diversi ed intavolando discorsi di diverso spessore.

Ma non è da questa prospettiva che il film vuole mostrare il coraggio ed il valore umano e professionale della protagonista. Non è la retorica del coraggio di una donna in quanto tale ma quello di una persona catapultata in un ruolo che forse non si aspettava avrebbe mai potuto assumere e che decide, per il bene del proprio giornale in crisi, ed all’epoca assimilabile ad un piccolo quotidiano locale, di mostrare agli americani l’illusione in cui stavano vivendo. Un coraggio però anche al servizio della verità in una sorta di orgoglio umano, in questo caso invece abbastanza retorico, delle persone normali che si ribellano al potere e che, tramite la volontà e la solidarietà di chi agisce in prima persona, decidono di affrontare il governo e le sue menzogne.

Spielberg confeziona un film da manuale del cinema tramite la sua capacità di adattare la tecnica alla storia contestualizzando ogni elemento in funzione di ciò che viene raccontato. Le musiche di John Williams e la fotografia di Kaminski accompagnano il film senza sovrastarlo riuscendo a calare perfettamente lo spettatore nelle atmosfere anni ’70. Nessun aspetto diventa difatti prima donna, comprese le prove d’attore di Hanks e Streep che si armonizzano completamente all’interno della vicenda. Potenti e bellissime sono le immagini delle rotative in funzione mentre compongono le pagine del quotidiano in una sorta di preparazione della battaglia dove al posto di forgiare lance e spade vengono forgiate le parole con cui si può colpire e conquistare il bene.

In conclusione The Post è un film tecnicamente perfetto che non ricerca le emozioni tramite facili scelte suggestionanti. Il ruolo della donna, della libertà di stampa, del popolo che si ribella vengono inseriti con un abito di classe e raffinato senza ricorrere a stratagemmi narrativi un po’ ruffiani che di fatto avrebbero reso meno “vera” una storia che rimane straordinaria nella sua essenza. Una straordinarietà che assume ancor più valore sulla base degli occhi di chi guarda, e per un americano che ha vissuto alle spalle queste vicende e che ora deve confrontarsi con le similitudini della presidenza Trump, non può che portare un effetto emotivo di gran lunga maggiore di quella che potremmo vivere noi non americani che forse non conosciamo molti aspetti attuali e passati della politica e geopolitica statunitense e di cui quindi non possiamo assorbirne tutta la sua forza.

Alessandro Alberghina

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Made in Italy – Recensione https://www.breakoff.it/made-italy-recensione/ https://www.breakoff.it/made-italy-recensione/#respond Wed, 31 Jan 2018 12:26:30 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11722

Made in Italy è il terzo film da regista di Luciano Ligabue a 20 anni dall’esordio di grande successo con Radiofreccia sempre con Stefano Accorsi protagonista. Passano gli anni, cambiano i tempi e gli occhi con cui si guarda il presente. Se in Radiofreccia Ligabue metteva in risalto i drammi esistenziali personali dei protagonisti di ...

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Made in Italy è il terzo film da regista di Luciano Ligabue a 20 anni dall’esordio di grande successo con Radiofreccia sempre con Stefano Accorsi protagonista. Passano gli anni, cambiano i tempi e gli occhi con cui si guarda il presente. Se in Radiofreccia Ligabue metteva in risalto i drammi esistenziali personali dei protagonisti di provincia, in Made in Italy mostra i drammi della società attuale. Una società tipicamente italiana, come suggerisce il titolo, che inevitabilmente può stritolarti all’interno dei suoi meccanismi arrugginiti e malamente manutenuti.

Riko (Stefano Accorsi) è sposato con Sara (Kasia Smutniak) in una storia tra alti e bassi, fatta di tradimenti ma anche dell’amore più vero e puro. In un contesto tipicamente ligabuesco con gli amici di una vita tra prese per il culo, discorsi schietti e duri dove ci si sbatte in faccia la realtà delle cose senza falsi e rassicuranti buonismi e la routine quotidiana fatta di uscite per locali, partite a carte e di un lavoro utile solo a tirare avanti. Una routine che in questo ingranaggio arrugginito del nostro tempo e del nostro paese diventa elemento portante su cui tutto si regge e che nel momento di incastro di uno di essi porta dietro tutto il resto in un’inevitabile distruzione.

Ligabue corre sul filo della retorica senza mai caderci portando sul grande schermo la visione di una parte del paese che facciamo fatica a mostrarci nonostante sia davanti ai nostri occhi quotidianamente. È la retorica dei pensieri inespressi e da cui fuggiamo catalizzando lo sguardo sui singoli problemi. Una società arrabbiata, frustrata e impotente che sta deludendo e rendendo inutili gli sforzi dei nostri padri: “Mio nonno ha tirato su questa casa, mio padre l’ha poi allargata, e io sono quello che non se la può permettere…”.

Il film nasce a seguito dell’omonimo concept album di cui segue il medesimo filo conduttore e di cui le canzoni sono in parte colonna sonora per l’intero film a cui si aggiungono pezzi rock quali Waterfront dei Simple Minds, Haven dei Psychedelic Furs e The whole of the moon dei Waterboys in una commistione non molto organica ed a tratti forzata anche se, singolarmente, scena per scena funzionano.

In una volontà poetica delle immagini d’ispirazione lontanamente felliniana senza l’esasperazione al limite della citazione tipica, per esempio di Sorrentino, il regista di Correggio mostra una maturità artistica notevole tramutando in chiave contemporanea alcune scene al limite del cliché grazie anche all’aiuto delle ottime interpretazioni di Accorsi, ormai abituato a ruoli simili e della Smutniak. Quest’ultima bravissima e calata perfettamente nella parte di una donna dalla bellezza vissuta e profonda, fragile e forte al tempo stesso che nel momento del bisogno diventa il pilastro portante della famiglia reggendo sulle proprie spalle il peso della sofferenza. Ed è così perché, citando Liga, in fin dei conti “Le donne lo sanno, che niente è perduto, che il cielo è leggero, però non è vuoto”.

In conclusione Made in Italy è un film interessante, che funziona nonostante qualche buco nella sceneggiatura, qualche forzatura registica ed una volontà di stare sempre sul filo della retorica col rischio di cadere in un film pretenzioso. È un film che parla d’amore in maniera non convenzionale, al sapore di lambrusco e pop corn, tra la verità ruvida di ciò che ci circonda e la frustrazione per la mancanza dei sogni idealizzati dall’artificiosità un po’ americana di quello che vorremmo vivere.

Alessandro Alberghina

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Vi presento Christopher Robin https://www.breakoff.it/vi-presento-christopher-robin/ https://www.breakoff.it/vi-presento-christopher-robin/#respond Tue, 16 Jan 2018 16:28:39 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11659

Vi presento Christopher Robin nasce sul filone dei film-biopic riguardante gli autori delle fiabe di fine ‘800 – primi ‘900 e la genesi dei loro prodotti più famosi. Iniziato nel 2004 da Neverland: un sogno per la vita di Marc Forster, passando da Saving Mr Banks, la bellezza di questi film sta nella esplicitazione del ...

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Vi presento Christopher Robin nasce sul filone dei film-biopic riguardante gli autori delle fiabe di fine ‘800 – primi ‘900 e la genesi dei loro prodotti più famosi. Iniziato nel 2004 da Neverland: un sogno per la vita di Marc Forster, passando da Saving Mr Banks, la bellezza di questi film sta nella esplicitazione del dolore, delle profonde angosce e tensioni emotive che hanno generato, contrariamente, racconti salvifici e di speranza. Un contrasto, forse reso più evidente dai prodotti finali Disney che epuravano molti aspetti crudi nascosti da patine oleografiche, che è stato spesso un marchio di fabbrica dei romanzieri più creativi di quegli anni.

Il film narra la storia di Alan Alexander Milne (Domhnall Gleeson) e della nascita dei personaggi di Winnie the Pooh. Segnato dagli orrori della prima guerra mondiale e del suo passato militare, il commediografo inglese fatica a riprendersi e ricollocarsi nelle quotidiane vicende familiari e lavorative. Sposato con la fredda e sprezzante Daphne (Margot Robbie), decide di trasferirsi nelle campagne inglesi di East Sussex dopo la nascita del figlio Christopher Robin. Scelta dovuta al tentativo disperato di lasciarsi dietro i demoni che lo affliggono e di ritrovare l’ispirazione per la scrittura.

Curtis, ormai esperto di film a tema biografico dopo quelli su Marilyn Monroe e Maria Altmann (Woman in Gold), ha la giusta intuizione di non limitarsi al mero racconto della nascita dei personaggi del bosco dei cento acri ma di puntare in particolar modo al contesto per cui nascono lavorando sulle dinamiche familiari di quegli anni, piene di paure per il possibile arrivo di nuove guerre in un misto di rassegnazione e nervosa attesa. Ma questi stessi elementi porteranno la famiglia Milne ad un distacco emotivo e ad una completa mancanza di calore umano all’interno del nucleo familiare. Si differenzia in questo solo il rapporto tra il bambino e la tata (una bravissima Kelly Macdonald), vera educatrice di Christopher e suo unico riferimento emozionale.

 

L’inaspettato successo del romanzo, che ha risposto all’esigenza mondiale di trovare un simbolo di amore e speranza, porterà però a nuovi conflitti tra l’autore e suo figlio, protagonista della storia, che si sentirà depredato dei pochi momenti intimi avuti con suo padre ed ora di completo dominio pubblico. Poco enfatizzato è l’aspetto opportunista dei genitori nei confronti del successo del loro figlio/personaggio oberato di interviste e vita sociale da star. Forse il faccino di Christopher Robin bambino, un po’ troppo pacioccone e mono espressivo, non esprime al meglio quello che, nella realtà storica, è stato uno degli aspetti più gravi da lui vissuti.

Il film scorre gradevolmente e linearmente senza grossi picchi emozionali. Non c’è la ricerca della lacrima facile e struggente né la volontà di esasperare il dramma della guerra. La fotografia è sobria ed una colonna sonora un po’ standardizzata ma perfettamente in linea ai film d’epoca di questo tipo. L’espressionismo registico viene messo in disparte per dare il ruolo di protagonista alla storia, con un carattere però forse troppo giornalistico, nonostante il genere biografico lo richieda, ma che forse meritava una maggiore volontà artistica che permettesse di sognare come è riuscito a fare l’orsetto Winnie negli anni ‘20 per il suo pubblico.

 

 

Alessandro Alberghina

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Assassinio sull’Orient Express – Recensione https://www.breakoff.it/assassinio-sullorient-express-recensione/ https://www.breakoff.it/assassinio-sullorient-express-recensione/#respond Tue, 02 Jan 2018 14:52:57 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11593

Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh è il riadattamento contemporaneo del famosissimo romanzo di Agatha Christie con protagonista Hercule Poirot interpretato dallo stesso Branagh. Evidenzio il termine contemporaneo per un motivo. Quale senso può avere la trasposizione di un grande classico di cui molti già conoscono la storia, grazie soprattutto al film del 1974 ed ...

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Assassinio sull’Orient Express di Kenneth Branagh è il riadattamento contemporaneo del famosissimo romanzo di Agatha Christie con protagonista Hercule Poirot interpretato dallo stesso Branagh.

Evidenzio il termine contemporaneo per un motivo. Quale senso può avere la trasposizione di un grande classico di cui molti già conoscono la storia, grazie soprattutto al film del 1974 ed alle varie serie tv, nel 2017? Due motivi su tutti: il primo è quello che i grandi romanzi devono mantenere un dialogo col presente per non perdersi in una qualificazione unicamente storica. Il secondo è il fatto di riportare in auge un genere ormai abbastanza spento. Il giallo. Puro e semplice senza visioni efferate, dinamiche action e trame esasperatamente contorte.

 

 

Un trailer leggermente fuorviante, tra scritte al neon e musica degli Imagine Dragons, che avrebbe fatto pensare ad una scelta di contemporaneità in stile Baz Luhrmann (Il grande Gatsby, Romeo + Giulietta) o alla Guy Ritchie (Sherlock Holmes); il prodotto finale è invece più sobrio, l’ambientazione anni ’30 è ben collocata in uno stile registico innovativo senza troppi effetti nostalgici/retrò. La fotografia, bellissima, con inquadrature da far invidia ai migliori wallpaper per smartphone o pc, sfrutta sapientemente l’uso del teal & orange in chiave “modernizzante” togliendo quella patina vintage di un prodotto abbastanza consumato da cinema e televisione.

Cinema e televisione che hanno prodotto notevoli Poirot, per molti versi fisiologicamente più simili alla “testa d’uovo” immaginata dalla Christie di quello di Branagh, che comunque riesce a dare una forte connotazione psicologica riguardante il senso di giustizia e dell’equilibrio delle cose. Inoltre, nonostante gli venga ripetuto più volte all’interno del film, quest’ultimo Poirot non è l’uomo buffo descritto dalla sua creatrice e ciò farà storcere il naso a molti puristi.

Molte altre piccole cose si distaccano invece dal riferimento cinematografico più importante quale è il film di Lumet come, ad esempio, l’abbandono di quel senso di claustrofobia dettato dalle visuali strette nei vagoni a favore di un più ampio respiro con numerose scene che si svolgono fuori dal treno. Oppure l’atmosfera noir dettata da musiche ed immagini, soprattutto nel momento della partenza del treno, a favore di una visione più gloriosa ed immaginifica che riporta alla mente, per certi versi, il varo del Titanic di Cameron.

Innovative e di grande effetto sono le scene del ritrovamento del cadavere (in stile Brian De Palma) ed il finale sorprendente (per chi non conoscesse la storia almeno) in cui non manca oltre lo svelamento del colpevole anche un interessante approfondimento filosofico su temi fortemente insiti nella mentalità del detective più in gamba del mondo.

Come nel film del ’74 però è la qualità del cast. Grandi nomi che ben svolgono la loro parte senza eccessi teatrali o di protagonismo. Da Judi Dench a Branagh, da Defoe a Michelle Pfeiffer che emergono nella coralità della storia, ottime sono anche le interpretazioni dei giovani Josh Gad (La bella e la bestia) e Daisy Ridley (Star Wars).

In conclusione speriamo che il buon successo di questo ritorno al cinema del giallo classico sia l’inizio di un franchising a tema Agatha Christie che riporti alle nuove generazioni un genere messo un po’ in soffitta negli ultimi tempi e che invece, da Poe a Doyle, ha saputo regalare personaggi memorabili.

Alessandro Alberghina

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Borg McEnroe – Recensione https://www.breakoff.it/borg-mcenroe-recensione/ https://www.breakoff.it/borg-mcenroe-recensione/#respond Tue, 12 Dec 2017 16:32:34 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11495

“Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura.” Inizia con questa citazione di Andre Agassi il film di Janus Metz Pedersen, regista danese, che preannuncia in questo modo le modalità con cui andrà a svolgersi la pellicola. Borg McEnroe infatti non è un semplice film sportivo-biografico ...

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Gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura.”

Inizia con questa citazione di Andre Agassi il film di Janus Metz Pedersen, regista danese, che preannuncia in questo modo le modalità con cui andrà a svolgersi la pellicola. Borg McEnroe infatti non è un semplice film sportivo-biografico ma indaga in maniera più profonda le personalità e i demoni di questi due uomini, tanto differenti quanto uguali per molteplici motivi.

La storia racconta i giorni precedenti la grande finale di Wimbledon del 1980 che vedrà scontrarsi i due protagonisti in quello che viene definito il più grande match della storia del tennis. Tramite flashback Metz ripercorre a ritroso la vita di Borg e McEnroe, mostrando i loro primi allenamenti, i loro sogni e le loro paure di adolescenti pieni di talento.

Borg è interpretato dallo svedese Sverrir Gudnason, molto somigliante e bravo a trasmettere le sfumature caratteriali del tennista scandinavo, mentre McEnroe, interpretato da Shia LaBeouf, è meno somigliante mostrandosi eccessivamente acerbo e distante da Borg nonostante i soli 3 anni di differenza.

Di fatto una critica che può essere fatta è questa distinzione eccessiva e voluta a favore di Borg che viene maggiormente caratterizzato e reso più campione di McEnroe di quanto non fosse in realtà. Nella realtà, infatti, l’atleta americano aveva già vinto numerosi tornei ed aveva già incontrato Borg, mentre nel film viene tutto semplificato in una sfida tra il talento emergente ed il campione pluripremiato, un po’ come poteva essere il primo Rocky nella sfida contro Apollo Creed.

Tra i primi riferimenti che possono venire in mente leggendo il soggetto del film c’è sicuramente Rush di Ron Howard, riguardante la disfida tra il meticoloso e tranquillo Lauda e l’irriverente e amante della bella vita Hunt. Ma a parte l’aspetto dicotomico, o apparentemente tale, dei protagonisti però, i due film sono molto diversi tra loro. Sia da un punto di vista registico che nel principio di approfondimento del tema di base. Se Howard approfondisce molto gli aspetti tecnico-sportivi dei due campioni, Metz punta più sui caratteri.

È vero che vengono evidenziati i loro aspetti di gioco, dove McEnroe aveva più classe e stile di un Borg che teneva la racchetta con due mani nel rovescio, ma è soprattutto nel mostrare la loro solitudine di numeri uno, la loro rabbia repressa e non, il riscatto sociale di Borg, l’immedesimazione sognatrice di McEnroe, incanalate in due figure opposte tra loro a cui punta questo lungometraggio di produzione scandinava.

Borg, dipinto come un Cristo esistenzialista, McEnroe invece è un talento puro avvolto in una personalità punk. Due facce diverse di una stessa medaglia che ben si esplica lungo la sceneggiatura di tutto il film in una tensione costante che culmina in un match a cui assistere in apnea.

Una regia sobria, dove spicca il match finale in un montaggio sonoro e visivo fatto di primi piani e silenzi assordanti, che riesce ad esaltare tutti gli aspetti che gli amanti di quella memorabile disfida attendevano vedere. Il tutto in una visione nordica e anti-spettacolare con una fotografia apparentemente analogica e dai colori caldi che riporta agli anni delle prime tv a colori dalle quali i fan hanno visto in diretta il match.

In conclusione Borg McEnroe non è solo un film per esperti di tennis o amanti dello sport in generale. È un biopic su due persone vere che sono riuscite a diventare i più grandi nel loro campo attraversando i problemi e le dinamiche di chiunque, scatenando sul campo tutto quello che vivevano fuori.

 

Alessandro Alberghina

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The Place – Recensione https://www.breakoff.it/the-place-recensione/ https://www.breakoff.it/the-place-recensione/#respond Tue, 28 Nov 2017 15:16:21 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11407

RECENSIONE THE PLACE di Paolo Genovese Dopo il grande successo di Perfetti sconosciuti, Genovese torna al cinema con un altro one set location ma con temi molto più ambiziosi e profondi. Se in Perfetti sconosciuti si indagava sull’altra faccia nascosta delle persone che conosciamo o, meglio, che pensiamo di conoscere, in The Place questa indagine ...

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RECENSIONE THE PLACE di Paolo Genovese

Dopo il grande successo di Perfetti sconosciuti, Genovese torna al cinema con un altro one set location ma con temi molto più ambiziosi e profondi. Se in Perfetti sconosciuti si indagava sull’altra faccia nascosta delle persone che conosciamo o, meglio, che pensiamo di conoscere, in The Place questa indagine avviene su se stessi portandoci a scoprire i nostri lati oscuri che, per remore psicologiche, tendiamo a nascondere a noi stessi.

 

Tratto (forse troppo) dalla serie tv The Booth at the End di Christopher Kubasik, The Place è un concept film girato unicamente all’interno di un bar dove un misterioso uomo (uno straordinario Valerio Mastandrea) vive giorno e notte scrivendo e leggendo sulla sua agenda ed incontrando persone per cui può realizzare desideri in cambio di azioni, spesso riprovevoli. Non sappiamo chi o cosa è lui. Un diavolo, un Dio, uno psicologo, il libero arbitrio, il destino oppure semplicemente non esiste. Il film gioca con lo spettatore rendendolo partecipe di ciò che succede lasciando completa interpretabilità nella testa di chi guarda.

Un film corale con un cast di attori straordinari e di grandissima levatura tecnica, una fotografia minimale e profonda ed una piacevolissima colonna sonora condita con una ciliegina finale di Marianne Mirage particolarmente coerente all’atmosfera del film. Una scrittura difficile e perfetta che mantiene la tensione fino alla fine nonostante la fissità scenica e la ridondanza coreografica delle azioni.

 

Nove personaggi ed otto storie si intersecano in questo gomitolo narrativo che piano piano si districa portandoci ad un finale sorprendente e misterioso. Chi vuole salvare suo figlio, chi vuol essere più bella, chi ritrovare la fede, chi incontrare la donna dei suoi desideri. Per qualunque desiderio c’è un’opportunità data dall’uomo, dopo un’analisi della sua agenda, che porta i suoi interlocutori a dover fare delle scelte utilizzando una specie di legge del contrappasso dantesco.

 

Le scene, intervallate da morbide dissolvenze, si “riposano” tramite gli interventi della cameriera del bar (Sabrina Ferilli) che è l’unica interessata all’uomo non per i suoi poteri, di cui sembra all’oscuro, ma per le sue capacità di rapportarsi alle persone e all’effetto che produce in esse.

 

Il film ha una struttura teatrale ma al tempo stesso ha qualcosa anche dell’arte letteraria. Il film infatti non è solo ciò che si vede ed avviene nel bar ma soprattutto ciò che non si vede ed è raccontato dai personaggi all’uomo misterioso. Due piani di assunzione delle vicende, una visiva ed una immaginifica (come appunto nei libri) che in qualche modo rendono lo spettatore elemento attivo di una parte del film.

 

La domanda di partenza del film è quella su cosa siamo disposti a fare per ottenere quello che vogliamo e nel contempo quindi anche capire chi siamo veramente. Ma soprattutto mette in moto una serie di riflessioni morali su noi stessi, sulla presa di coscienza delle nostre responsabilità (”Non riesco a credere che lei mi abbia spinto a fare una cosa così atroce.” ”Io non spingo nessuno.” ”Ma a volte sa, non è vero che siamo liberi di scegliere.”), su ciò che è bene e male e come siamo capaci di distinguerli e di rapportarcisi (“Sei in mostro!” “Diciamo che do da mangiare ai mostri”).

 

In conclusione The Place è un film che mancava nel panorama italiano, difficile e ambizioso, sia tecnicamente che nei temi come non succedeva dai tempi del neorealismo e dove ci si interroga su noi stessi e sulla società utilizzando stratagemmi tecnici un po’ incoerenti, come il fatto che venga dato un po’ tutto per scontato e non spiegato, nonostante aspetti al limite tra magia e religione, tra situazioni grottesche e coincidenze surreali ma che aggiungono fascino ad una storia che non è una storia ma semplicemente la rappresentazione di ciò che abbiamo paura di poter essere.

 

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Geostorm – Recensione https://www.breakoff.it/geostorm-recensione/ https://www.breakoff.it/geostorm-recensione/#respond Tue, 14 Nov 2017 15:57:20 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11368

Geostorm è scritto e diretto da Dean Devlin, alla sua prima prova da regista in ambito cinematografico. Devlin è stato sceneggiatore e produttore di film catastrofico-fantascientifici come Indipendence Day (il vecchio e il nuovo), Godzilla, Stargate e braccio destro di Roland Emmerich da cui sono evidenti influenze e citazioni stilistiche. Già dal trailer è infatti ...

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Geostorm è scritto e diretto da Dean Devlin, alla sua prima prova da regista in ambito cinematografico. Devlin è stato sceneggiatore e produttore di film catastrofico-fantascientifici come Indipendence Day (il vecchio e il nuovo), Godzilla, Stargate e braccio destro di Roland Emmerich da cui sono evidenti influenze e citazioni stilistiche. Già dal trailer è infatti possibile stabilire il tipo di film e dove si andrà a parare, e da questo punto di vista il film non delude affatto.

Geostorm ricalca tutti i cliché dei disaster movie americani, sia nella trama che nella qualità degli effetti speciali. Tra battute sarcastiche nel momento più critico e buoni sentimenti determinati dalle debolezze umane (siamo eroi ma pur sempre imperfetti) il film rispetta tutti i canoni dei blockbuster ad alto budget.

Si esce dal cinema intrisi di americanità ed è un po’ questa sincerità il suo pregio/difetto più eclatante. È di fatto un “cheesburgerfilm”. Come un McDonald infatti, non puoi mangiarlo sempre, non è di qualità, non ti dà un grande apporto nutritivo, però ogni tanto ti prendi la soddisfazione di mangiarlo. È intrattenimento allo stato puro senza la pretesa di qualcosa di più.

Jake e Max Lawson (Gerard Butler e Jim Sturgess) sono due fratelli con un rapporto travagliato, completamente diversi tra loro. Scienziato, coraggioso e avventuriero ma indisciplinato il primo, politico, ligio al dovere ed affidabile il secondo. Jake ha inventato e dirige il Dutch Boy, una stazione spaziale che regola una rete di satelliti atti a controllare le condizioni climatiche del pianeta Terra per impedire disastri meteorologici che hanno iniziato a colpirla. Come ogni cosa creata dall’uomo però, grazie alla sua indole autolesionista, anche un elemento di salvezza può diventare un’arma in grado di distruggere il pianeta in poche ore.

Il cast è completato da attori del calibro di Andy Garcia ed Ed Harris nei panni del presidente americano e del suo segretario di Stato, oltre ad Abbie Cornish in un tentativo originale di guardia del corpo decisamente sopra le righe.

Fuori dai canoni escono alcuni elementi interessanti. La modalità di risoluzione dei problemi da parte dei due fratelli, chi nello spazio con forza e astuzia, chi sulla Terra con l’intelligenza e sofisticatezza; la coralità multietnica dei vari personaggi (il problema ambientale ci riguarda tutti); l’aspetto giallo-spionistico per trovare il cattivo spietato (non così difficile a dire il vero), che nel panino sopracitato sono quella spezia esotica che ti lascia un po’ piacevolmente sorpreso.

Geostorm è un film attuale che punta l’attenzione sui possibili disastri dovuti al global warming e sulla potenzialità dell’uomo di poterli combattere attraverso il controllo climatico della Terra, argomento caro a molti complottari, anche se in questo caso tutto è fatto alla luce del sole senza però alcun approfondimento sugli aspetti etici riguardo l’intervento dell’uomo sulla natura e politici riguardanti gli aspetti governativi di tale potere.

Soprattutto in America, dove l’avvento di Trump ha di fatto ridicolizzato la salvaguardia dell’ambiente, un film simile può avere effetti positivi riattivando l’attenzione su un problema che, purtroppo, non ha nulla della finzione cinematografica. Un’attenzione però che forse sarà sempre un po’ smorzata dal messaggio di ogni film americano “alla Emmerich o Bay” che si rispetti dove, in fin dei conti, preoccuparsi troppo non serve perché tanto per ogni problema mondiale o universale esisterà sempre un cowboy sarcastico e di buoni sentimenti che, nonostante ogni tipo di osteggiamento, ci salverà.

Alessandro Alberghina

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IT e l’evoluzione della paura https://www.breakoff.it/it-levoluzione-della-paura/ https://www.breakoff.it/it-levoluzione-della-paura/#respond Tue, 31 Oct 2017 16:20:06 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11306

IT è tornato! Il personaggio creato da Stephen King nel 1986 riappare nel nuovo film di Andrès Muschietti uscito in Italia il 19 ottobre, 27 anni dopo la miniserie televisiva che terrorizzò la generazione dei millenials, in particolare quella nata negli anni ’80. Due film imparagonabili da molti punti di vista. L’IT del 2017 è ...

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IT è tornato! Il personaggio creato da Stephen King nel 1986 riappare nel nuovo film di Andrès Muschietti uscito in Italia il 19 ottobre, 27 anni dopo la miniserie televisiva che terrorizzò la generazione dei millenials, in particolare quella nata negli anni ’80.

Due film imparagonabili da molti punti di vista. L’IT del 2017 è un film vero, realizzato con un budget importante, con tecnica e attori di tutto spessore. La serie degli anni ’90, vista oggi, risulta ai limiti del ridicolo malgrado l’ottima interpretazione di Tim Curry. Eppure nonostante tutto quest’ultimo aveva qualcosa capace di toccare le paura più profonda dei ragazzi.

Il nuovo IT è molto più esplicito, con scene splatter e violente dove la paura non è semplicemente suggerita ma mostrata, grazie anche ad una CGI ottima ed un montaggio sonoro ben fatto nonostante l’uso eccessivo del jumpscare.

IT non è un semplice film di paura ma un film sulla paura. Un’analisi psico-sociologica su ciò che l’uomo teme soprattutto negli anni preadolescenziali, punto dove si interrompe la prima parte della storia. Pennywise infatti è un essere mutaforma capace di mostrarsi ad ogni singolo bambino con le sembianze della sua peggiore paura e che si nutre del terrore che ha ispirato.

È interessante notare come in quest’ultimo film certi mutamenti sono cambiati o elusi, rispetto sia al romanzo che alla versione televisiva. Spariti mummie, licantropi e mostri di Frankenstein, le paure sono trasmesse da personaggi meno ancestrali e più sovrannaturali.

Rispetto a 30 anni fa infatti sono cambiate le paure e siamo cambiati noi (rivolgendomi ai millenials di cui prima). Era sufficiente mostrare meno perché la paura era di fatto l’ignoto che veniva riempito con la propria fantasia.

In una società multimediale e super-social però non esiste più questo spazio, che deve essere quindi riempito con quanto di più possibile orrorifico sia immaginabile dal regista. Non è un caso infatti che negli ultimi anni i sottogeneri dell’horror come i torture porn (Hostel, Saw, etc) abbiano avuto un peso importante nella distribuzione cinematografica. Esplicitazioni grafiche che però non toccano le corde più profonde dell’inconscio come faceva il vecchio IT, soprattutto nella forma di Pennywise, il clown ballerino.

Il clown per Stephen King (e non solo) è infatti il personaggio più inquietante della sua infanzia. Esiste anche una fobia certificata, la coulrofobia.

D’altronde il pagliaccio è un uomo mascherato che fugge da qualsiasi interpretazione dei suoi intenti. Una persona risulta inquietante quando non si capisce se sia da temere o meno. Un individuo truccato con il disegno di una posticcia bocca sorridente che non per forza combacia con la vera espressione del suo volto è un aspetto terribile per la sicurezza che un bambino ricerca in un adulto.

Un altro aspetto interessante in IT è il ruolo dato agli adulti. Complici ed in simbiosi con l’entità demoniaca a malapena si accorgono dei fatti truci che avvengono nella cittadina di Derry. Un’interpretazione può essere che le paure degli adulti sono diverse, meno archetipiche e basate sulle influenze della società. I personaggi inquietanti diverrebbero semplici attori del grottesco. A meno di non far apparire esattori delle tasse o taglia-teste aziendali.

King mostra un mondo degli adulti che ha perso la speranza, dove la paura ha vinto creando un luogo dove nessuno ha paura.

Ed è un po’ questa la morale: le paure non vanno sconfitte, vanno affrontate. Devono essere mantenute in un limbo dove se troppo alte ti paralizzano, se troppo basse non ti motivano. E per affrontarle devi andarle a cercare in prima persona, come faranno i Losers all’interno delle fogne, che altro non sono che la metafora dell’inconscio. Un luogo oscuro in cui è difficile andare ed in cui è facile perdersi. Aspetto, quest’ultimo, fondamentale del romanzo e poco curato in entrambi i film a causa della quasi impossibile trasposizione cinematografica.

Per cui se avete perso le vostre paure, andate a cercarle, prima che un palloncino rosso torni a cercare voi.

 

Alessandro Alberghina

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Come ti ammazzo il bodyguard – Recensione https://www.breakoff.it/come-ti-ammazzo-il-bodyguard-recensione/ https://www.breakoff.it/come-ti-ammazzo-il-bodyguard-recensione/#respond Tue, 17 Oct 2017 12:22:00 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11230

Come ti ammazzo il bodyguard è una action-comedy perfettamente divisa nei due generi. Quasi come se avessero preso un copione di un film con Liam Neeson e uno con Steve Carell mescolandoli come fa un croupier con un mazzo di carte. Non è la parodia di un film d’azione ma nemmeno un action riempito di ...

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Come ti ammazzo il bodyguard è una action-comedy perfettamente divisa nei due generi. Quasi come se avessero preso un copione di un film con Liam Neeson e uno con Steve Carell mescolandoli come fa un croupier con un mazzo di carte.

Non è la parodia di un film d’azione ma nemmeno un action riempito di frasette umoristiche in stile Die Hard. Sta esattamente a metà in un equilibrio quasi perfetto. Da questo punto di vista Hughes fa un lavoro discreto e mediamente originale ma il risultato finale rimane ambivalente.

I contrasti stilistici che fanno di film come Kick-Ass dei piccoli gioielli cinematografici in questo caso non funzionano. Elementi e tematiche crude come il genocidio o attacchi terroristici simili a quelli veramente vissuti in Europa, associati a gag con suore, doppi sensi ed infiniti “Motherfucker!” strappa-risate si annientano vicendevolmente invece di potenziarsi.

Il titolo inoltre entra di diritto tra le peggiori traduzioni cinematografiche (anche se in cima alla classifica difficilmente verrà spodestato il classico “Se mi lasci ti cancello” di M. Gondry) in quanto fuorviante sia nella determinazione del genere che della trama. Forse anche i distributori non sapendo che pesci pigliare, hanno puntato ad un pubblico giovane in cerca di parodie, viste anche le citazioni in locandina e nel trailer di “The Bodyguard” con la Huston e Kostner non presenti poi nel film.

Girato tra Londra e Amsterdam, The Hitman’s Bodyguard tratta la storia di Michael Bryce (Ryan Reynolds), una guardia del corpo meticolosa ed infallibile fino a quando un suo prestigioso cliente viene ucciso sotto la sua tutela. Avvenimento che lo porterà al declino della propria vita professionale e privata. A causa di una serie di circostanze si troverà a fare la guardia del corpo di Darius Kincaid (S. L. Jackson), un sicario spietato che in passato ha cercato più volte di uccidere i suoi clienti e ultimo uomo rimasto in grado di testimoniare contro un ex presidente e genocida bielorusso che ha ormai fatto uccidere tutti i testimoni dei suoi crimini.

Il film scorre piacevolmente attraversando tutti gli stereotipi del “buddy movie” e degli action in generale ma grippando di tanto in tanto con elementi della trama malamente inseriti ed effetti speciali che si alternano tra l’ottima fattura e il b-movie.

Probabilmente la produzione travagliata di questo film ha fatto sì che molte cose nascessero quasi come superfetazioni aggiunte in corsa piuttosto che legate sin dall’inizio. Funziona bene la coppia Jackson-Reynolds nonostante sembrino parodie di loro stessi ma assolutamente sprecati sono i ruoli dati a Salma Hayek e Gary Oldman, poco approfonditi ed inseriti troppo debolmente nella trama.

Vengono anche affrontati, marginalmente, interessanti aspetti dicotomici dei personaggi su chi è veramente buono o cattivo, giusto o ingiusto e le loro posizioni morali nei confronti della vita, ma come detto in precedenza la volontà borderline della regia toglie forza a questi aspetti che si perdono nella leggerezza identitaria della storia.

In conclusione l’opera di Hughes risulta un film cacofonico sempre in bilico tra un blockbuster ed un film per la televisione. Un film che probabilmente sin dall’inizio non sapeva cosa voleva essere e che poteva avere alla base delle buone potenzialità.

Rimane comunque un buon prodotto di intrattenimento senza troppe pretese, magari da vedere al cinema nei giorni in cui è possibile sfruttare qualche offerta.

 

Alessandro Alberghina

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Baby Driver – Recensione https://www.breakoff.it/baby-driver-recensione/ https://www.breakoff.it/baby-driver-recensione/#respond Wed, 04 Oct 2017 12:31:29 +0000 http://www.breakoff.it/?p=11137

Una rapina, la fuga, un’auto che sfreccia nel traffico sulle note di Bellbottoms dei Blues Explosion nel completo silenzio dei protagonisti. Iniziano così i primi 6 minuti dell’ultimo lavoro scritto e diretto da Edgar Wright. Un concentrato adrenalinico di generi cinematografici che con una sapiente e curata regia si amalgamano alla perfezione tra loro sovrapponendosi ...

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Una rapina, la fuga, un’auto che sfreccia nel traffico sulle note di Bellbottoms dei Blues Explosion nel completo silenzio dei protagonisti. Iniziano così i primi 6 minuti dell’ultimo lavoro scritto e diretto da Edgar Wright.

Un concentrato adrenalinico di generi cinematografici che con una sapiente e curata regia si amalgamano alla perfezione tra loro sovrapponendosi con limitate gerarchie: dall’action al sentimentale, dalla commedia al pulp, dal poliziesco al musical.

Baby driver è la storia di Baby (Ansel Elgort), un ragazzo affetto da acufene con un passato triste e tormentato che si prende cura del proprio patrigno invalido e che è innamorato della dolce cameriera Deborah (Lily James). Una persona buona ma anche un genio silenzioso della fuga in auto, assoldato da un misterioso boss a cui deve ripagare un debito passato.

La trama non è tra le più originali di Hollywood (vedi The Driver con Ryan O’Neal o il più recente Drive con Ryan Gosling) ma la caratterizzazione dei personaggi è molto approfondita dove il bene e il male, i buoni e i cattivi si mescolano fluidamente in un montaggio veloce ma che non lascia nulla di irrisolto.

Baby, è un ragazzo che tenta di isolarsi dal mondo che lo circonda dietro ai silenzi della sua voce, agli occhiali da sole ed alle sue cuffiette, e che cerca di rimarginare le cicatrici sul suo volto attraverso spericolati inseguimenti al ritmo delle musiche del suo iPod. Una maschera forzata che usa nel tentativo di recuperare ciò che ha perso da bambino tramite quello che si può definire una coazione a ripetere dell’inconscio. Riesce perciò, nonostante le poche battute e l’inespressività del volto, a creare una forte empatia dando una profondità inaspettata al personaggio.

Ma dietro questa maschera non c’è un eroe fumettistico in lotta con folcloristici villain ma un eroe che lotta contro le proprie paure, contro la debolezza umana, contro il dolore della vita quotidiana. La sua capacità/superpotere non è una dote innata ma uno strumento per rimediare ad un passato che ormai non cambierà più.

Leggermente più deboli gli altri personaggi. Doc (Kevin Spacey) è uno spietato criminale dalla personalità ambivalente ma, in questo caso, le sue azioni appaiono forzate per adeguarsi alle volontà di sceneggiatura; Jamie Foxx, e il resto della banda, tengono bene i ruoli senza eccedere in protagonismi che avrebbero tolto forza al protagonista.

Tra lunghi piani sequenza, inseguimenti spettacolari e bellissime canzoni pop, il film scorre piacevolmente come un lungo videoclip di quasi due ore senza mai cadere in una superficiale leggerezza. La musica in particolare la fa da padrona. La colonna sonora del film è nel contempo quella della vita di Baby. Le sgommate e i testacoda sono sincronizzati con gli incisi delle canzoni, non per volontà di montaggio ma perché così funziona la sua mente.

Nonostante i toni da commedia, i colori saturi delle immagini e le battute umoristiche di ottimo livello (migliori di molte commedie brillanti, una su tutte, l’equivoco delle maschere per la rapina) inserite splendidamente nel film, la tensione rimane sempre alta. La fragilità emotiva del protagonista e di Deborah, catapultati in un mondo crudo e violento, fatto di gambe spezzate e uccisioni ciniche, propone un contrasto che ti mantiene in apprensione fino alla fine.

In conclusione sicuramente l’aspetto più interessante di questo film è l’essere riuscito a bilanciare vari generi creando qualcosa di completamente nuovo. Forse era possibile osare qualcosa di più sul finale dolce-amaro che però rimane coerente con i contrasti e le ambivalenze psicologiche e stilistiche del film.

 

Alessandro Alberghina

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