mercoledì 20 Gennaio 2021 - 10:54

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Alta tensione

Sebastian era in una stanza di ospedale. Non tollerava l’odore di Betadine, gli faceva venire l’emicrania.
Svegliatosi come da un lungo sonno ebbe voglia di bestemmiare.
Si sentì solo, emarginato, bastonato da Dio, e molte altre cose insieme. Aveva il voltastomaco al solo pensiero di essere in quel postaccio, tra mura sporche di dolore; se si concentrava poteva persino sentirle raccontare storie di morte e di guarigione.
Aveva dimenticato il perché si trovasse lì: i suoi ottantadue anni lo avevano completamente rimbecillito.
Non era la prima volta che gli capitava di dimenticare; ad esempio, per colazione di solito spremeva le arance ma se mollava lo spremiagrumi per liberare la vescica, anche solo per due minuti, quando rientrava in cucina e trovava il tavolo in rivoluzione: «Sono entrati i ladri!», sbraitava.
Quel giorno di fine novembre, però, aveva rimosso qualcosa di più importante.
Fece mente locale: non doveva avere niente di troppo grave. Si sentiva come se gli fosse passato un treno addosso, questo sì, ma niente gli faceva credere di essere in fin di vita. Si consolò pensando al fatto che, con molta probabilità, non avrebbe tirato le cuoia in quel luogo dell’orrore. Avrebbe preferito morire di crepacuore piuttosto.
In quel pomeriggio piovoso si scoprì seduto sul letto ortopedico; le caviglie gli tremarono nel tutone da ricovero.
Poco dopo uno slancio grintoso lo portò in piedi.
Le sue ossa emisero uno scricchiolio spaventoso. Il vecchio pensò che l’avvolgibile di una delle porte a vetri dello chalet in cui aveva passato l’infanzia, tra le Alpi svizzere, avrebbe fatto lo stesso cric-cric se qualcuno lo avesse tirato su in quel momento, a distanza di settant’anni.

Suzanne alzò l’avvolgibile nella stanza di suo figlio: era da poco fatta l’alba. La luce entrò liquida, formidabile.
Non c’era neanche un minuto da perdere: sarebbero andati, come tutte le mattine, a pescare le trote nel Ticino. Sebastian compiva dodici anni quel giorno e aveva poca voglia di slacciarsi le coperte di dosso.
In verità amava la vita da pescatore: le attese infinite, il silenzio, il lungofiume tagliato in due dal ponte di Sesto Calende, i piedi a mollo nell’acqua, il profumo dell’erba umidiccia; amava persino il boato del treno che, di tanto in tanto, squarciava la valle.
Quella mattina pescò tre trote, tutte più lunghe di ventiquattro centimetri: «Diventi ogni giorno più abile con la canna», si congratulò Suzanne.
Il Ticino era verdognolo, pieno di fiamme azzurre e dorate; e versava, come sempre, in una pace quasi irreale.
Suzanne e suo figlio rientrarono a casa solo quando il sole affogò del tutto in mezzo ai monti.
Il padre rientrò dai boschi poco più tardi con le braccia piene di legna da ardere. Accesero il fuoco e festeggiarono con una torta alla frutta, la preferita di Sebastian.
Iniziò a piovere copiosamente. La litania della pioggia veniva spesso interrotta da qualche ululato in lontananza. Tutta l’acqua che vomitarono le nuvole trasformò il cortile dello chalet in un acquitrino impraticabile.
Suzanne ordinò a suo marito Rod di entrare il bull terrier in casa; l’uomo non perse tempo e zoppicò oltre la porta. Non passò molto che il cane invase il salotto, scodinzolando: puzzava di zolfo e di urina.
Rod si rese presto conto di non avere più il mazzo di chiavi in tasca: «Porco demonio!», strepitò.
Sebastian che era appollaiato in cima alle scale decise di fare l’eroe e si fiondò verso l’uscio.
Sbirciò tra i cespugli soffermandosi sopra le due grandi piante di tiglio: le chiavi non erano da nessuna parte.
Aveva quasi perso le speranze quando notò un luccichio metallico provenire dal bordo della cuccia del bull terrier.
In quell’esatta frazione di secondo un tuono colpì il generatore di tensione, a pochi metri dall’ingresso principale dello chalet; si creò, istantaneamente, un campo elettromagnetico nel quale guizzarono scintille bluastre e accecanti.
Sebastian agguantò il mazzo di chiavi e spiccò una corsa. Per rientrare in casa fu costretto ad attraversare la grande nube elettrica e, prima che arrivasse alla porta, ne fu risucchiato.
Per un attimo il suo cuore cessò di battere.

Il vecchio arrancò sul pavimento lucidissimo. Notò un giornale aperto sopra il tavolo: due macchie di caffè coprivano la faccia del primo ministro neozelandese.
Lesse la data: 15 novembre. Un sorriso smunto illuminò la sua faccia. Era il suo compleanno! Che ci faceva il giorno del suo compleanno in un ospedale? Doveva sicuramente avere una moglie, un gatto e dei figli da qualche parte. E perché non erano lì con lui, accanto al suo capezzale?
Un tanfo di minestrina aggredì le sue narici, arrivava dal corridoio. Un attimo dopo una donna con il fisico di un lombrico entrò nella stanza. Portava un piatto sopra i polsi.
«Cosa ci fa in piedi? Si rimetta a letto, è ora di cena», strombettò l’infermiera.
«Mi sono appena alzato, mi voglia capire. Mi sentivo le gambe ingessate, avevo bisogno di sgranchirmi. Lasci pure il piatto qui sul tavolo. Cosa c’è da mangiare?».
«Il brodo e il pollo alla lionese», biascicò il lombrico.
Sebastian ebbe un urto di vomito. Non aveva fame.
Come un razzo nel buio si fece spazio un ricordo nella sua mente: sua madre gli preparava sempre la torta alla frutta per il suo compleanno.
L’infermiera intanto scivolò via insieme al carrello portavivande.
Fuori la finestra una pioggia mollissima, stentata, brillava sotto i lampioni. Sebastian si mise a sedere e restò a guardare oltre i vetri, assorto.
Ben presto l’acquerugiola divenne un acquazzone coi fiocchi.
Il vecchio spalancò la finestra e allungò il braccio oltre il davanzale: voleva che la pioggia suonasse il valzer di Strauss sulla sua pelle, il Wiener Blut.
Si sentì riappacificato con se stesso. La sua anima divenne un tutt’uno con la falange atmosferica fatta di nuvole, cime di alberi e parabole satellitari; credette di acciuffare il jingle dell’immensità e lo strinse forte sul cuore.
Sarebbe anche potuto morire in quel momento. Tutto era perfetto, tutto era come lo aveva sempre sognato.
Un tuono di diecimila ampere si scagliò sulla centralina elettrica sul lato ovest del fabbricato ospedaliero. Ci fu uno schizzo di fuoco, veloce, raccapricciante: si sollevò dal quadro e da lì si innervò in una specie di ragnatela elettrostatica. La strada che correva accanto all’ospedale si illuminò improvvisamente.
Una goccia di pioggia bucò la coltre ad alta tensione e atterrò sul parabrezza di una Range Rover che passava da lì: uno dei due tergicristalli, infine, la catapultò in direzione del braccio del vecchio.
Una scarica lo travolse e andò lungo per terra, privo di conoscenza.

Sebastian, con il mazzo di chiavi in una mano, fracassò a terra pesantemente. Si risollevò subito, con una prontezza inaspettata. Aveva preso una bella botta.
Per prima cosa si accorse di essere tutto cosparso di fango e melma. Dov’era finito? Un attimo prima era in un ospedale dimenticato da Dio, e adesso? Adesso si trovava in una casa, una casa che gli ricordò subito lo chalet della sua infanzia.
Azzardò qualche passo con il panico in faccia.
Una figura flessuosa si appiattì sulla porta del sottoscala e un barlume rosso, irruento, le rigò il vestito:
«Sebastian!», tuonò la donna: «Sei tutto sporco! Potevi lasciare uscire tuo padre o prendere un ombrello almeno! Guarda come ti sei combinato…».
Sebastian era il ritratto dello sgomento. Pensò che se il suo vecchio cuore malato non lo avesse tradito in quel momento allora non lo avrebbe più fatto. Non lo sapeva ancora ma stava per fare i conti con l’agonia del dubbio, quella più terribile, hitchcockiana.
Alle spalle della sconosciuta c’era uno specchio in cui vi trovò la silhouette di un bambino.
Svenne di colpo.
Al suo risveglio si trovò steso sul letto. La stanza aveva le pareti color lattuga e sembrava proprio quella in cui era cresciuto. Ma che scherzo era quello? Abortì uno scatto d’ira. Qualcuno si stava prendendo gioco di lui, non poteva essere che così.
La donna di prima riapparve nell’anticamera: era bella, di una bellezza solenne e provata; la pelle lattiginosa e gli occhi grandi come nocciole.
«Chi è lei, signora?», domandò Sebastian.
«Hai preso una botta più forte di quanto pensassi, Seb», rispose e si posizionò sul ciglio del letto.
«Seb?», solo sua madre e sua moglie lo chiamavano così: «Sei tu mamma?», riprese con la voce rotta.
«Certo che sono io, chi vuoi che sia?».
Sebastian posò la sua mano liscia sulla guancia di Suzanne: morbida, più morbida di un petalo di geranio.
Il bambino si sentì il cuore nello stomaco. Ebbe subito voglia di riempirla di baci e lo fece, senza pensarci due volte. La baciò insaziabilmente. Suzanne rimase interdetta: suo figlio non l’aveva mai baciata in quel modo.
Tutto a un tratto Sebastian si bloccò e la mente gli si annuvolò. Un pensiero terrificante si fece spazio in lui: sua madre venne uccisa quando lui era bambino, il giorno successivo a quello del suo dodicesimo compleanno.

Il vecchio si drizzò sui gomiti e poi, con uno sforzo lombare, riuscì a portarsi in posizione eretta. Riusciva a vedere a malapena ma alla fine mise a fuoco: una stanza di ospedale? Ma come c’era finito?
Poteva aver perso l’equilibrio mentre rientrava nello chalet; forse aveva sbattuto la testa contro i ciocchi da ardere, quelli che suo padre ammonticchiava ai bordi della porta di servizio. “Dev’essere andata così”, si rassicurò.
Non sentiva più il peso delle chiavi nella mano così si guardò il palmo: era molliccio e grinzoso. Ma non era tutto: le chiavi erano scomparse nel nulla.
«Mamma! Papà! Dove siete finiti?», uggiolò.
Nessuno rispose, solo l’eco della sua voce alterata dalla raucedine. Non gli restò che togliere il disturbo: uscì dalla porta e si trascinò lungo l’andito. Prese velocità sebbene ogni passo gli pesasse quanto una libbra di piombo.
Trovata una porta d’emergenza la aprì con forza e uscì nel parcheggio; il temporale finì per spintonarlo con la sua rabbia oscura.
Il vecchio fu presto esausto ma continuò a marciare con passo sostenuto.
Quando le sue ultime forze erano sul punto di lasciarlo, un impermeabile ocra lo sostenne da un braccio.
«Che ci fai qui fuori, Sebastian? Vuoi forse ammazzarti?».
«Voglio andare via. Ti prego, portami via da questo posto. Mia mamma…», cercò di spiegare in preda a un’insufficienza renale, ma la signora nell’impermeabile lo interruppe: «Va bene, calmati adesso però. Ti farai venire un infarto. Nel pomeriggio mi ha chiamato il dottor Schweizer e mi ha detto che sei finalmente risultato negativo al coronavirus. Sono venuta per portarti via. Entriamo adesso, dirò al dottore di dimetterti».
Quando furono in macchina Sebastian rabbrividì: non ricordava già più cosa fosse accaduto dopo aver incontrato la donna nel temporale.
«A pensare che all’inizio non vedevi l’ora di ricoverarti perché non mi sopportavi più. Te lo sei forse dimenticato?», rise la donna afferrando lo sterzo.
Svoltarono in una strada bruciata dai lampioni e alla fine l’automobile oltrepassò un cancello di ferro zincato. La donna aiutò il vecchio a salire i gradini antiscivolo.
La casa era calda. Le pareti esalavano un profumo di roast beef e di candeggina. Sebastian si lasciò cadere sul divanetto ad angolo; poi ruppe in lacrime.
«Che ti prende Sebastian?», si informò la donna, preoccupata.
A quel punto si tolse il cappuccio: il suo volto era rigato e custodiva due piccoli occhi grigiazzurri. I capelli più bianchi della neve.
«Voglio tornare a casa».
«Dove pensi di essere adesso? Siamo a casa, caro. Andiamo in stanza così ti togli di dosso quei vestiti fradici».
Sebastian era infreddolito e spaventato. Per tutto il viaggio in macchina non aveva fatto altro che guardarsi nello specchietto retrovisore: un vecchio, un povero triste maledetto inutile vecchio.

Era un nuovo giorno sul passo della Novena; le allodole cantavano a festa sopra gli abeti rossi.
Sebastian non chiuse occhio per tutta la notte: non riusciva a smettere di pensare a quello che gli era capitato. A turbarlo più di ogni altra cosa era la consapevolezza che, il giorno seguente, sua madre sarebbe stata ammazzata. Non ricordava esattamente come, sapeva solo che avrebbe pianto come una fontana rotta al suo funerale.
Partì di buon mattino per il fiume insieme a Suzanne e questa volta non pescò nemmeno una trota. Con i piedi a mollo e la canna sotto il gomito ritrovò un’immagine nella sua memoria: il corpo angelico di sua madre adagiato nel feretro. Non concepiva come si potesse torcere anche solo un capello a quell’angelo della misericordia.
Suzanne si fece dietro di lui, quatta quatta, e gli disse qualcosa; voleva che prendesse la strada del ritorno in modo che fosse a casa prima che suo marito rientrasse dai boschi. Lo avrebbe dovuto aiutare a tirare il grasso del maiale per ricavarne la sugna.
Sebastian accettò di buon grado: era fuori allenamento, non pescava da più di cinquant’anni e non vedeva l’ora di svignarsela. Si avviò allora lungo la golena, da solo, con la sacca da pescatore in spalla.
Il suo cuore era forte, pompava sangue con la forza di un geyser. Aveva dimenticato come ci si sentisse ad essere giovani e robusti; avere ottant’anni era un inferno, non avrebbe augurato a nessuno di arrivarci vivo.
Diventare adulto per lui aveva significato solo avere preoccupazioni in più da portarsi sul groppone; senza parlare del fatto che una brutta Luna, nel corso degli anni, aveva spento ad uno ad uno i suoi sogni più innocenti; i terremoti ormonali invece erano finiti troppo in fretta, tanto da essere subito sostituiti da quelli gastrointestinali.
Per fortuna il Sebastian dodicenne non aveva niente da spartire con tutto ciò. Eccolo, Mister Saetta, pronto alle imprese più straordinarie, alle più proverbiali indigestioni da gelato.
Trascinato da un impeto gioioso saltò nelle erbacce, in mezzo all’ibisco e ai ligustri gemmati; poi iniziò a correre a rotta di collo. Solo quando ebbe esaurito l’aria nei polmoni si lasciò cadere accanto all’argine di un torrente. Steso a pancia in su rimase a contemplare il cielo con le sue nuvole di panna montata.
Improvvisamente ricordò: il cadavere di sua madre fu ritrovato sepolto tra gli arbusti, non troppo distante da dove usavano mettersi a pescare.
Scattò in piedi, tremava. Come aveva potuto lasciare sua madre da sola sapendo che proprio quel giorno sarebbe stata uccisa?
Riprese a correre, ma a ritroso: doveva salvarla, doveva evitare che quell’angelo della misericordia venisse sacrificato ingiustamente.

Il Sebastian ottuagenario si ficcò nel pigiama di flanella. Oltre le finestre la sera era pacifica e traboccante di stelle: tanti puntini fosforescenti distanti milioni di anni luce l’uno dall’altro.
«Ma quindi noi siamo sposati? Nel senso che ci vogliamo bene come una mamma e un papà?», domandò il vecchio quando fu di nuovo nel soggiorno di fronte alla signora dai capelli di neve.
La signora, dall’altra parte, rimase spiazzata; non capiva, poi finalmente colloquiò: «Certo Seb, siamo sposati e ci vogliamo bene proprio come una mamma e un papà».
«Che cosa incredibile!», urlò Seb con sorpresa.
Anche la donna senza nome si era preparata per la notte; indossava una vestaglia lunga decorata con stampe di frutta. Continuava a guardare suo marito senza capire: “Hai fame?”.
«No, per ora no. Sai di cosa ho voglia?», riprese Seb: «Di prendere una boccata d’aria. Mi piace il profumo che c’è dopo un temporale».
«Adesso?».
«Sì, proprio così. Hai voglia di farmi compagnia?».
«Non so, siamo in pigiama e fuori fa piuttosto fresco».
Alla fine si infilarono le giacche e scesero nel cortiletto; portarono con sé una coperta doppio pile. La signora dai capelli di neve ebbe l’impressione di star assecondando il capriccio di uno scolaretto.
La sera era veramente fresca; non pioveva più e nell’aria si spandeva un odore di ozono così pungente da ottundere l’olfatto.
Il vecchio tirò un respiro estasiato, gonfiando entrambi i polmoni di petricore. La moglie lo lasciò fare, dopodiché parlò:
«Possiamo rientrare?».
«Aspetta, restiamo ancora un po’».
La luce della luna traballava fra i rami di un ciliegio.
«Va bene. Ma solo qualche altro minuto, ho i piedi ghiacciati», concluse lei, ancora incredula che l’uomo al suo fianco fosse suo marito.
«Viviamo da molto tempo insieme?», chiese il vecchio.
«Direi proprio di sì, da fin troppo», fu la risposta.
«Secondo lei come riescono gli adulti a restare insieme così tanto tempo senza mai annoiarsi?».
«Mi hai sul serio dato del lei? Spero che il dottor Schweizer abbia ragione e il coronavirus ti sia passato come dice», replicò la moglie sempre più esterrefatta: «Comunque non la so la ragione. Quando io e te ci conoscemmo, se ricordi, ci siamo detti che ci saremmo vissuti giorno dopo giorno; voglio dire senza farci troppi programmi. Che poi farsi dei programmi a cosa serve? Ti svegli un giorno e ti scappa il cane, tua madre resta vedova e devi accudirla anche se è una iena; aggiungici la frustrazione di non aver avuto figli perché il tuo utero è made in China, eccetera eccetera. Il punto è che in tutto questo manicomio potresti non riuscire a sopportarlo anche un marito brontolone indisponente e sparascorregge», nel mentre che finì la frase scoppiò in una risata fragorosa.
«Il marito brontolone indisponente e sparascorregge sarei io?», chiese Seb con tutta la curiosità del bambino che aveva dentro.
La moglie del vecchio non riusciva a smettere di sghignazzare.
«Stavo scherzando, sciocco», ricominciò pulendosi le lacrime con il polso: «Tornando seri, la chiarezza di intenti. Credo sia stato questo l’ingrediente vincente».
Sebastian fece un passo in avanti e staccò un’azalea da uno dei vasi che costeggiavano il perimetro dell’abitazione; infine lo posò nella mano della vecchia signora. Quest’ultima fissò il fiore con uno sguardo a metà tra lo stupore e la gioia. Una nuova lacrima, questa volta di commozione, le tremolò sulla palpebra.
«Morale della favola, nonostante odiassimo entrambi i programmi abbiamo finito per sposarci», ricordò la vecchia stringendo l’azalea nel palmo. Sebastian ascoltava e per niente al mondo si sarebbe sognato di rovinare quel momento. Sapeva di essere troppo acerbo per riuscire a trovare qualcosa di adeguato da dire, così tacque.
«Che cretini eh?», proruppe la signora accucciandosi nella coperta.
«Cretini?».
«Sì, siamo due cretini, dovremmo impegnarci un po’ di più e mandarci al diavolo una volta per tutte», scherzò e fece una risata più simile a un colpo di tosse che a una risata.
La lacrima di prima le luccicava ancora in mezzo alle ciglia.

Mister Saetta era tornato al fiume per salvare sua madre. Aveva le tempie in fiamme. Nel punto dove l’aveva lasciata non c’era più: informicolato da capo a piedi per lo spavento non riusciva a pensare.
Si inoltrò poi in un sentiero che si apriva in un terrapieno; per entrarci dovette superare un recinto sfasciato e cedevole.
Trecento metri più in là visualizzò l’ombra di un uomo: era incappucciato e strattonava dal braccio una donna gracilina. “Mamma!”, gridò Seb nella sua testa. Non perse neanche un secondo e, approfittando della vegetazione, si mosse inosservato tra i liriodendri che erano seminati di qua e di là. Raccolse da terra un ceppo piuttosto solido e si avvicinò il più possibile all’assassino; questi, proprio in quel frangente aveva tirato fuori dalla tasca un coltello da carne: lo teneva saldo nella sua mano di minatore, con l’altra soffocava i vagiti della donna. Era lì per scorticarle la gola quando Sebastian si slanciò su di lui colpendolo violentemente con il ceppo, all’altezza della cervicale. L’urto fece finire Suzanne in un cumulo di terra artificiale; qui poté finalmente piangere a piena gola.
Sebastian raggelò quando vide in faccia l’assassino privo di sensi: era suo padre. Non capiva, tanto meno volle capire lì per lì. Rammentò solo che le forze dell’ordine non erano mai riuscite a mettere al fresco il colpevole: l’arma del delitto non era stata ritrovata; e poi, non c’erano impronte sul cadavere perché il malvivente aveva probabilmente usato dei guanti. L’omicidio era stato studiato nei minimi dettagli e con una precisione scrupolosa; o come asseverarono i poliziotti: “maniacale”.
Suzanne, riconosciuto suo figlio, trovò le forze per levarsi. Abbracciò Sebastian con le unghie e pianse ancora, forsennatamente.
Il cielo si corrucciò di nuovo e scaricò tutta la pioggia che aveva conservato; una pioggia gelida e intossicante. Di lì a poco un fulmine sarebbe caduto sulla testa di Sebastian.

I due anziani erano da poco tornati in casa tenendosi sottobraccio.
«Adesso ho una certa fame», annunciò Sebastian togliendosi il giaccone.
«Ti va se cuciniamo qualcosa insieme?».
«Ma io non so cucinare».
«Lo so perfettamente questo. Facciamo come sempre, io cucino e tu mi passi le cose».
I due si misero presto all’opera con tanto di grembiulino alla vita. Avrebbero preparato della semplice pasta asciutta. Sebastian si offrì di riempire la pentola d’acqua; e dopo riuscì perfino a metterla sui fornelli.
«Seb lo sai che oggi sei proprio un’altra persona?», mormorò la donna preparando il formaggio per la grattugia.
«Che dire? Stasera si è risvegliato il bambino che ho dentro; sono lo stesso di sempre, vedi? Ho la pelle che mi penzola, e questa faccia poi…», si indicò una guancia con l’indice: «è più stropicciata del mio compito di matematica. Credimi, il Seb con cui hai parlato ieri è lo stesso con cui stai parlando adesso. È solo che oggi sono riuscito meglio delle altre volte a non pensare al fatto che siamo tutti marchiati da un’età, tipo i maiali che scotenna mio padre».
Da fuori arrivò il suono scrosciante della pioggia: aveva ricominciato. Sebastian anticipò la moglie nel farsi verso l’anticamera per accostare la porta esterna. Non appena si protese al di là dello stipite un fulmine cadde sull’elettrodotto che dominava il tratto stradale e così, una copiosa scintilla prodotta dall’esplosione di un cavo dell’alta tensione atterrò su di lui.

Il Sebastian dodicenne scoprì sé stesso ad abbracciare sua madre nel cuore di una campagna imbrunita.
Pioveva a dirotto. I capelli di Suzanne erano madidi ed esalavano un buon profumo; questa non piangeva più per la paura ma per la felicità. Si sentiva fortunata di essere scampata alla morte e di avere il suo unico figlio tra le braccia.
Sebastian, rapito da quell’abbraccio, si sforzò di capire dove si trovasse ma senza successo; in ultimo decise di godersi quel momento eterno perché, dopo aver incontrato sé stesso da vecchio sapeva che non sarebbe durato per sempre.
Il Sebastian ultraottantenne invece comprese subito che, anche quella volta, sua moglie lo aveva salvato: chi poteva averlo fatto evadere dall’ospedale se non lei? Si chiese come potesse dimenticarsi di lei alcune volte. Aveva spesso bestemmiato contro l’inventore dell’Alzheimer ma non era servito a molto: il patatrac era stato già fatto. “L’Alzheimer è come il clacson nelle macchine”, si disse fermo sulla porta: “ormai esiste e nessuno può più immaginare un mondo senza clacson; così, allo stesso modo, non si può immaginare un mondo senza Alzheimer e senza vecchiaia”.
Poi vide il piatto di pasta asciutta che fumava sul tavolo.
«Al diavolo la vecchiaia!», pensò ad alta voce, e si accomodò per cenare con sua moglie.

Fine.

Antonello Mortato.

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Responsabile categoria READING per Breakoff.it // scrittore & poeta // ama viaggiare e scrivere e/o scrivere viaggiando // nel tempo libero legge, suona la chitarra e si dà alla vita mondana // obiettivo: navigare in sogni illusoriamente irrealizzabili e trasformarli in realtà.

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