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A Night at the Odeon - Recensione ⋆ Breakoff  

mercoledì 5 Ottobre 2022 - 13:42

A Night at the Odeon – Recensione

queen a night at the odeon

 

Tutti i bambini hanno la propria storia preferita e non vogliono sentire ragioni, puoi cercare di inventarne di nuove ma non c’è verso, vogliono solo quella.

Il bello è che ogni volta vedrai sul loro viso la stessa espressione di meraviglia ad ogni passaggio, anche il più banale, e ti trovi a chiederti quali pensieri e quali Fantasie popolino la loro giovane mente, quali sogni li accompagneranno grazie a quella storia così preziosa.

Non confesserò mai, neanche sotto tortura, qual è stata la mia, ma ho avuto modo di scoprire col tempo che con la musica succede più o meno la stessa cosa: per quanto tu provi ad aprirti verso realtà diverse, alla fine torni sempre a quei classici intramontabili, quelli che ti hanno fatto battere più forte il cuore o che ti hanno regalato particolari emozioni.

Non c’è niente da fare, i Queen sono di diritto tra le favole musicali più riuscite, soprattutto quelli dei primi cinque album, appena sfiorati dai due storici greatest hits (mi rifiuto di riconoscere il terzo), i più rock e anche i più sperimentali.

La vigilia di Natale del ’75 i nostri tengono un concerto all’Odeon Theater e per l’occasione presentano il loro nuovo singolo, un brano su cui conviene fermarsi un secondo e aprire una parentesi:

“ Freddo Mercury è un genio, il genio è soprattutto intuizione e fantasia, e come tutti i geni sa benissimo che l’ispirazione può venire in qualunque momento, persino nel sonno” (in fondo Keith Richards aveva concepito in sogno l’immortale riff di “Satisfaction”).

Per tale motivo decide di dormire con una tastiera appoggiata sopra il suo corpo, per prepararsi ad ogni evenienza; e proprio in una di queste notti il nostro si sveglia di colpo e inizia a suonare una melodia appena sognata, e in poco tempo questa diventa una canzone.

Dopo averci lavorato sopra con il gruppo decide di proporla come singolo di lancio del nuovo album, ma la casa discografica è contraria per via della lunghezza impopolare. Qui Freddy gioca il suo asso nella manica: lascia il brano a un amico Dj, con la promessa di tenerlo segreto; quest’ultimo ovviamente farà tutt’altro e la canzone passerà in radio un numero imprecisato di volte, raccogliendo sempre più consensi. La casa discografica a questo punto si convince. E ancora oggi, a quarant’anni di distanza, “Bohemian Rhapsody” è LA Canzone manifesto dei Queen”.

Tornando al concerto, la versione qui proposta di “BR” è accorciata e posta in medley con “Killer Queen” e “The March of the Black Queen”, ma l’intreccio si rivela particolarmente riuscito e di grande suggestione.

 Il resto dell’esibizione è un concentrato di quasi tutto il meglio dei primi tre dischi, dalle più note “Now I’m here” e “Seven Seas of Rhy” e alla divertente “Keep Yourself Alive”,  passando per l’epicità di “Ogre Battle”  e la solenne “In the lap of the Gods”.

Inutile spendere troppe parole sulla prestazione del gruppo, impeccabile nella tecnica come nel coinvolgimento, Freddy in primis, o sull’intera tracklist, un’occasione in più per convincere i soliti ottusi a non soffermarsi sul poco che viene pubblicizzato ma ad andare oltre, fino a riscoprire le gloriose origini di un gruppo che non ha scritto la storia, è stato ed è ancora oggi storia.

Certo, di live dei Queen ne sono usciti in gran quantità e qualità e quest’uscita presenta poche sorprese rispetto allo splendido “Live at the Rainbow” dell’anno scorso (e relativo ai tour di “Queen II” e “Sheer Heart Attack”), ma poco importa, visto che si tratta pur sempre di unafavola tra le nostre preferite. Una storia che fa sempre piacere risentire, non tanto per risentirci bambini, quanto per ricordarsi perché tra tante strade abbiamo scelto quella del rock. E allora, oggi come ieri e come sempre

God save the queen!

Enrico Spinelli

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