venerdì 18 Settembre 2020 - 17:41

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A casa tutto bene

Il suono acuto e intermittente squarcia l’oscurità e si fa strada tra le pieghe del sogno che sto facendo, che già non ricordo più. Cinque minuti, cinque minuti soltanto, promesso. Cinque minuti e mi alzo.
Ma non è la sveglia, non può esserlo perché il cellulare non vibra e non si illumina, e poi ieri sera l’ho spento, e soprattutto che cazzo di sveglia fa questo suono?
È la sirena di un’ambulanza. È ancora lontana, in un punto del quartiere in cui le cose si sono già messe male.

Era un bel sogno, comunque.
Ora distinguo il rumore delle gocce sul vetro della finestra, un’altra notte è passata. Piove, la primavera continua a nascondersi nella penombra perenne che avvolge le occasioni mancate, e io sono già in ritardo, com’è normale che sia.
Ma non è oggi quel giorno. Mi rigiro, e intanto una consapevolezza molliccia raggiunge il cervello: stamattina non devo andare da nessuna parte, perché oggi è domenica. È un mese che non devo andare da nessuna parte. Oggi è domenica, ogni giorno è domenica.
Mi metto a sedere nel letto, poi mi stendo di nuovo.
Il suono della sirena si fa sempre più forte, più vicino. Spero non sia questo il suo punto di approdo, questa strada, questo palazzo, ma sembra proprio di sì, così provo a ricordare se negli ultimi giorni, salendo le scale con le buste della spesa, ho incontrato qualcuno, gli ho sorriso, gli ho detto buongiorno, se ho respirato la sua stessa aria, e penso di nuovo che prima di tutto questo era molto meglio, peccato che non me ne sono mai accorto.

Esco sul balcone e mi accendo una sigaretta. Ha smesso di piovere, da qualche minuto un raggio di sole incerto fa capolino tra le nuvole, anche se sembra ci stia già ripensando.
La città è deserta, i cani abbaiano festosi, hanno il monopolio del rumore. Per strada c’è solo un uomo sulla sessantina con pochi capelli e una vecchia polo slabbrata di un viola un po’ stinto. Tra le mani ha una busta della farmacia, la tiene ben in vista. Si guarda intorno, la mascherina bianca calata sul naso e sulla bocca, negli occhi l’ansia di un rapinatore che sa che il colpo si poteva organizzare meglio.
Tiene d’occhio l’inizio della strada, poi si gira dall’altra parte: via libera. Si siede su una panchina, e mentre lo fa alza lo sguardo verso il mio balcone. I nostri occhi si incontrano, ci scrutiamo per qualche secondo: io potrei dirgli di tornare a casa, lui potrebbe dirmi di farmi i cazzi miei. Questa consapevolezza sembra inibire entrambi, perché nessuno dei due fa un cenno, un movimento, niente di niente. Inizia a sembrare uno spaghetti western, e sta per partire Ennio Morricone in sottofondo quando distolgo lo sguardo e rientro in casa.
Il caffè è pronto. Inclino la macchinetta e guardo il liquido scuro e fumante riempire la tazzina, prenderne la forma. Forse è questo che bisogna fare, prendere la forma degli eventi, adattarsi. Non abbiamo altra scelta, no?

Se la mattina è complicata, il pomeriggio è francamente impossibile. Un ammasso di ore tra un meme e un altro meme che si srotolano pigramente e si avvitacchiano su sé stesse e si fanno lo sgambetto, ciascuna a reclamare un’attenzione immeritata e poi a girarsi dall’altra parte, la cena che se ne sta sempre due passi più in là.
Metto a fare un altro caffè, perché non ho niente di meglio da fare. Dalla tv Fiorello mi invita di nuovo a stare a casa a giocare a Monopoli.
Uniti ce la faremo, dicono tutti, uniti ma distanti, e poi cantano canzoni affacciati al balcone.
Forse sto bevendo troppi caffè, meglio fare una camomilla.
Certezze, ecco quello che viene a mancare in questo periodo. Le influencer si truccano male, gli opinionisti non hanno opinioni e il ciuffo del Presidente della Repubblica è fuori posto, qualcuno ha detto aprite e qualcuno ha detto chiudete e anziane showgirl avvolte nella luce eterna dicono eterno riposo dona a loro signore mentre il governatore minaccia i neolaureati col fuoco e le fiamme. La politica si è ricordata dei neolaureati, finalmente.
Magari mi faccio un caffè e ci butto dentro un po’ di camomilla.
È un momento difficile, lo è davvero, o magari è soltanto un’altra challenge su Instagram. È un momento difficile, lo è davvero? O è solo un’altra serie tv?

Mi siedo sul divano e aspetto. Il muro del salotto ha perso il fascino che aveva ieri. Sta per iniziare un documentario sui mormoni, e penso che forse ci siamo, forse i mormoni mi aiuteranno ad arrivare sano e salvo all’ora di cena.
Cosa succederà, dopo? Saremo gli stessi di prima? E come eravamo, prima? È questo che si chiedevano, gli occhi di quell’uomo seduto sulla panchina, prima di esortarmi a farmi i cazzi miei.
E mi viene di nuovo in mente che prima tutto era meglio, prima di tutto questo, e forse eravamo addirittura felici, peccato che non ce ne siamo mai accorti.

A quanto pare anche i mormoni hanno perso il loro fascino. Tanto vale guardarmi un altro film, in un modo o nell’altro bisognerà pure arrivarci all’ora di cena.
Il film inizia, va avanti per conto suo. In questi giorni ne ho visti troppi, ormai sono i film che guardano me. Quando giro per casa o mi affaccio alla finestra fingo che i miei occhi siano una macchina da presa, anche se non sono mai soddisfatto dell’inquadratura.
Metto in pausa, prendo il cellulare e inizio a parlare con persone con cui di solito non parlerei.

Un’altra cosa manca, la fretta. I gesti e le parole rassicuranti della fretta, ora non posso-ti chiamo domani-sono a lavoro-ti faccio sapere-passa a studio-ci organizziamo-magari per il weekend. La fretta è dovuta agli impegni, e gli impegni sono dovuti al terrore di sé stessi, e allora palestra lunedì yoga martedì calcetto mercoledì piscina giovedì pizza e cinema venerdì, e poi il lavoro, gli aperitivi, le relazioni, tutto pur di non restare più di cinque minuti da soli nella propria testa. E adesso che si fa? Che rimane, adesso che anche andare dal panettiere assomiglia a un film d’azione?
L’ora di cena è arrivata. Mangio in silenzio, mentre penso a tutto questo e non mi rendo conto di quanto sia fortunato a poter passare le giornate a pensare a tutto questo.

Il suono acuto e intermittente squarcia l’oscurità. Piove, la primavera continua a nascondersi nella penombra perenne che avvolge le occasioni mancate, e io sono già in ritardo, com’è normale che sia.
E oggi è proprio quel giorno, non è mai domenica e non ho il tempo di pensare, perché sono un infermiere, sono un dottore, sono un poliziotto e un commesso del supermercato e porto il cibo agli anziani e in tv hanno detto che devo restare a casa, anche se io una casa non ce l’ho mai avuta.

Roberto Oliva

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Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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