giovedì 15 novembre 2018 - 13:45

L’uomo sul treno – Recensione

Jaume Collet-Serra torna al suo amore per Liam Neeson ed impacchetta il quarto film con l’attore irlandese che spara a cose e salva persone.

 

La trama è questa: un pendolare (Neeson) sul treno di ritorno da casa viene avvicinato da una donna misteriosa (Vera Farmiga) che gli dice di avere pronti per lui ben centomila dollari nel caso riuscisse a trovare un uomo presente sul treno entro la fine della corsa. Il nostro eroe, appena licenziato e bisognoso di soldi, accetta e quello che inizia come un gioco si tramuta fermata dopo fermata in qualcosa di molto più serio e pericoloso.

La regia mi è piaciuta molto, il livello tecnico del giovane regista spagnolo è veramente alto e lo si nota dal modo in cui riesce a costruire il suo puzzle narrativo con un linguaggio tanto frammentario quanto preciso ad ogni taglio. La continuità visiva è sempre garantita da un uso incredibile del montaggio e delle regole cinematografiche che Collet-Serra riesce ormai a manipolare a proprio piacimento.

Le sequenze iniziali sono di gran lunga le migliori con queste scene che raccontano diversi momenti di una stessa storia che si ripete all’infinito e che si intersecano tra loro con un’armonia difficilmente riscontrabile altrove. Il regista utilizza lo strumento cinematografico per raccontare un concetto semplice, quello della routine e lo fa con la bellezza del più classico dei taglia e cuci. Iniziare un film in questo modo non è da tutti e mi ha predisposto molto bene al resto, tanto da farmi giustificare anche tutti quei momenti in cui per soddisfare la sua ricerca artistica si avvale in maniera pure abbastanza abbondante della CGI per entrare ed uscire dai vagoni del treno e per dare quel pizzico di spettacolarità ulteriore alle tante, troppe, scene d’azione. Sempre bello l’effetto vertigo messo in uno dei momenti topici della storia e che tradisce, al di là dei computeroni, una formazione classica di altissimo spessore.

 

Mi aspettavo qualcosa in più, invece, dalla fotografia firmata da Paul Cameron, lo stesso, per intenderci, dell’ultimo Pirati dei Caraibi e che in questo film si attiene al minimo sindacale senza regalare immagini particolarmente degne di nota.

Un film di cui non si sentiva molto il bisogno ma che intrattiene abbastanza bene, non risulta mai troppo noioso, con delle scene di combattimento apprezzabili (soprattutto per i long take) ma che comunque difetta dell’ahimè ormai solito cliché dei combattenti che si caricano di botte “che la metà basta” ma che sono capaci di uscire da tranvate in piena fronte come niente fosse pronti a continuare la battaglia per altre decine di minuti di pellicola. Cose terribili di certo cinema moderno che non accetterò mai e che continuerò a deridere ogni qual volta ne avrò la possibilità.

 

In definitiva, un film che tra un mese nessuno ricorderà causa la troppa voglia di raccontare l’ennesima roba con Liam Neeson che salva cose nonostante la bontà di alcuni messaggi come, ad esempio, la visione di certa polizia e la presenza di un regista che spero lasci perdere questo tipo di cinema d’azione per dedicare il suo talento a qualcosa di più autoriale ed interessante per tutti i palati fini che sicuramente lo aspettano già a braccia aperte, pronti a vedere raccontate storie ben più stimolanti di questa.

 

Tony Ruggiero

About The Author

Tony Ruggiero

Sono un regista, vivo di cinema e guardo un botto di film // Faccio recensioni dal 2014 e penso sinceramente che il cinema sia il posto più bello del mondo // Scrivo di getto, senza fronzoli e in maniera del tutto indipendente.

Related posts

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close