giovedì 15 novembre 2018 - 13:35

Uno a zero

0-0, e mancavano solo venti minuti alla fine. I pochi spettatori, perlopiù amici dei giocatori e qua e là alcuni anziani che non sapevano come passare il sabato pomeriggio, seguivano con scarsa attenzione ciò che succedeva in campo. Leonardo Picchi si trovava nell’unico punto in cui era sicuro che nessuno sguardo si sarebbe mai posato, il terzo seggiolino della panchina a bordo campo, quella più vicina agli spogliatoi. Quel pomeriggio di inizio dicembre le aveva provate tutte per attirare l’attenzione dall’allenatore: a metà del primo tempo si era alzato in piedi e aveva fatto finta di sgranchirsi le gambe, poi si era schiarito più volte la voce e aveva iniziato a tossire sempre più forte, ma non c’era stato niente da fare. In compenso, a un certo punto l’allenatore gli aveva allungato una caramella per la tosse.
Durante l’intervallo, poi, aveva seguito il mister nello spogliatoio, dove insieme al resto della squadra lo aveva ascoltato bestemmiare a gran voce e maledire ripetutamente il destino, la vita e soprattutto il difensore centrale della squadra avversaria: quel pomeriggio, a quanto sembrava, il piccolo bastardo si era trasformato in Beckenbauer.
Leonardo aveva aspettato che il mister finisse il suo discorso, poi lo aveva guardato speranzoso aspettando che annunciasse il cambio tanto atteso. Non era successo. Il mister si era limitato a dire ai terzini di stare più alti e ai centrocampisti centrali di aggredire il portatore di palla, poi si era soffiato il naso.

Verso l’ottantesimo minuto il grande momento sembrò essere arrivato: il regista della squadra, Francesco, si impossessò della palla a metà campo e fu brutalmente atterrato dal numero 4 avversario, un tizio barbuto e tracagnotto che sembrava più un galeotto appena scappato di prigione che un sedicenne, come invece affermava il suo tesserino. «Ma che cazzo! Arbitro, ESPELGILO!», gridò a gran voce il mister De Rosa, rosso in viso, mentre la vena del collo cominciava pericolosamente a gonfiarsi. Leonardo non si accorse neanche del trambusto che c’era intorno: era il suo momento, ne era sicuro, ora aspettava solo l’indicazione del mister per riscaldarsi velocemente ed entrare in campo. Finalmente. La sua ultima apparizione risaliva a un mese prima, una “sconfitta di misura contro il Sorano”, come si ostinava a ripetere lui nonostante il 5-1 finale.
«Oh, Leo!», disse il mister senza levare gli occhi dal campo.
«Ecco, ci siamo. Concentrati e fai vedere a tutti che idioti sono stati a non mandarti in campo prima.”
«Leo, porca puttana, svegliati! Ti ho chiamato! Prendi lo spray e vai ad aiutare Francesco, sbrigati. Questi stronzi picchiano come fabbri.»
A queste parole, il ragazzo restò attonito per qualche secondo.
«Che c’è, ti è preso un colpo? Vuoi sbrigarti a prendere quella cazzo di bomboletta?», insisté il mister.
Leonardo si fece largo tra le maglie che accerchiavano Francesco, ancora disteso a terra con espressione sofferente, e gli spruzzò lo spray sul ginocchio sinistro. Nel frattempo, il suo compagno di squadra imprecava contro il numero 4 avversario, che si avvicinò minaccioso. L’arbitro, un ragazzo brufoloso di poco meno di vent’anni, appariva chiaramente intimidito dal temperamento dei giocatori e si guardò bene dall’intromettersi nella lite, ma si avvicinò a Francesco e gli chiese se era tutto a posto. Poi si rivolse a Leonardo, che se ne stava fermo lì vicino con la bomboletta tra le mani. «Ora puoi andare.»

Il gioco riprese e si spostò vicino alla panchina, sulla linea laterale: Daniele Solari, trequartista, numero 10 e capitano dell’Ariabella, si liberò con una finta del terzino avversario e si involò verso la metà campo avversaria; il famigerato numero 4 lo affrontò inarcando leggermente le gambe, tra cui Daniele fece passare il pallone con uno splendido tunnel. I ragazzi del pubblico, quasi tutti suoi amici, iniziarono a scaldarsi. Con un repentino cambio di direzione, Daniele si allungò la palla verso l’area di rigore e alzò la testa quel tanto che bastava per vedere il portiere leggermente fuori dai pali.
«No, non il fottuto pallonetto…», mormorò Leonardo. «Tutto, ma non quel fottuto pallonetto», ripeté quasi come un mantra, ma non servì a niente: il tocco di Daniele fu perfetto, il pallone si alzò sopra i capelli arruffati del portiere del San Marcellino e si abbassò con precisione chirurgica subito dopo, depositandosi dolcemente in rete, accompagnato dai versi di stupore e ammirazione dello stadio.
«È un genio, cazzo!», urlò il mister, e tutti i componenti della panchina si alzarono di scatto per andare ad abbracciare il fenomeno. Tutti tranne Leonardo, che sussurrò a Gianmarco, il portiere di riserva, suo migliore amico e vicino di panchina dall’inizio del campionato, «Quante storie per un gol. Sai quanti ne ho fatti io, di gol così…»
Gianmarco alzò gli occhi al cielo. «Veramente no, non lo so.»
«Ne ho fatti molti.»
«Sì, ma la playstation non vale…», esclamò Gianmarco beffardo, prima di unirsi all’abbraccio collettivo a Daniele.
Passarono dieci minuti, e poi l’arbitro fischiò per tre volte.
Ariabella 1 – San Marcellino 0, gol di Daniele Solari.

Roberto Oliva

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Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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