mercoledì 19 dicembre 2018 - 06:40

Un raggio di sole sulla parete

 

 

“Margheriiiita. È ora di andare.”

I pensieri vagano come vento senza riposo in una cassetta della posta.
Questo pensò Margherita, mentre lentamente usciva dagli ultimi strascichi di una notte agitata, passata a rigirarsi tra le coperte e a cercare di sprofondare in un oblio irraggiungibile. Non riusciva a capire cosa fosse a turbarla, e questa ricerca non aveva fatto che peggiorare le cose. Quella frase, ad ogni modo, l’aveva letta la sera prima su un libro che raccoglieva le traduzioni delle canzoni dei Beatles, e aveva continuato a inserirsi tra le pieghe dei suoi pensieri durante la notte.
Vento senza riposo in una cassetta della posta.
Inafferrabile, senza via d’uscita. Senza potersi muovere, senza poter stare fermo. Diceva tutto, proprio tutto. Margherita si addormentò lentamente. Tanto non aveva molto altro da fare, almeno per quella mattina.

“Maa-rghe-rii-ta”.

Il dormiveglia, la penombra, un raggio di sole che si fa strada in una fessura della tapparella e approda indolente sulla parete di fronte al letto. Emicrania. Una nausea leggera, ieri sera la cena era pesante, Nunziatina ha dato il meglio di sé. Un altro giorno goffo alle porte. Parole e gesti e concetti vaghi e vacui e cocci di risposte e veli e ignoranza e presente che diventa passato. Margherita si alzò pigramente, fece quattro passi, a piedi nudi, e si avvinghiò alla tapparella, consegnando la stanza alla luce del giorno. Era una Bella Giornata, di nuovo.
Aprì la finestra e i suoi occhi semiaperti incontrarono per l’ennesima volta, con violenza, i palazzi anneriti, i tetti, le case, le cupole, i pezzi di strada tra le macchine in fila nel sole, le linee morbide del Vesuvio e quello spicchio di mare in lontananza, sempre quello, che da anni quasi la prendeva in giro, ogni mattina, ostentando l’impossibilità di vedere il resto. Margherita si voltò e gettò uno sguardo al letto sfatto, sembrava che ci fosse passato un uragano. Ormai era impossibile rimettersi a dormire, non dopo aver visto quello spicchio di mare azzurro luccicante.
Partire o restare?
Per il momento decise di farsi un giro, perché tanto non aveva molto altro da fare.

Il 151 era affollatissimo, come al solito, ma puntuale. Via De Pretis e il Molo Beverello, finalmente il mare intero, e poi la Galleria della Vittoria e il buio, di nuovo. Piazza Vittoria. Margherita gettò uno sguardo ai turisti che facevano su e giù sul lungomare, sotto il sole, nascosti da cappellini bianchi con visiera e infilati in bizzarri short altrettanto bianchi, mentre biciclette e monopattini sfrecciavano in tutte le direzioni, emozionati e quasi increduli di trovarsi in un angolo libero dalle macchine moleste che indiscusse dominavano sull’intera città. E però niente, bisognava essere in vena per quel genere di cose, e quella mattina Margherita proprio non lo era. Scese dal 151 e aspettò il 140.

Eccoli, i tornanti di Via Posillipo, e Palazzo Donn’Anna, maestoso e decadente. La città si stendeva di fronte a lei, lasciva come una sirena, corrosa come un muro di tufo che pigramente fa il suo ingresso nell’acqua. La sua città, precaria e eterna, ancora miracolosamente lì come un castello di sabbia quando il mare inizia a ingrossarsi, che se ne sta sempre fuori dalla Storia al contempo anticipandola. Un passo avanti e uno indietro, mai uno dentro.
Dove la Bella Giornata è sempre quella, da quando scrivevano La Capria e Malaparte, anzi da molto prima, da secoli e millenni, e ci hanno provato tutti, Normanni Romani Francesi Spagnoli Austriaci e Fascisti, a farla assomigliare a qualcosa di diverso da sé stessa, ma senza risultato.

“Maaa-rghe-riiii-ta.”
La voce di sua madre. Da anni sempre quella.

Restare o partire? Margherita non lo sapeva. E alla gente che glielo chiedeva non riusciva a spiegarlo. Come fai a spiegare quella sensazione? È liquida, inafferrabile, come il mare che le si stendeva davanti.
Era da quando Margherita era piccola che era così, che la cassetta della posta non veniva aperta, che il vento continuava a vagare indiavolato al suo interno.
Ma lei, Margherita, lo sapeva fin troppo bene: restare non era che un’estrema, ennesima prova di cocciutaggine. Come quando, da piccola, il sole iniziava a calare ed era ora di tornare a casa, e allora tutte le altre bambine si avviavano docili verso gli ombrelloni e prendevano le mani delle mamme e lei, invece, continuava a correre sul bagnasciuga, incurante del freddo e dei capelli bagnati. Suo padre, intanto, smontava l’ombrellone, mentre sua madre urlava il suo nome, che si confondeva con le onde che si infrangevano a riva.
Restare significava solo sfidare il tempo, fare finta che non fosse mai passato. Che quella Bella Giornata potesse durare all’infinito. Male non sarebbe, pensò piegando le labbra in un sorriso impercettibile. Non chiedeva altro. Voleva immergersi nel mare come quel muro di tufo e lì restare, offrire la faccia alla luce che filtrava attraverso l’acqua, senza rumore, immobile, scintillando.
E invece rimaneva seduta su quel muretto, a guardare le onde che si frantumavano placide sullo scoglio. A cercare metafore e a chiedersi dove si sarebbe trovata di lì a un mese, senza potersi muovere e senza poter stare ferma.
Come vento senza riposo in una cassetta della posta. Bella frase. Diceva tutto, proprio tutto.

Roberto Oliva

Questo racconto è liberamente ispirato al romanzo di Raffaele La Capria intitolato “Ferito a morte”, il cui articolo lo trovate nell’altra stanza di questa rubrica: La mattina di una Bella Giornata: “Ferito a morte” di Raffaele La Capria.

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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