sabato 21 luglio 2018 - 08:05

Un altro giorno felice

 

Adriana Asti, première mondiale – Grand Théàtre, Luxembourg

Poverina, Suzanne Deschevaux-Dusmenil. Cioè, immaginate di convivere con un uomo per vent’anni. Immaginate poi che quest’uomo, ad un certo punto, decidiate di sposarlo. Immaginate anche, per assurdo, che il vostro nuovo marito sia un genio e che, pochi mesi dopo il matrimonio, questo genio metta in scena la sua nuova pièce a Parigi.
Niente di male, no? Però si dà il caso che questa pièce parli dell’angoscia della vita di coppia, con protagonista una donna sepolta fino alla vita in un fosso nel quale non fa che ciarlare e annoiarsi. Suo marito, intanto, striscia intorno al buco in cui vive la sua signora e quasi non apre bocca.
(Ora che ci penso… il fatto che lo spettacolo sia messo in scena a Parigi non è poi così importante.)
Ecco, è questo – più o meno – quello che deve aver provato Suzanne quando ha visto Giorni felici per la prima volta. E non è stata una cosa carina, ve lo dico io.

Con Giorni felici, rappresentato per la prima volta nel settembre del 1961, Samuel Beckett torna a scrivere in inglese, e mai come in questa occasione il suo sguardo si fa cupo, spietato, rassegnato. È passato solo qualche anno da Aspettando Godot (1953) e Finale di  partita (1957), in cui una possibilità di movimento esisteva seppur continuamente frustrata; in Giorni felici invece l’essere umano è costretto all’immobilismo, in questo si rifugia e si convince di trovare in esso la felicità. Per dirla con Winnie: “nessun cambiamento, nessun dolore”.
Lo spazio in cui si muovono i personaggi si è progressivamente ridotto: dalla desolata strada di campagna di Vladimir ed Estragon si è passati alla casa sul mare da cui Clov e Hamm non possono (e non vogliono) uscire, fino ad arrivare al fosso dove c’è questa donna inglese sulla cinquantina che passa le giornate bisticciando con suo marito. E il buon Willie, dal canto suo, nemmeno le risponde il più delle volte, occupato com’è a leggere annunci sul giornale o a masturbarsi.

E, direte voi, che c’è di tanto speciale? Che c’è di così diverso rispetto alla vita della signora Russo, quella rompipalle del piano di sopra che la mattina cammina con gli zoccoli di legno e fa un casino tremendo e litiga con il marito con cui da anni non riesce a parlare e, come se non bastasse, guarda Barbara D’Urso, sta ore intere attaccata allo smartphone e dice di sentirsi soffocare? C’è che, innanzitutto, la signora Russo non è sepolta in un fosso fino alla vita. O meglio, forse non se n’è mai resa conto. Winnie invece lo sa, ma si ostina lo stesso a dire che oggi, come ieri e come domani, è un altro giorno felice.
I rari momenti in cui la donna prende coscienza della sua terribile condizione – segnalati dalla smorfia angosciosa che come un lampo si fa strada tra le rughe e sostituisce il sorriso forzato – sono attenuati dalla borsa, l’unica cosa ancora a portata di mano. Una borsa piena di oggetti di uso quotidiano, l’unico antidoto che impedisce a Winnie di premere il grilletto. Già, perché tra queste “vecchie cose” c’è anche una pistola, divenuta ormai tanto familiare da meritarsi l’affettuoso nomignolo di “Brownie”. La tentazione di farla finita la cova sotto “un altro giorno felice”, lo spazio temporale che è in mezzo all’assordante campana del mattino e quella della sera.
Nel secondo atto la situazione, se possibile, peggiora: Winnie è ora sepolta fino al collo, mentre Willie se ne sta ancora lì, dietro di lei, e perciò fuori dalla sua portata visiva: striscia silenziosamente e sopporta con stoica pazienza i rimbrotti della moglie.

E insomma, Suzanne Deschevaux-Dusmenil – moglie di Beckett dal marzo del 1961 – non l’avrà presa molto bene. Ma è il prezzo da pagare per aver sposato un genio, suppongo. Perché è questo che fanno i geni: vedono cose che gli altri non vedono o che si sforzano di non vedere, e le trasformano in opere immortali. Opere che, a distanza di mezzo secolo, ancora ci parlano e lo fanno in modo violento e feroce e inquietante. Come un Revolver nascosto da anni sotto il velo di un altro giorno felice.

Roberto Oliva

 

Da questo dramma beckettiano è stato tratto il racconto presente nell’altra stanza della sezione: La borsa

About The Author

Roberto Oliva

Studente di Lingue // Lettore di Cose // Scrittore di Romanzi che suscitano Scalpore nel suo Condominio (Una canzone dove andare, 2015 / Il momento giusto, 2017) // Soffiatore di Bolle di sapone.

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