mercoledì 17 Luglio 2019 - 19:53

Toy Story 4 – Recensione

Sono passati venti anni dall’uscita del primo Toy Story con protagonisti i dicotomici amici Woody e Buzz Lightyear. Fu l’inizio di una vera e propria rivoluzione per il cinema di animazione, non solo perché fu il primo film ad essere realizzato completamente in computer grafica, togliendo di fatto l’aspetto più artigianale e di fatto umano di questo tipo di pellicole senza attori in carne ed ossa, ma anche perché, proprio per ovviare a questo aspetto che rischiava di rendere questo tipo di film impersonali come le macchine che ne realizzavano i render, i produttori si sono concentrati in maniera più scrupolosa sulla caratterizzazione ed attualizzazione dei personaggi che fondamentalmente in precedenza si basavano semplicemente sugli archetipi delle fiabe da cui erano tratti o ispirati.

In venti anni non solo è migliorata la tecnica e gli aspetti grafici-fotografici che ormai la Pixar sviluppa con il massimo della maestria, ma vengono inseriti sempre più livelli di lettura della storia tale per cui il film possa essere godibile sia dal bambino quanto dall’adolescente o dall’adulto. Anzi da vari tipi di adulto. Ed è su questa tessitura narrativa, intrecciata tra sottotesti, allegorie e metafore, che poggia l’aspetto importante di questo quarto episodio della serie. La profondità psicologica dei personaggi giocattolo viene resa più complessa esattamente come la qualità della CGI che in certi momenti diventa quasi indistinguibile dalle immagini reali. 

Il film si apre mostrando l’addio di Bo Peep, venduta ad un uomo nonostante i tentativi di salvarla da parte di Woody quando ancora erano nella casa di Andy circa nove anni prima dei fatti del terzo episodio. Tornando nel presente Woody, Buzz, Jessie e i loro compagni vivono nella loro nuova casa come giocattoli di Bonnie. Woody, nonostante non sia amato quanto lo era nella precedente vita con Andy, si considera quasi come un padre nei confronti della piccola bambina che decide di proteggere premurosamente quasi fosse questo un compito dei giocattoli. Soprattutto nel suo primo giorno d’asilo dove contribuisce alla creazione di Forky, un “giocattolo” fatto con una forchetta ed altri rifiuti, che però crede di essere solo spazzatura. Da qui in poi la meccanica del racconto ripropone gli schemi dei precedenti film anche se limitando gli aspetti action a favore di atmosfere più malinconiche e tendenti, per certi aspetti, al thriller.

Molti personaggi dei precedenti film vengono messi in disparte a favore di una ventata femminista, sempre più ricorrente nelle produzioni Disney, soprattutto a partire dalle vicende di Weinstein ed il successivo movimento Me Too. Nei precedenti capitoli era principalmente Jessie, relegata per lo più in un ruolo di spalla comica, a fare le veci di quella metà del cielo, mentre nell’ultimo capitolo, oltre alla coraggiosa e determinata pastorella Bo Peep, tanto delicata (essendo di ceramica) quanto eroina in stile Furiosa di Mad Max, c’è anche Gabby Gabby, la bambola villain che a causa di un difetto di fabbricazione non ha mai trovato una bambina che la volesse.

Ed è questo uno dei temi principali di questo capitolo. La perdita, il rifiuto, ma non solo nell’ambito passivo dei termini ma anche in una proposizione attiva. L’abbandono come rinascita per una nuova vita, la rinuncia alla comfort zone in favore di nuove realtà, che fanno paura magari, ma da cui si è costretti a passare soprattutto da bambini.

In conclusione, Toy Story 4 è un episodio complementare ai precedenti, meno dinamico ma più profondo e che sovverte l’aspetto concettuale dei sequel che tendono ad essere semplicemente più spettacolari, per venire incontro ai gusti del pubblico, ma svuotando spesso i principi basilari delle saghe di cui fanno parte. Un film emozionante, commovente, educativo e realizzato con una grandissima qualità e che lascia le porte aperte a nuove esplorazioni delle dinamiche umane di bambini e adulti che nonostante tutto, in modo differente, sono sempre le medesime.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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