mercoledì 21 Agosto 2019 - 12:23

The Post – Recensione

Il nuovo film di Steven Spielberg narra la vera storia della pubblicazione dei documenti del Pentagono (i Pentagon Papers) riguardanti i segreti e le bugie sulla guerra in Vietnam nascosti per anni dalle varie presidenze USA. I documenti, copiati dall’analista militare Ellsberg, furono inviati inizialmente al New York Times nel 1971 con la guerra ancora in corso, e la loro pubblicazione scandalizzò la nazione creando moti di protesta vivissimi e l’ingiunzione di sospenderne immediatamente la pubblicazione.

Su questa base Spielberg costruisce però una trama differente non andando ad indagare nel profondo uno scandalo già di per sé molto conosciuto in America ed ormai approfondito in notevoli film. Il regista ci racconta altre due storie che viaggiano sullo stesso binario senza intrecciarsi o sovrapponendosi.

La prima riguarda il rapporto tra il potere e la stampa, sul ruolo del giornalista e del limbo deontologico sul quale questo mestiere deve correre dovendosi confrontare direttamente con il potere e mescolando i valori dei rapporti umani a quelli della propria professione. La seconda storia è invece quella di Katharine Graham, interpretata con grande sobrietà e forza da Meryl Streep, la prima donna editrice di un grande giornale.

Katharine Graham prese il controllo del Washington Post dopo il suicidio del marito che a sua volta era succeduto al padre della Graham per una sorta di logica patrimoniale secondo cui devono essere gli uomini a capo dei luoghi di potere. Tramite pochi passaggi ci viene mostrato infatti il ruolo in cui era inserita la donna di quegli anni, come ad esempio nella scena dove, finita la cena, uomini e donne si dividono fisicamente ed intellettualmente separandosi in posti diversi ed intavolando discorsi di diverso spessore.

Ma non è da questa prospettiva che il film vuole mostrare il coraggio ed il valore umano e professionale della protagonista. Non è la retorica del coraggio di una donna in quanto tale ma quello di una persona catapultata in un ruolo che forse non si aspettava avrebbe mai potuto assumere e che decide, per il bene del proprio giornale in crisi, ed all’epoca assimilabile ad un piccolo quotidiano locale, di mostrare agli americani l’illusione in cui stavano vivendo. Un coraggio però anche al servizio della verità in una sorta di orgoglio umano, in questo caso invece abbastanza retorico, delle persone normali che si ribellano al potere e che, tramite la volontà e la solidarietà di chi agisce in prima persona, decidono di affrontare il governo e le sue menzogne.

Spielberg confeziona un film da manuale del cinema tramite la sua capacità di adattare la tecnica alla storia contestualizzando ogni elemento in funzione di ciò che viene raccontato. Le musiche di John Williams e la fotografia di Kaminski accompagnano il film senza sovrastarlo riuscendo a calare perfettamente lo spettatore nelle atmosfere anni ’70. Nessun aspetto diventa difatti prima donna, comprese le prove d’attore di Hanks e Streep che si armonizzano completamente all’interno della vicenda. Potenti e bellissime sono le immagini delle rotative in funzione mentre compongono le pagine del quotidiano in una sorta di preparazione della battaglia dove al posto di forgiare lance e spade vengono forgiate le parole con cui si può colpire e conquistare il bene.

In conclusione The Post è un film tecnicamente perfetto che non ricerca le emozioni tramite facili scelte suggestionanti. Il ruolo della donna, della libertà di stampa, del popolo che si ribella vengono inseriti con un abito di classe e raffinato senza ricorrere a stratagemmi narrativi un po’ ruffiani che di fatto avrebbero reso meno “vera” una storia che rimane straordinaria nella sua essenza. Una straordinarietà che assume ancor più valore sulla base degli occhi di chi guarda, e per un americano che ha vissuto alle spalle queste vicende e che ora deve confrontarsi con le similitudini della presidenza Trump, non può che portare un effetto emotivo di gran lunga maggiore di quella che potremmo vivere noi non americani che forse non conosciamo molti aspetti attuali e passati della politica e geopolitica statunitense e di cui quindi non possiamo assorbirne tutta la sua forza.

Alessandro Alberghina

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Alessandro Alberghina

Permaloso come Martin McFly // paranoico come Boris Yellnikoff // simpatico come Jack Torrance // appassionato di arte contemporanea, di architettura e dei giorni dispari del calendario.

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